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Un’ossessione trasversale

27 Giugno 2013

di Michele Ainis
(dal “Corriere della Sera”, 27 giugno 2013)

In un memorabile saggio del 1927, Carl Schmitt individuò le categorie fondamentali della politica nella coppia amico-nemico. Come nell’estetica il bello si profila in opposizione al brutto, come nella morale il buono s’oppone al cattivo, così in politica ogni identità si forgia in contrasto all’identità dell’altro, dello straniero. E lo straniero è il tuo nemico, lo specchio che ti restituisce l’immagine rovesciata di te stesso. Da qui il cimento dei popoli in armi non meno che dei partiti in piazza, da qui la rissa permanente fra destra e sinistra, che ha scandito i vent’anni del bipolarismo all’italiana. Ma dov’è, qui e oggi, il nemico? Quali sembianze assume, mentre i vecchi antagonisti siedono l’uno accanto all’altro sui banchi del governo?

Fateci caso: negli ultimi mesi i partiti sono diventati afoni. L’assenza d’un nemico da combattere ne ha sfibrato il corpo, ne ha disseccato le energie, al pari dei guerrieri spartani reduci da mille battaglie, che poi tornati in patria morivano di malinconia. Vale per la maggioranza, vale – singolarmente – pure per l’opposizione. Dove il Movimento 5 Stelle è avvolto in una spirale autodistruttiva, che sommerge ogni progetto. La Lega Nord ha abbandonato Roma per rincantucciarsi nei propri territori, peraltro ormai scarsamente popolati dai suoi stessi elettori. E l’opposizione di Sel non è convinta, dunque non è nemmeno convincente. Del resto mettersi in trincea sarebbe un’impresa complicata, per un partito che si è presentato alle elezioni insieme alla principale forza di governo, e che esprime pur sempre la presidenza della Camera.

Nel silenzio dei partiti, un’unica voce risuona nei palazzi: quella del potere esecutivo. S’ascoltano dichiarazioni del premier, annunci dei ministri, promesse di decreti. È la rivincita delle istituzioni sulle segreterie politiche, che le avevano così a lungo sequestrate. Ma è anche il presagio d’uno Stato amministrativo, dove la gestione prevale sulla progettazione. E dove non c’è spazio per la politica, e non c’è nemmeno posto per i partiti politici. Loro lo sanno, o almeno ne avvertono confusamente il pericolo letale. Sicché reagiscono nell’unico modo che conoscono: cercandosi un nemico. E trovandolo, se non all’esterno, dentro le proprie fila. Ora la vitalità residua dei partiti si scarica su un nuovo bersaglio: il nemico interno.

Le prove? Scelta civica fa notizia solo per le baruffe quotidiane fra i suoi troppi colonnelli. Nella Lega il nemico è diventato Bossi, che ne era stato il fondatore. Il Movimento 5 Stelle ha già perso 6 parlamentari: un’espulsione al giorno toglie il medico di torno. Nel Pd Renzi è vissuto come una minaccia, non come una risorsa. Nel Pdl i falchi incrociano gli artigli con le colombe, ma la sentenza costituzionale sul processo Mediaset, e a seguire quella di Milano sul caso Ruby, hanno offerto all’unità del partito il suo antico nemico: il potere giudiziario. Tutto sommato Berlusconi dovrebbe ringraziare i magistrati.

C’è un che di claustrofobico in questo diffuso atteggiamento. C’è un disturbo paranoide nel concepire il tuo compagno come un sabotatore o un traditore. Ma non è forse il morbo di cui soffriamo tutti? L’anno scorso abbiamo contato 124 casi di femminicidio, per lo più fra le mura domestiche. Sono volatili gli affetti, i sodalizi culturali, i rapporti di lavoro. Perché abbiamo smarrito ogni fiducia, in noi stessi prima che negli altri. E disgraziatamente la politica non ci aiuta con l’esempio.


La scommessa è guadagnare un po’ di tempo
di Stefano Lepri
(da “La Stampa”, 27 giugno 2013)

I provvedimenti di ieri sui giovani e sul lavoro sono un esempio, modesto, di che cosa un governo può fare di buono nella situazione attuale. Il rinvio dell’aumento Iva, all’opposto, è un esempio assai significativo di come non si deve fare. Tanto più perché lo stesso errore rischia di ripetersi nei prossimi mesi.

Se i soldi nelle casse dello Stato non ci sono, coprire un calo di tasse da una parte con un aumento di tasse dall’altra non è necessariamente dannoso.
Si possono sostituire tributi che frenano di più la crescita economica con altri che la frenano di meno. Ma non è questo il caso.

Ricordiamo come ci siamo arrivati. Si parte dalla richiesta che il governo attui la principale promessa elettorale del Pdl, abolire l’Imu sulla prima casa. Il governo rinvia i versamenti e prende tre mesi per decidere. Frattanto arriva a scadenza il già deciso aumento dell’aliquota principale Iva: il Pd ribatte sostenendo che sarebbe meglio evitare questo.

