Vacui riformatori veri resistenti
di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 27 ottobre 2012)
Sarebbe, in un certo senso, rassicurante attribuire le crescenti difficoltà parlamentari del governo Monti â— dalla bocciatura dei tagli nella sanità allo stop sui tagli alle spese delle Regioni â— solo alle fibrillazioni della campagna elettorale. Si potrebbe infatti dedurne che, se non fosse per la vicinanza delle elezioni, ci sarebbe più spazio per incidere sulla spesa e le sue disfunzioni. Ma non è così. Perché non sono solo i partiti ma un intero, variegato ma potentissimo, «blocco politico- amministrativo-giudiziario » a mettersi di traverso non appena si cerca di incidere (anche solo blandamente, come ha fatto fin qui, per lo più, il governo Monti) i bubboni del nostro sistema pubblico. Si pensi alle recenti sentenze della Corte costituzionale: dalla bocciatura dei tagli agli stipendi di magistrati e alti funzionari fino al «no » a un modesto provvedimento che mirava a ridurre i tempi della giustizia civile. Il premier Monti ha detto che l’Italia non ha bisogno di moderazione ma di «riforme radicali ». Se non che, quel blocco politico- amministrativo-giudiziario di cui sopra è in grado di sabotare (con i più vari strumenti) persino le riforme blande. Figurarsi che cosa riuscirebbe a fare se qualche aspirante suicida politico si mettesse davvero in testa di fare tutte le «riforme radicali » che sarebbero necessarie: ne sa qualcosa il ministro Fornero che di riforme radicali, sfruttando la condizione di emergenza in cui si trovava l’Italia, è riuscita a farne almeno una, quella delle pensioni, e ha potuto constatare di persona quanto potente sia stato, e sia tuttora, il contrattacco. Per riforme radicali si devono intendere, logicamente, quelle capaci di modificare in profondità lo status quo. In Italia, significherebbe incidere sul sistema pubblico, ridurne il peso sulla società e, insieme, costringerlo a una maggiore efficienza, passare da un sistema pubblico grasso e inefficiente a uno magro e efficiente. Chi può avere la forza per fare una rivoluzione di questa portata? La resistenza degli interessi consolidati è tale che fare quella rivoluzione richiederebbe un «centro » (un governo), non forte ma fortissimo, così forte da piegare e sconfiggere gli innumerevoli poteri di veto che stanno a difesa di quegli interessi consolidati. Si consideri che i tanti cani da guardia che proteggono il sistema pubblico così come è vivono, per lo più, in un mondo tutto loro. Sono autarchici, se non autistici. Nulla può a loro importare degli stringenti vincoli europei o del fatto che, Europa o non Europa, se non si abbassano le tasse tagliando la spesa pubblica, non c’è possibilità di rilanciare la crescita, non c’è altro destino possibile se non il declino e l’impoverimento collettivo. La sola cosa che conta per quei cani da guardia è fare blocco intorno a supposti diritti acquisiti e a interessi consolidati, della più varia e diversa natura, ma tutti alimentati e garantiti attraverso la spesa pubblica. Non in tutte le democrazie ci sono poteri di veto così forti, ramificati e diffusi. Scontiamo in tutta la sua drammatica ampiezza il danno dovuto a un grande fallimento. Il fallimento di quella riforma costituzionaleâ— di cui si parla inutilmente dalla fine degli anni Settanta dello scorso secolo â— che, dando più forza istituzionale al governo, avrebbe dovuto, e potuto, spuntare le unghie dei troppi cani da guardia.
La condanna di Berlusconi. Bindi sparge solo veleni
di Roberto Scafuri
(da “il Giornale”, 27 ottobre 2012)
La notizia irrompe come breaking news sulle reti america ne impegnate nelle Presidenziali e anche sulla Bbc, rimbalza sui siti Web d’informazione,monopoliz za per ore il traffico su Twitter co me su Facebook . Ma non c’ènulla come una condanna a Berlusconi che in pochi istanti riesca a far rie mergere vizi e virtù del teatrino po litico di casa nostra.
Il Pdl si ricompatta d’incanto e, come un sol uomo, difende il suo fondatore e leader. L’opposizio ne, invece, si divide in tre-quattro posizioni, con la vicepresidente della Camera e presidente del Pd, Rosy Bindi, che non riesce pro prio a contenere i propri senti menti. Si definisce «inquieta », in quanto questa sentenza «anche se non è definitiva, rivela la gravità dei comportamenti di un impor tante imprenditore italiano, che è stato a lungo presidente del Consi glio. Ora è più evidente quanto ab bia pesato sulla politica e la vita del Paese il suo ingombrante con flitto d’interessi. Alla luce di que sta sentenza la rinuncia di Berlu sconi a ricandidarsi appare di un tempismo perfetto ». Dietrologie e rimpianti. Spunta no gioie dichiarate ( il popolo viola si dà appuntamento per un im provvisato brindisi stradale) e ne mici di sempre. Tornano però a manifestarsi anche l’affetto e la so lidarietà dell’intero centrodestra e non solo,l’«angoscia »del fedelis simo Sandro Bondi, l’«umana comprensione e il grande dispia cere » di Rocco Buttiglione. «Ho ri spetto verso le persone, verso la magistratura. Io penso innanzitut to che dal punto di vista politica si sia chiusa un’epoca »,si limita a di re Massimo D’Alema. E mentre Dario Franceschini è trincerato dietro un singolare «Berlusconi non è più oggetto di confronto po litico », Gianfranco Fini oppone il suo gelido: «Non commentavo ie ri le sentenze, non lo faccio oggi ». Pieferdinando Casini rifiuta di «speculare sui guai di Silvio », An tonio Di Pietro invece ci si tuffa che è un piacere: «Giustizia è fat ta, la verità è venuta a galla. Berlu sconi pensava solo a salvare i pro pri affari e la propria impunità. Si è chiusa un’epoca,ma ci ha fatto pa gare prezzi altissimi ».
