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Un paio di corollari della riforma della giustizia

26 Marzo 2011

Nei giorni scorsi abbiamo appreso che Francesco Pontone, nella sua testimonianza sull’affaire Montecarlo, molto probabilmente non ha detto la verità. La sua dichiarazione di essere entrato nel 2000 nell’appartamento monegasco e di averlo trovato fatiscente ha cozzato contro la dichiarazione del tribunale di Montecarlo, secondo la quale nessuno poteva entrare nel detto appartamento, in quanto le chiavi erano detenute dallo stesso tribunale. Ciò ha coinciso, peraltro, con la testimonianza resa dal senatore Caruso, che dichiarò che non si era potuti entrare nell’appartamento poiché sprovvisti di chiavi.

Ieri nei telegiornali delle 20 (Tg1 e Tg5) abbiamo appreso che ci sono testimonianze che affermano che anche Scalfaro era a conoscenza dell’attenuazione del carcere bis in quanto è stato lui a volere Alberto Capriotti al posto di Nicolò Amato, il quale Capriotti di lì a poco (si lascia intendere su suggerimento di Scalfaro) promuoveva la decisione poi assunta dal ministro Conso circa il 41 bis.

Dunque, parrebbe che anche Scalfaro, con quel suo ‘non ricordo’, abbia mentito davanti ai giudici. Eppure, fino ad ora, almeno nel caso più vecchio di Francesco Pontone (per Scalfaro, la notizia è fresca e staremo a vedere) nessun magistrato si è mosso. Vi pare che si possa parlare di giustizia giusta? Provate voi a rilasciare una falsa testimonianza, e vi troverete di corsa dietro le sbarre di un carcere.

Dunque, ai magistrati occorre che qualcuno insegni a lavorare e ad applicare la legge. Se ho inteso bene il progetto di riforma, queste distrazioni, che violano gravemente e sfrontatamente la legge, non saranno più consentite.
Ma accanto alla riforma in senso stretto, bisognerà mettere mano anche a qualche corollario che le gira attorno.

In primo luogo una disciplina severa, fissata in una legge dello Stato, che punisca duramente (come avviene negli Usa) quei giornalisti e quei media che diffondono notizie protette dal segreto istruttorio. Ossia, si dovrà sanzionare il magistrato che quelle notizie ha in custodia, ma anche i giornali e i giornalisti che le pubblicano.

In secondo luogo, quest’altra questioncella che va a toccare un’altra casta, rappresentata dall’ordine degli avvocati. Spesso i comportamenti dei giudici e degli avvocati concorrono congiuntamente ad allungare i tempi della giustizia.

Provate a fare una causa, e sperate di vincerla. Se avete questa fortuna troverete nella sentenza la liquidazione delle spese a carico del soccombente. Tra queste figura la voce onorari, ossia quanto il giudice stabilisce che il soccombente paghi al vincitore della causa per le sue spese di assistenza legale.

Il giudice lo fa avendo presente l’apposita notula presentata dall’avvocato del vincitore. Lì trovate, fra l’altro, indicato minutamente, quanto vi è costata ogni udienza, comprese le tante di rinvio. In ogni caso, la notula dell’avvocato, redatta su di una cifra mediata tra tariffe minime e massime, è, in una decisione di primo grado, di solito intorno ai 15 mila euro.
Il giudice l’esamina e decide sempre di liquidarla in una cifra di molto inferiore: di regola intorno ai 4/5 mila euro.

Un cittadino pensa: Bene, ho vinto la causa e il giudice ha stabilito che il mio avversario è tenuto pagare anche il mio avvocato nella cifra dal giudice stesso indicata in sentenza. Dunque, per quanto riguarda almeno gli onorari, è il soccombente che li paga anche per me.

Invece non è così. L’avvocato del vincitore non si rimette alla cifra disposta dal giudice, ma vuole dal suo cliente il pagamento della notula presentata in causa. Quindi il cliente paga l’intera notula (nel nostro caso ben 15 mila euro), e poi provvede ad incassare dal soccombente la più ridotta cifra messa a carico dello stesso soccombente dal giudice (nel nostro caso 4/5 mila euro, più le spese).

La domanda è: Se il giudice ha ridimensionato l’ammontare della notula del legale del vincitore, ovviamente ritenendolo eccessivo, perché quanto stabilito in riduzione dal giudice non deve costituire un obbligo per l’avvocato di limitarsi a richiedere al proprio cliente il nuovo e minore ammontare deciso in sentenza?

Credo che anche questo aspetto debba far parte della riforma della giustizia, e mi piacerebbe che il governo se ne facesse carico.

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