Circa quattro miliardi in ragione annua da una parte, quattro miliardi dall’altra. Il Pdl rilancia, chiedendo di fare tutte e due le cose insieme: raddoppia la posta nel piatto, otto miliardi. Poco conta che le istituzioni internazionali e l’Europa ci ripetano che le tasse sul patrimonio, come l’Imu, sono le meno dannose alla crescita, seguite da quelle sui consumi, come l’Iva.

Sulle coperture il governo ha promesso una parola definitiva oggi. Resta alto il rischio che il rinvio dell’Iva sia compensato da aggravi di altre imposte sui consumi, se non addirittura da un anticipo dell’acconto Irpef (imposta sul reddito, più dannosa per la crescita). Dopodiché in Parlamento si riaprirà una gara fra i partiti per trovare coperture sostitutive, escogitando misure di «finanza creativa » (già ne circolano) o tagli di spesa irreali.

Già, i tagli di spesa. In teoria sono la maniera migliore di evitare un aumento di tassazione. In realtà una politica debole sa bene che per attuare tagli veri occorre colpire interessi concentrati, più capaci di vendicarsi rispetto alla massa diffusa dei contribuenti. Negli anni pre-crisi, tra l’altro, le spese erano cresciute più sotto i governi di centro-destra che sotto quelli di centro-sinistra, al contrario di quanto ci si poteva aspettare.

Per ridurre le spese in misura significativa occorre rivedere a fondo il funzionamento della macchina dello Stato: lavoro non breve per il quale all’attuale maggioranza manca la voglia oltre che la prospettiva di tempo. Si gradirebbero proposte dall’opposizione, dove però manca la competenza per elaborarle.

Proprio a causa delle risorse sprecate per tener dietro alla demagogia tributaria, sono limitate le risorse per l’impiego dei giovani. Se non altro il provvedimento è mirato con attenzione, sulla base dei dati, verso la tipologia più sfavorita nel momento attuale.
La scommessa di Enrico Letta sembra di prendere tempo nel modo più decente possibile, in attesa che la situazione migliori. Ma, a parte un barlume di ripresa economica, che cosa può portarci l’autunno?


Lodo Mondadori, tregua per l’estate
di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 27 giugno 2013)

Cinquecentosessanta milioni di euro, più di mille miliardi delle vecchie lire che regolavano l’economia nell’Italietta in cui Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi si scontrarono frontalmente per il controllo della Mondadori, dell’Espresso e di Repubblica: a tanto ammonta il risarcimento che Berlusconi ha già dovuto versare a De Benedetti, e che oggi potrebbe diventare definitivo ed irrevocabile.

Sono soldi che il Cavaliere ha già materialmente sborsato. Ma ciò non toglie che se anche la Cassazione – che dovrebbe render nota la sua decisione dopo l’estate – gli darà torto, dopo le batoste sui diritti tv e sul caso Ruby, il 2013 giudiziario di Berlusconi inizierebbe a somigliare a una catastrofe.

La terza sezione civile della Cassazione affronta oggi l’ultimo round di una battaglia iniziata nel remoto 1990, e proseguita da allora in un alternarsi di vittorie, di ribaltamenti, di accuse, di accordi. Alla fine, Berlusconi si tenne i libri e i periodici, l’Ingegnere si tenne i quotidiani e l’Espresso. Ma fu un accordo, dicono i giudici, figlio di un delitto: la corruzione di un magistrato dell’epoca, Vittorio Metta, comprato da Previti perché desse ragione a Berlusconi.

Dopo la condanna di Previti e Metta, De Benedetti ha fatto causa a Berlusconi. Ne è nata la famosa sentenza dei 750 milioni di risarcimento sanciti nel 2009 dal giudice Raimondo Mesiano a favore della Cir, la holding debenedettiana. In appello, il risarcimento venne ridimensionato: 560 milioni. Ma si trattò ugualmente di una botta senza precedenti.

E, a differenza di Mesiano, i giudici di secondo grado accompagnarono la sentenza con giudizi pesanti sul ruolo di Berlusconi, che nel processo penale era uscito per prescrizione, e che invece nella sentenza civile venne indicato apertamente come colui che non poteva non sapere: «È certo, essendo il contrario addirittura irreale, che il dominus della società in persona abbia promosso ovvero consentito la condotta criminosa, concretamente realizzata con denaro suo ed a suo illecito profitto ».


