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Uno statista chiamato Cossiga

15 Agosto 2012

di Giancarlo Elia Valori
(da “Il Tempo”, 15 agosto 2012)

Che cos’è uno statista? Forse un Principe machiavelliano, “golpe” e “lione”, furbo ma anche coraggioso, sempre in bilico tra parere ed esser giusto; oppure un tiranno come Dione di Siracusa, che invita, lo racconta Platone nella sua “Settima Lettera”, il filosofo ateniese e lo delude, poiché il suo stato è l’esatto contrario della “Repubblica ideale”, ma è proprio per questo che detiene il potere assoluto, oppure un uomo che riesce ad elevare l’alta amministrazione a progetto politico unitario, come Cavour, senza mai nemmeno vedere le masse popolari che fonderà nell’Italia dei Savoia? Oppure ancora un capo militare che applica all’Empire le regole della Grande Guerra Europea della Rivoluzione e del Trinomio, come Napoleone I? Oppure, infine, il detentore dello spirito di servizio, del Beruf, della vocazione-professione teorizzata da Max Weber? Francesco Cossiga ebbe molte di queste caratteristiche positive, salvo la tirannide, naturalmente, ma le fuse insieme con la sua specifica cultura, visione del mondo, storia personale. E quindi, proprio per questo, fu un vero e grande statista, tra i pochissimi che si possano elencare nella storia dell’Italia Repubblicana. Lo statista è tale per natura e per storia, è cultura finissima che si rende istinto, come spesso accadde, soprattutto nei momenti difficili della sua vita politica, a Francesco Cossiga. Uomo di grandissima e originale formazione culturale e giuridica, che più propriamente dovremmo definire sapienza e anche questo è essenziale per lo statista, altrimenti si può al massimo arrivare al ruolo del demagogo eterodiretto, Cossiga ci ha insegnato che il cattolicesimo democratico è cosa ben diversa da una semplice attitudine mediatoria tra le varie istanze sociali, e che la sinistra del cattolicesimo non è affatto populismo, ma addirittura il suo contrario. E qui ci sarebbe ancora da meditare sull’interesse che il teologo Cossiga aveva per il Cardinale Newman, per la Chiesa Alta Anglicana della sua amatissima Gran Bretagna, insomma la capacità di vedere oltre, da fedele della Chiesa di Roma, le identità più ovvie del cattolicesimo italiano. Radici sarde, sempre fieramente sottolineate, che forse sono poi all’origine del suo particolare laicismo di cattolico fervente. L’esperienza di padre Manzella e del vescovo Mazzotti nella Sassari della formazione di Cossiga, con i Segni, i Biddau, i Campus, un cristianesimo liberissimo e aperto al mondo moderno ben più di tanti laicismi di facile partitura, sono uno dei primi assi della costruzione, che è anche disvelamento, dello statista che è ed era in Francesco Cossiga. «Meglio i preti dei fascisti », proclamò suo padre massone e liberale quando si trattò di decidere della formazione del giovanissimo Francesco, ma certamente per Cossiga non si trattò mai di una scelta di comodo, di una superficie di unzione religiosa dentro la quale operare una semplice lotta per il potere. Un potere che Egli non volle mai, altra caratteristica dello statista vero, ma lo ebbe perché gli venne, come arriva ex alto il “carisma”, il dono dello Spirito Santo che è, anch’esso, sia pure laicizzato, un tratto determinante della teoria weberiana del Politico. Se osserviamo poi la carriera politica e ideale di Francesco Cossiga, possiamo notare alcune costanti che, anche oggi, dovremmo meditare meglio per capire e superare la crisi italiana. Un primo tratto è il nesso tra dimensione regionale e Nazione. Cossiga fu perfettamente italiano perché assolutamente sardo e, talvolta, sardista. «Italiano per volontà e scelta, come tutti i sardi », ebbe a dire una volta. Ma non si tratta di regionalismo puro e semplice, che pure fu uno degli elementi caratteristici della Democrazia Cristiana del dopoguerra. Per Francesco Cossiga le identità locali, anche fuori d’Italia (si pensi alla sua simpatia per i baschi, o al suo sostegno agli irlandesi, fino al suo studio attento dell’autonomismo catalano, unito per storia e lingua alla Sardegna) sono il punto in cui lo Stato Unitario si salda ai soggetti e alla società civile. Lo Stato è il tutore delle identità locali, non le sostituisce ma neanche quest’ultime possono mimare lo Stato che è, come afferma sempre Max Weber, «il monopolista della violenza legittima ». Il contratto sociale non è un contratto vero e proprio, dove si contano i costi e gli utili, come oggi spesso accade di ascoltare. Per Cossiga, attentissimo lettore della filosofia politica tedesca, il “custode della Costituzione”, secondo la teorica di Carl Schmitt, non è un uomo, ma lo Stato democratico che, a sua volta, è sottoposto allo “spirito della Costituzione”, il modulo concettuale sempre vivo che lo ha regolato fin dal suo sorgere. Spirito e non lettera, concetto e non formula, idea regolativa kantiana e non regolamento. La Sua Presidenza, anche le sue “picconate” sono l’applicazione di questa idea della Carta Fondamentale. Non un feticcio da mostrare alle manifestazioni, ma una matrice dalla quale, per combinazione creativa, scaturiscono le soluzioni nuove ai problemi nuovi e imprevedibili della Politica, che è sempre filia temporis e sorge dagli “accidenti”, non dalle “sostanze”, come affermava un altro Autore caro a Francesco, Thomas Hobbes. Un’altra determinante per capire la dottrina politica di Cossiga è il tema dell’Autorità.

