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Una parola pro Bersani

8 Aprile 2013

Resto della mia idea, più volte espressa, secondo la quale, di fronte al fallimento del tentativo bersaniano di formare un nuovo governo, Napolitano avrebbe dovuto facilitare l’operazione politica dimettendosi, togliendo così i lacci e i lacciuoli che stanno immobilizzando il Paese.

Pensate: i partiti hanno deciso che la formazione del governo avverrà dopo l’elezione del nuovo capo di Stato e le procedure per questa elezione inizieranno il 18 aprile. Ancora 10 giorni di attesa, dunque. Poi: quanti ne serviranno per formare il nuovo governo? È una lotteria, e chi sa che i bookmaker non   abbiano già aperto le scommesse.

Insomma, in una situazione di grave crisi economica, ci troviamo in presenza di una crisi istituzionale che non ha precedenti. L’indifferenza per il milione di licenziamenti avvenuti nel 2012, sotto il plurincensato governo Monti, e per le centinaia di suicidi di imprenditori che non ce l’hanno fatta a resistere ad un livello di tassazione spregevole, è la dimostrazione di una dirigenza politica che sta giocando una partita a carte in un bar di periferia, anziché interessarsi ad una realtà che sta desertificando il Paese. L’altro giorno veniva data la notizia che il 30% dei giovani emigrano in cerca di fortuna, valutando zero le possibilità di impiego in Italia.

Le aziende che chiudono per non riaprire mai più dentro i nostri confini e i giovani che se ne fuggono altrove dove costruiranno le loro famiglie e consumeranno la loro vita, sottraendo definitivamente risorse umane all’Italia, sarebbero motivi più che sufficienti per innestare una rivoluzione che faccia piazza pulita degli irresponsabili che ci hanno portato a questa tragedia.

Il M5Stelle è il primo rudimentale sintomo di un malessere che è destinato ad acquisire maggior forza e maggior sostanza, ove si trovasse il leader carismatico dotato di una capacità costruttiva che Grillo non ha, e in grado perciò di distruggere costruendo il nuovo di cui si ha bisogno per rendere il Paese più snello, più giusto, più onesto, più competitivo, ossia in linea con le nazioni più evolute.

Bersani nella lettera indirizzata oggi a Repubblica manifesta la sua volontà di cambiamento e pare di capire che si tratti di un cambiamento che andrebbe nella direzione giusta, anche se le sue 8 proposte appaiono molto generiche. Ma non vi è motivo di dubitare di quanto va continuamente dichiarando. Perciò Bersani esclude la formazione di un governissimo insieme al Pdl in quanto ritiene che non sia la soluzione più utile al Paese.

Scrive:

“Ci vuole un governo, certamente. Ma un governo che possa agire univocamente, che possa rischiare qualcosa, che possa farsi percepire nella dimensione reale, nella vita comune dei cittadini. Non un governo che viva di equilibrismi, di precarie composizioni di forze contrastanti, di un cabotaggio giocato solo nel circuito politico-mediatico. In questo caso, predisporremmo solo il calendario di giorni peggiori.”

Sono considerazioni che condivido. Un governo non può più essere, come nel passato, una miscellanea di cose che, proprio per il rimescolamento, hanno perduto il loro valore e sono diventate altro da quelle originali e prive di una qualche efficacia per il cambiamento.
Considero pertanto legittimo che Bersani rifiuti di essere il presidente del consiglio di un governo che non sarà mai in grado di porsi obiettivi condivisi, in quanto frutto di visioni differenti della società.

Fa onore a Bersani anche il tratto di coerenza che manifesta, ossia: è disposto a lasciare il campo ad altri che condividano la formazione di un governissimo che egli non intende presiedere.
Non condivido invece la cocciutaggine di Bersani di andare a chiedere di volta in volta la fiducia sui singoli provvedimenti, giacché avremmo un governo ad alto rischio in quanto sorretto da maggioranze variabili. Corradino Mineo, senatore del Pd e noto giornalista, sbaglia di grosso quando critica Napolitano per aver impedito questo esito favorevole a Bersani. Napolitano va criticato per ben altre azioni, assai più gravi, poiché esercitate fuori dai confini istituzionali entro cui avrebbe dovuto muoversi. Ma pretendere che un governo poggi su una solida maggioranza è il meno che Napolitano potesse esigere.

Come pure Bersani sbaglia se davvero, come dicono le cronache, lavori per formare il governo dopo l’elezione di un capo di Stato che gli consenta di presentarsi in parlamento a ricercare di volta in volta la maggioranza, secondo il suo desiderio.
Allora la responsabilità di questa lunga attesa, che nuoce al Paese, va attribuita congiuntamente a Napolitano che non si è dimesso e a Bersani che antepone l’interesse di parte a quello del Paese.

Che succederà?
Leggo che si stanno muovendo forze, all’interno del Pd, che puntano ad una intesa con il Pdl, e quindi molto probabilmente al governissimo inviso da Bersani.
È prevedibile perciò che Bersani faccia il promesso passo indietro, e lasci il posto ad altri.
Un gesto da apprezzare, se lo farà, perché la coerenza e la difesa delle proprie idee sono merce rara in un Paese che conosce più la corruzione e il degrado piuttosto che la lealtà verso i propri ideali.

Ma se alla fine un governissimo nascesse, sarebbe un bene o un male? Ho sempre nutrito una innata diffidenza nei confronti dei cosiddetti inciuci (perché di inciucio si tratterebbe) a partire dall’arcinoto compromesso storico che negli anni settanta mise praticamente insieme Dc e Pci con la conseguenza che le condizioni dei cittadini, e specialmente dei lavoratori, ne uscirono peggiorate, ed anche in questo caso non avrei alcun motivo di sperare che l’andazzo sarebbe migliore. Si dice che in tale situazione di governissimo, il parlamento potrebbe varare alcune delle maggiori riforme tanto promesse e tanto attese. Non ci credo. È un risultato che si sarebbe dovuto avere durante il governo Monti e tutti abbiamo potuto constatare quanta distanza ci sia tra i due maggiori schieramenti. Si colmerebbe una tale distanza? Anche qui resto pessimista.

A mio avviso, perderemmo soltanto altro tempo utile. La soluzione alternativa sarebbe quella del ritorno alle urne. Con questa legge? Oppure demandiamo al parlamento di approvare una nuova legge elettorale, la riduzione dei parlamentari, la trasformazione del senato in camera delle regioni, e poi tutti alle urne?

Non vi è dubbio che la seconda ipotesi sarebbe la migliore, visto che sarebbe rischioso affidare ulteriori riforme ad un parlamento che vive ancora le lacerazioni di una campagna elettorale molto violenta. Tuttavia, potrebbe anche accadere che, pur in presenza ancora del porcellum, siano gli stessi elettori ad orientarsi verso un bipolarismo (che, a mio avviso, sarebbe la soluzione più utile all’Italia), contraddicendo con ciò coloro che vorrebbe tornare ad un inutile e dannoso sistema proporzionale.


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Bart