La magistratura di Milano? Un potere separatista
di Filippo Facci
(da “Libero”, 27 giugno 2013)

L’equivoco prosegue da una vita: un sacco di gente pensa che esista una sinergia collaudatissima tra i comportamenti della politica e le decisioni della giustizia, come se da qualche parte ci fosse una camera di compensazione in cui tutti i poteri (politici, giudiziari, burocratici, finanziari) contrattassero l’uno con l’altro e rendessero tutto interdipendente. Molti ragionano ancora come Giorgio Straquadanio sul Fatto di ieri: «Questo clima pacifico porta a Berlusconi una marea di benefici, l’aggressione giudiziaria è destinata a finire… c’è da aspettarsi che le randellate travestite da sentenze, così come gli avvisi di garanzie e le inchieste, cessino ». Ora: a parte che solo una nazione profondamente arretrata potrebbe funzionare così, questa è la stessa mentalità che ha contribuito al crollo della Prima Repubblica, protesa com’era a trovare il volante «politico » di inchieste che viceversa avevano smesso di averne uno. In troppi, in Italia, non hanno ancora capito che non esiste più niente del genere, se non, in misura fisiologica e moderata, a livello di Quirinale-Consulta-Csm. Ma per il resto procure e tribunali fanno quello che vogliono: basta un singolo magistrato e arrivederci. L’emblema ne resta Milano, dove la separatezza tra giudici e procuratori non ci si preoccupa nemmeno di fingerla: la magistratura, più che separato, è ormai un potere separatista.


In Italia resta un lusso la libertà sessuale
di Vittorio Sgrabi
(da “il Giornale”, 27 giugno 2013)

Dall’Italia di Pasolini a quella di Khomeini. Qualunque giovane omosessuale può rivendicare libertà e diritti (e anche interessi) che una giovane donna non può più rivendicare senza essere chiamata prostituta. Pasolini fu processato per avere avuto rapporti sessuali con tre ragazzi minorenni, suoi studenti, e assolto perché essi dichiararono di essere stati consenzienti. E in quel caso c’era anche la concussione, perché il docente, in cambio di servizi e attenzioni sessuali, poteva garantire buoni voti e promozioni.
Oggi Pasolini sarebbe condannato a 7 anni, ma solo se avesse avvicinato studentesse. Nell’Italia dominata da sacerdotesse in tribunale, la libertà sessuale è considerata un reato.

***

Dopo anni di crisi il Museo Madre di Napoli, amministrato ed economicamente sostenuto dalla Regione, riprende l’attività con un curatore perfettamente omologato alla cultura dominante sul piano estetico, sul piano ideologico, sul piano politico. Il governo regionale è incapace di esprimere idee e persone autonome e libere, e si lascia abbagliare dalla finzione dei «curatori indipendenti ». Persino Cicelyn era più autonomo e originale di Andrea Villani con il suo curriculum di Mambo, Rivoli, Kassel, con le inevitabili mostre di arte povera e i nomi originalissimi di Pistoletto, Mario Merz, Giulio Paolini. Tutto come prima. Non ci sono artisti né giovani né nuovi. Napoli non ha un angolo per Elio Waschimps, ultraottantenne, né per gli allievi delle accademie. Non c’è spazio per Ivan Theimer o per Lino Frongia, per Luigi Serafini o per Giuseppe Ducrot. Sempre gli stessi, come in una dittatura: Joseph Beuys, Joseph Kosuth, Carl Andre. Il Madre è matrigna per tutti gli artisti napoletani e per tutti i non allineati. Complimenti all’assessore alla Cultura per la scelta, naturalmente garantita da una commissione di conformisti, perché l’arte non deve essere libera ma controllata dai poteri economici. Nel Sud si chiama mafia.

***

Sarebbe forse opportuno, rispetto al fraintendimento costante delle mie affermazioni da parte di Oliviero Toscani, come di alcuni giornalisti, chiarire che non ho mai negato l’esistenza della mafia. Ho semplicemente riferito, nel modo più limpido e onesto, del mio lavoro di sindaco di Salemi, dove ho vissuto un’esperienza politica senza alcun condizionamento mafioso. Il resto è letteratura, pettegolezzo e cattivo giornalismo. Contestualmente ho indicato, nel totale silenzio dei cosiddetti «professionisti dell’antimafia », gli interessi della mafia nell’eolico (quando tutti tacevano o facevano finta di non vedere), negati o ignorati dai Toscani e dai «giornalisti antimafia ». E ciò mentre aziende dell’eolico e del fotovoltaico sponsorizzavano iniziative dappertutto. Denuncio la mafia dove la sospetto e la vedo, non dove il pettegolezzo e la retorica la vogliono vedere per forza. Io sono stato a Salemi poco più di due anni e ho fatto moltissime cose in assoluta libertà.