Auctoritas facit legem, lo sapeva da storico del diritto, ma anche da conoscitore dell’Italia, da unire sempre, da tutelare, proprio con la Forza, dagli shocks dell’adattamento troppo rapido al mondo moderno che portarono, non a caso, al terrorismo. L’Italia, «sfasciume pendulo sul Mediterraneo », come diceva Giustino Fortunato, deve essere tenuta con una dose accettabile di forza, per evitare che i particolarismi diventino violenza, e la violenza somma ingiustizia. Cossiga ebbe sempre chiara la percezione della precarietà dell’Italia, unita da classi dirigenti lontane dalle masse, come affermava il sardo Gramsci, e da violente scosse cicliche di antistato, di entità criminali che si rendono territorio, e qui occorre ricordare la particolare attenzione che Cossiga aveva per l’analisi di Leonardo Sciascia. Le Forze Armate, poi, nel pensiero di Francesco Cossiga, non erano certo una semplice struttura dello Stato come le altre. O un “pegno” sofferto da pagare alla NATO o alla situazione di guerra fredda che passava ai confini Nord dell’Italia e all’interno di buona parte dell’elettorato. Erano il modo con il quale uno Stato si legittima e si rende autorevole, erano l’asse intorno al quale organizzare il controllo del sistema politico e sociale italiano. Nulla a che vedere, beninteso, con il militarismo verboso e velleitario del ventennio fascista, che anzi era il rovescio e la continuazione del “tamburo di latta” dei decenni precedenti al costituirsi del regime. Le Forze Armate costituivano e garantivano il funzionamento della nazione, non erano un residuo d’altri tempi, come certo cattolicesimo progressista tendeva ad affermare. Da questa visione cossighiana, che è anch’essa da rimeditare oggi, discende la speciale attenzione che Francesco ha sempre dedicato agli apparati di informazione e sicurezza. Essi, per molte delle culture che hanno formato la classe politica della cosiddetta prima Repubblica, erano il peccato originale dello Stato. Per Cossiga erano, per usare una metafora che una volta gli sentii utilizzare, le «coronarie del cuore dello Stato ». Senza intelligence, niente gestione, né giornaliera né di lungo periodo, dello Stato e, oserei dire, della società civile. Da un lato, Cossiga doveva combattere con quelli, della Sua parte, che avevano una visione del tutto “interna” dell’intelligence, o che facevano derivare dal pacifismo assoluto di certo cattolicesimo una dura freddezza verso gli apparati di Sicurezza. Dall’altra, Francesco Cossiga era perfettamente cosciente del ruolo specifico e istituzionale che la sinistra marxista e i suoi partiti italiani avevano nello scacchiere europeo del Patto di Varsavia. Francesco Cossiga non si illuse mai che il Partito Comunista guidato da suo cugino Enrico Berlinguer, il “lato nobile e catalano” della sua famiglia, come ironizzava spesso, fosse altra cosa che una intelligente, spesso autonoma nelle sue mosse del cavallo, pedina dell’Est. E qui arriviamo ad un’altra direttrice dell’esperienza e del pensiero (che in uno statista si fondono) di Francesco Cossiga: la sua relazione con la sinistra, e non mi riferisco qui ai partiti, ma alle ideologie e ai bisogni di cui si facevano portavoce. La Democrazia Cristiana di Cossiga era popolare e “verso sinistra dal centro”, secondo una nota formula di De Gasperi, perché Cossiga, in fondo, non si fidava fino in fondo della fedeltà alla Nazione della borghesia italiana. Conosceva, da lettore del giurista sardo Satta e da estimatore del suo “connazionale” Gramsci, che esiste sempre il potenziale, per la borghesia italiana, di un “sovversivismo delle classi dirigenti”. Ed è in questo senso che Cossiga fu attento, e non solo per ragioni familiari, alle tradizioni delle élites italiane. Massoneria, che non è solo una società segreta che mira all’unità nazionale, ma una spessa tradizione esoterica, che a Francesco molto interessava, l’Opus Dei di San Josémaria Escrivà de Balaguer, la nuova forma di sintesi tra vocazione lavorativa, il Beruf weberiano, e la tradizione della Chiesa di Roma, l’associazionismo laico dei clubs di servizio. Senza educare la borghesia non si educa il popolo, e senza le tradizioni elitarie del nostro Paese non si ricostruisce la lunga linea grigia dal Risorgimento alla Repubblica, dal Regno senza popolo all’Italia delle masse. Fu però, senza ombra di dubbio, un “uomo di sinistra”, nel senso filosofico e culturale del termine, che ben sapeva come gli squilibri tra Nord e Sud, tra Centro e Periferia, tra identità di ceto e politiche e identità nazionale, sono in Italia una miccia sempre accesa. La sua attenzione al movimento sindacale, per esempio, e la sua capacità morotea di rispettare il PCI riuscendo ad assumere, come democratici cristiani, tratti sinceramente e profondamente progressisti, saranno essenziali nel separare il movimento operaio e perfino parti del movimento studentesco dalla spirale tragica del terrorismo. Per Francesco Cossiga, la lunga fase che attraversa la tragedia di Aldo Moro e tende a scemare con la metà degli anni ’80, ovvero il mischiarsi e separarsi di terrorismo rosso e nero, erano da leggersi con un modello concettuale complesso. Da un lato le tensioni dello shock della modernità in una società spesso ancora arcaica come quella italiana, che fornivano la massa di manovra per la destabilizzazione della Penisola, dall’altra la situazione mediterranea, che Cossiga ben conosceva, dall’altra ancora il coincidere delle diverse forme di “guerra a bassa intensità” in un Paese debole che però poteva essere un temibile concorrente economico, militare, strategico ed anche una ambitissima preda per il “nemico” storico. O anche per altri. Nella meditazione, anche personalmente molto sofferta, della questione terroristica in Italia, si legge in trasparenza tutta la filosofia e l’azione politica di Francesco Cossiga. La “stagione dei fuochi” rappresentò per Cossiga la perdita incancellabile di un amico e maestro politico, Aldo Moro, ma anche un punto di svolta nella meditazione del “caso italiano”. Fu da quel momento che Francesco Cossiga riprese le fila di quelle idee che costituiscono un’altra delle determinanti sempre attuali del suo pensiero. Ovvero, per sintetizzarle in una formula: «senza politica estera in Italia non vi è politica interna credibile ». Non un paese eterodiretto, come affermavano i più ingenui caudatari di alcune forze politiche che poi saranno vicine o almeno indifferenti rispetto al terrorismo, ma una Nazione che, per determinanti geopolitiche, per caratteristiche demografiche e economiche, per la distribuzione dei suoi potenziali produttivi, per la sua stessa identità culturale, doveva avere una politica estera da grande Nazione pur rimanendo, all’interno della Alleanza Atlantica, una “media potenza” e non, come oggi accade, e non sempre per colpa nostra, una “piccola potenza”. Francesco Cossiga sapeva, data la sua straordinaria capacità di leggere i dati anche grezzi dell’intelligence, che la lotta per il primariato nel Mediterraneo è senza esclusione di colpi, e gli amici e alleati vanno rassicurati e garantiti, oltre che chiamati in causa quando occorra. La NATO non era un letto sul quale distendersi, e certo non lo è nemmeno oggi, ma