Non solo gol. Diano certezze
di Sarina Biraghi
(da “Il Tempo”, 27 giugno 2013)

Cercasi certezza, disperatamente. Pensavamo che il governo di larghe intese fosse anche di largo respiro ed invece ci ritroviamo un governo che vivacchia e giorno dopo giorno prende tempo rinviando ogni decisione. Democristianamente. Congelato, per l’estate, il pagamento della rata dell’Imu. Rinviato l’aumento dell’Iva almeno fino ad ottobre. Sgravi sperimentali per chi assume gli under 29. Misure per cui servono coperture: solo per lo slittamento dell’Iva ci vuole un miliardo che il governo prenderà da una tassa sulle sigarette elettroniche e dai rincari sugli acconti fiscali di Irpef, Ires e Irap e sui versamenti sulle ritenute bancarie.

Una coalizione che, malgrado le sentenze, resta unita dal collante crisi e Napolitano, anziché rischiare di provocare l’ingorgo fiscale d’autunno, potrebbe pensare a qualcosa di più innovativo e non al solito giochino «tassa scaccia tassa » che si trasforma inevitabilmente in una stangata. Insomma il «pacchetto » di Saccomanni può sembrare un «pacco » alla napoletana ma l’obiettivo è scollinare, superare l’estate magari trascorrendo qualche giorno di villeggiatura in un agriturismo.

Perché si sa, l’Europa non solo ci guarda, ma ci lega tanto che anche per le eventuali scelte o rotture politiche è tutto rinviato al 22 settembre, quando ci saranno le elezioni in Germania.

Insomma, nessuna tensione in campo avendo il governo segnato due gol. Gli italiani guardano la Confederations Cup, per vedere i gol. Da questo governo vorrebbero più certezza. Quella che ha dato ieri sera Berlusconi a Napolitano: malgrado le sentenze non c’è nessuna voglia di tirare il pallone sugli spalti.


Referendum per le libertà non folklore
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 27 giugno 2013)

Ciò che non può fare un partito impegnato in un governo di larghe intese, può fare un movimento di scopo che non ha alcuna responsabilità diretta nell’esecutivo e può portare avanti tutti le battaglie politiche che vuole. Il Pdl non può porre al centro dell’azione di governo il nodo della giustizia sollevato con il massimo clamore dalla sentenza di Milano tesa a liquidare per via giudiziaria dalla scena politica il leader riconosciuto ed incontrastato del centro destra? Se lo facesse Rosi Bindi si straccerebbe le vesti, mezzo Partito Democratico scenderebbe in piazza, Enrico Letta sarebbe costretto a meditare se dimettersi o meno ed il Capo dello Stato tornerebbe a minacciare di lasciare anzitempo il Quirinale per non sciogliere le Camere e mettere i partiti di fronte alle loro responsabilità? Se tutto questo è vero e se in nome della regola della “riduzione del danno” il centro destra non può rilanciare la questione dell’uso politico della giustizia per non favorire la nascita di un nuovo governo più spostato a sinistra e più animato da furore giustizialista, l’unica strada percorribile è quella di sposare i referendum sulla giustizia lanciati dai radicali e di sostenere un movimento per le garanzie dei cittadini e la difesa dello stato di diritto che si affianchi e rafforzi l’iniziativa lanciata da Marco Pannella.

Nessuno s’illude che l’arma del referendum possa risultare decisiva e creare finalmente le condizioni per attuare misure che vanno dalla separazione delle carriere alla responsabilità civile dei magistrati. L’esperienza amara del passato insegna che anche quando i referendum hanno avuto esito positivo, i Parlamenti dominati dalle lobby e dalla caste hanno avuto sempre la meglio sulle richieste votate dalla maggioranza degli italiani. Ma il problema non è solo quello del risultato. Il problema, in questo momento, è soprattutto dato dalla necessità di riaccendere nella società italiana la scintilla della rivolta contro la cultura che persegue la sopraffazione dei diritti individuali dei cittadini sotto la maschera della legalità formale e della voluta confusione tra legge e morale. La vicenda clamorosa delle sentenze ad personam contro Berlusconi e la minaccia delle iniziative giudiziarie contro chiunque osi schierarsi dalla sua parte ( l’incriminazione del testimoni a favore nel processo Ruby è un segnale fin troppo chiaro in questo senso) rappresentano solo la spia di un fenomeno molto più ampio.

Che non riguarda solo il Cavaliere e la sua cerchia di amici ed amiche ma che si estende all’intera società italiana o, almeno, a quella parte maggioritaria che non gode della protezione delle lobby mediatico-giudiziarie che difendono i propri privilegi conculcando i diritti individuali dei cittadini. I referendum, dunque, diventano uno strumento di ribellione contro l’oppressione culturale, politica, giudiziaria. Uno strumento che ha sicuramente dei limiti ma che ha almeno il merito di fornire una risposta politica e di popolo alle prevaricazioni di una casta sempre più arrogante e prepotente. Referendum, dunque, sulla giustizia e per le libertà individuali. Sempre meglio che il nulla o, peggio, le caricature del nulla di Piazza Farnese!


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Bart