una complessa partita, per l’Italia, di dare ed avere, senza complessi ma anche senza ingenuità pacifiste. Dalla crisi terroristica in Italia in poi, Francesco Cossiga diventerà un lettore ancor più vorace del consueto di saggi geopolitici e strategici, e sarà sempre più convinto che il destino del Nostro Paese si gioca all’interno come all’esterno dei confini nazionali. Da qui la sua lettura complessa e attenta delle nuove dottrine USA per il primo intervento in Iraq, la sua tensione verso l’ammodernamento tecnologico e dottrinale delle nostre Forze Armate, anche facendo fondare il Centro Militare di Studi Strategici presso il CASD, la forza con la quale Francesco Cossiga ripeteva che senza una nuova e forte correlazione di forze con gli Stati Uniti, da non esaltare acriticamente ma piuttosto da sostenere con forza secondo i nostri interessi nazionali, senza un asse Nord-Sud con la Gran Bretagna, che integrasse la Francia orfana di De Gaulle, senza infine cedere mai, per ingenui calcoli petroliferi, ad un arabismo di maniera ma rispettando l’evoluzione della questione palestinese, e soprattutto riaffermando che il punto Est della Strategia Globale italiana nel Mediterraneo era Israele, senza tutto questo, diceva Francesco e ripeto io, l’Italia era finita e poco ne restava, per parafrasare un autore anch’esso, paradossalmente, caro a Cossiga, Prezzolini. Fu l’unico a capire subito che, con la caduta del Muro di Berlino, si parlava soprattutto dell’Italia, de te fabula narratur, e che lo scollamento dei due blocchi strategici e la sua ricomposizione altrove, con altri e clausewitziani mezzi, determinava una crisi italiana interna e sovrapposta a quella crisi lunga e strutturale che lui ben conosceva e che abbiamo già sopra accennato. Se non si capiva questo, e non se ne traevano le debite conseguenze, l’Italia sarebbe stata marginalizzata sia nell’Alleanza Atlantica che nella nuova distribuzione dei potenziali geoeconomici globali. E qui è doveroso ricordare le osservazioni attente che Francesco Cossiga fece al tempo delle grandi privatizzazioni, di cui colse le potenzialità innovative, soprattutto nella nuova separazione tra classe politica e imprese, ma ricordando sempre che una nazione di “albergatori e artigiani” male avrebbe retto, come poi è stato dimostrato, agli shocks asimmetrici delle nuove economie globalizzate, finanziarizzate, aperte a quelle aree che, durante la guerra fredda, erano di fatto escluse dal grosso del commercio e della produzione mondiali. E, per concludere un ricordo storico-scientifico ma intimamente commosso della figura di Francesco Cossiga, si deve ricordare la sua identità culturale e la molteplicità dei suoi interessi, che era l’asse portante della sua opera politica. La sua attenzione per la pop culture, che ad occhi raffinati dice molto di più, sul nostro tempo, di un saggio accademico, i suoi interessi teologici, che non erano solo la passione del credente, ma la conoscenza del motore immobile del pensiero politico, la “Politische Theologie” schmittiana che ben conosceva, la sua profonda cultura storica, che passava da una osservazione sulle forme dell’abigeato nella Sardegna medievale alle note su Theodore Roosevelt, la sua passione per i testi dei viaggiatori, da Marco Polo a Bruce Chatwin, la sua capacità di seguire con la sapienza dei pochi la comunicazione di tutti, il cinema, la musica, i mass-media. Avremo ancora da imparare molto da Francesco Cossiga, e il ricordo non ci basterà. Occorrerà il pensiero e la nostra capacità di adattare la linea di Francesco ai tempi nuovi e calamitosi che ci attendono.


L’esercito dei Centomila
di Antonio Padellaro
(da “il Fatto Quotidiano”, 15 agosto 2012)

Centomila firme (ieri 110 mila) sono centomila gesti di centomila persone animate dalla stesso desiderio di testimonianza, dalla stesso senso di libertà, dalla stessa esigenza di giustizia, dallo stesso pensiero interiore: eccomi, io ci sono. Lo hanno compreso i pm di Palermo, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, che oggi sanno di essere meno soli nel compimento del loro dovere d’indagine sulla trattativa tra pezzi dello Stato e vertici di Cosa nostra, una delle pagine più cupe della recente storia italiana.
Centomila voci che dicono andate avanti ai magistrati di Taranto criminalizzati perfino dai sobri ministri tecnici perché vogliono evitare che altri morti si aggiungano alle migliaia di morti provocati dalla miscela criminale: industriali avvelenatori più politici complici.

Ma centomila cittadini sono una energia positiva, una imprevista risorsa della democrazia, un esercito della buona volontà che il Fatto ha avuto solo il merito di raccogliere. Lo diciamo ai tanti che inneggiano al pragmatismo delle classi dirigenti, convinti che l’applicazione puntuale delle leggi sia solo fanatismo giudiziario; e, se poi qualcuno o anche molti ci lasciano la pelle, è la ragion di Stato, bellezza.

Energia positiva significa delegare il meno possibile diritti e valori, smettere di starsene rintanati a mugugnare sulla voracità delle caste o sull’Italia che va a rotoli. Significa muoversi, alzarsi in piedi, mostrarsi. Cosa che non sempre è facile, perché sottoscrivere un appello che fermamente protesta contro l’accerchiamento delle procure da parte delle massime istituzioni (dal Quirinale al Governo, dalla Cassazione all’Avvocatura dello Stato), specie se si è personaggi pubblici, con l’aria che tira qualche problema può crearlo.

Centomila che, vedrete, alla fine saranno molti di più, poiché la partecipazione è contagiosa se attinge al senso comune. E il senso comune oggi comincia ad averne la scatole piene di chi misura la vita e le qualità umane e la felicità (se questa parola è ancora permessa) con lo spread o con l’andamento dei mercati. Certo che la povertà materiale va combattuta, così come la scarsa speranza nel futuro che afferra alla gola i giovani. Ma, parafrasando Robert Kennedy e il suo meraviglioso discorso sul Pil, “c’è un compito ancora più grande: è il confronto con la povertà di soddisfazioni, di scopi, di dignità che ci affligge tutti”. Perché lo spread non misura né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra compassione, né il nostro sostegno a uomini che nel nome della legge servono ogni giorno il Paese. Una firma invece sì.


Ecco la prova che Fini sa quanto ci costa
di Franco Bechis
(da “Libero”, 15 agosto 2012)

Montecitorio precisa che non è solo il presidente a beneficiare dei fondi (343mila euro nel 2011) per la trasferta dei bodyguard: così è evidente che non può non sapere chi paga.
La verità sulle vacanze della scorta di Gianfranco Fini inizia a farsi strada, dopo le parole del ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, che ha solo specificato quel che già era noto, ovvero che le modalità di protezione delle alte cariche dello Stato sono scelte dalla Polizia in questo caso attraverso la direzione dell’ispettorato di pubblica sicurezza di Montecitorio. Si materializza una risposta ufficiale, invece, alla domanda più importante: anche se comunque tutte le spese sono sostenute dai cittadini italiani, a carico di quale istituzione sono le spese di trasferta della scorta di Fini? Prima di ieri, ovvero prima che a Libero rispondesse l’ufficio stampa di Montecitorio, la questione era in dubbio: le paga tutte il bilancio della polizia? Sono pagate anche parzialmente dal bilancio della Camera dei deputati? Non è una domanda banale, perchè da questa risposta diventa evidente chi dice la verità e chi il falso, chi vuole trasparenza e chi preferisce l’omissione. Qualche dubbio c’è sulle versioni finora offerte dopo che Libero ha scoperto la prenotazione per due mesi e mezzo di stanze per la scorta di Fini in un resort di lusso ad Orbetello, per un controvalore di 80 mila euro.

Il presidente della Camera – già solitamente avaro di risposte – questa volta si è limitato ad annunciare una querela assai poco comprensibile. Libero ha raccontato i fatti, e sono semplici: o è vero l’acquisto per due mesi e mezzo di quelle stanze nel resort di Orbetello, o è falso. Se qualche particolare fosse inesatto, basterebbe correggerlo. Se tutto questo fosse stato ignoto a lui stesso – come pare sostenere Fini – basterebbe ringraziare Libero per avere svelato un così grande spreco di soldi degli italiani e mettervi subito riparo. Basta raccontare la verità, e rispondere a domande che sono più che legittime visto che il conto finale è pagato dalla comunità, e una alta carica dello Stato dovrebbe tenere come un tesoro i soldi che escono dalle tasche dei cittadini per pagare le sue spese.

Ora per fare emergere faticosamente quella verità, ci siamo rivolti a chi è in grado di dare risposte: la Camera dei deputati, e il Viminale attraverso la Polizia. La prima domanda l’abbiamo girata all’ufficio stampa di Montecitoro ieri, ottenendo risposta in serata: nel bilancio dell’assemblea di Montecitorio figurano 300 mila euro spesi nel 2011 al capitolo 130 sotto la voce “spese di trasferta del personale di scorta”. Si tratta delle trasferte della scorta di Fini? O di altro personale di scorta? Quale? Bene, l’ufficio stampa della Camera ha risposto chiaramente: al capitolo di spesa in oggetto possono accedere non solo il presidente attuale Gianfranco Fini, ma anche il capo del Copasir Massimo D’Alema, per particolari ragioni di sicurezza gli ex ministri Umberto Bossi e Roberto Maroni, l’ex sottosegretario Alfredo Mantovano, e i due predecessori di Fini Irene Pivetti e Fausto Bertinotti. Questo però, per la comunicazione di Montecitorio, «non modifica per nulla la versione data dalla Presidenza », ovvero che la resposabilità della sicurezza di Fini dipende dal Viminale, e che «si tratta solo di una mera questione contabile ».

Ma qui casca l’asino, perché da queste parole c’è la conferma – seppur indiretta – che le spese di trasferimento della scorta del presidente sono effettivamente a carico della Camera, pescando da quel bacino di 300mila euro messi a disposizione nel 2011 (capitolo che, a ben vedere, nel bilancio consuntivo è lievitato poi a 343mila euro). E dunque sarebbe parossistico pensare che il presidente di un organismo non sia a conoscenza della destinazione delle risorse di cui il medesimo organismo si dota con la propria legge di bilancio.

Poi c’è la seconda serie di domande rivolta ancora alla presidenza della Camera: l’abitudine della scorta di Fini di prenotare un albergo da una data all’altra indipendentemente dagli spostamenti dello scortato, è mai stata comunicata alla segreteria del presidente stesso? Se non era a conoscenza della presidenza della Camera come sembra sostenersi, su che base informativa l’ispettorato di polizia di Montecitorio ha scelto di fissare le camere nell’albergo di Orbetello per quel periodo? E se il presidente Fini avesse scelto quest’anno altre vacanze, cosa sarebbe accaduto? C’è un albergo prenotato e pagato per la sua scorta in ogni località turistica italiana? Magari anche all’estero?

La terza serie di domande riguarda la par condicio degli scortati: è emerso che non tutte le vacanze dei presidenti della Camera sono state eguali sotto il profilo della sicurezza. Per Fini vengono bloccate le camere per due mesi e mezzo, e anche se lui non va in vacanza una parte della sua scorta soggiorna lì. Per Fausto Bertinotti invece i poliziotti che lo proteggevano si muovevano solo al seguito, occupando stanze di albergo unicamente nel periodo di vacanza effettiva del presidente della Camera. C’è qualche ragione operativa per questa disparità di trattamento? Sono ad esempio protetti da scorta anche i famigliari di Fini, mentre non lo erano quelli di Bertinotti? Oppure è questione di sensibilità personale: Bertinotti (come Fini) conosceva nei dettagli l’organizzazione della sua personale sicurezza e chiese di limitarsi allo stretto necessario per non sprecare soldi pubblici?

Basterebbe la risposta a queste domande per avere un pizzico di verità in più. È nostro dovere farle. Liberi tutti di non rispondere, anche se in nessuna parte del mondo questa libertà sarebbe mai concessa a un uomo politico quando utilizza soldi pubblici.

È un tema etico ed economico, e naturalmente profondamente politico. Non siamo noi a pensare che il luogo adatto per queste risposte sia un’aula giudiziaria: ma se Fini ha scelto di procrastinare la verità fino a quel momento, meglio la verità lì che il muro di gomma che stiamo sperimentando in queste ore come già accadde nel passato.


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Bart