Da parte del centrodestra, però, la reazione è stata durissima. Il ca pogruppo dei deputati, Fabrizio Cicchitto, non esita a definire «ten tato omicidio politico » una sen tenza che vede non solo la condan na penale, ma anche l’interdizio ne dai pubblici uffici. «Uso politi co della giustizia, lo diciamo non da oggi ». Anche per il segretario Angelino Alfano, il primo a com mentare sulle agenzie, la senten za, «inaspettata e incomprensibi le, è l’ennesima prova di accani mento giudiziario ». Conferma «anni e anni di accanimento », di ce anche Paolo Bonaiuti, certo che «nei prossimi gradi di giudi zio, Berlusconi troverà un giudice a Berlino ». Di sicuro ribaltamento della condanna nei prossimi gra di di giudizio sono convinti un po’ tutti: dalla Carfagna alla Brambil la, da Nania a Napoli.
Eppure Ste fania Prestigiacomo ritiene evi dente il manifestarsi, da parte dei magistrati, di «un odio cieco »; «una magistratura militante che impegna risorse da anni per con dannare Berlusconi », come attac ca Mariastella Gelmini. Sconcer to, incredulità, sgomento vengo no espressi in un’impressionante successione da tutti gli esponenti del Pdl. Ma se Berlusconi «fa anco ra così paura » (come dichiara Eli sabetta Alberti Casellati), ecco al lora che sarebbe proprio il caso di ripensarci e «tornare in campo ». Lo chiedono con toni e accenti di versi Giancarlo Galan, Daniela Santanché e Alessandra Mussoli ni. Chissà che non diventi una pos sibilità effettiva, di cui si avverte tutto l’eco nelle parole di Domeni co Gramazio, a metà strada tra profezia e annunciazione: «Man cava solo la presenza della magi stratura, ora la campagna elettora le può iniziare ».
La condanna di Berlusconi. Per le toghe Berlusconi è l’unico che “non poteva non sapere”
di Gabriele Villa
(da “il Giornale”, 27 ottobre 2012)
Qualcuno doveva «per forza » sempre sapere e qualcun altro poteva «tranquillamente » non sapere. È una curiosa filastrocca, quella che si sente oramai recitare spesso in certe aule di giustizia. Dove la giustizia naturalmente è uguale per tutti.
Uno che per esempio deve, doveva, e, presumibilmente, dovrà sempre sapere «per forza » ciò che accade attorno a lui, anche se qualcosa accadesse a mille chilometri di distanza da lui medesimo, è il Cavaliere, il solito, predestinato, colpevole di tutte le malefatte di questo Paese, Silvio Berlusconi.
Per contro, la lista di coloro che invece possono, potevano e, presumibilmente, potranno non sapere anche in futuro, è piuttosto lunga e quindi, per non trasformare l’edizione odierna del nostro Giornale in una sorta di dizionario, prenderemo giusto qualche lettera a caso dell’alfabeto dei personaggi politici per offrire solo qualche esempio significativo.
Vi ricordate Filippo Penati? Massì, certo, l’ex braccio destro di Pier Luigi Bersani ed ex vice presidente del Consiglio regionale lombardo. Quando rivestiva la carica di presidente della Provincia di Milano, Penati comprò a prezzi stratosferici le azioni della Serravalle dall’imprenditore Marcellino Gavio che sembra proprio che ricompensò a sua volta, il partito mettendo a disposizione 50 milioni di euro di plusvalenza per la scalata dell’Unipol alla Bnl. Affare non proprio chiarissimo di cui si è parlato discretamente sui giornali. Ma il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, che pure non ha mai negato di aver messo Penati per un anno a capo della segreteria politica, si è affrettato solo e sempre a dire: «Io? Io non lo sapevo. Non ho mai saputo niente su che cosa faceva lassù in Lombardia ». D’accordo, Penati non era il tesoriere dei democratici ma in questo caso i magistrati si sono sempre fidati della parola del Pier e del suo «non sapevo niente ». «Occhio perché io querelo – ha persino detto via radio e sui giornali Bersani – perché sul mio rapporto con Penati sento fanfaluche incredibili ».
Perché non credergli dunque?E perché non credere ad un altro integerrimo come l’esterrefatto degli esterrefatti, Gianfranco Fini a proposito della sua estraneità alla ben nota vicenda della casa monegasca. Pensate che Gianfry, anche messo sotto pressione dal nostro quotidiano, anche inchiodato dall’evidenza ha sempre ripetuto: «La vendita dell’appartamento è avvenuta il 15 ottobre 2008 ma sulla natura giudica della società acquirente e i successivi trasferimenti non so assolutamente nulla. Qualche tempo dopo la vendita ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l’appartamento. La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere facilmente intuite. Non sapevo che la casa di Montecarlo fosse stata ristrutturata e affittata a mio cognato ». Buona fede, no? E che dire delle dichiarazioni di Francesco Rutelli, sempre giudicate attendibili dalla Procura di Roma a proposito dell’attività di un suo discreto conoscente: Luigi Lusi, il suo ex tesoriere alla Margherita: «Le attività di Lusi sono state condotte solo per il suo tornaconto personale, al di fuori di ogni mandato, e a totale insaputa mia e del gruppo dirigente della Margherita ». Una questioncella di appropriazione di 18-20 milioni di cui si può ben non sapere nulla.
A maggior ragione se Lusi è sempre stato considerato un collaboratore fidatissimo di Rutelli tanto che è stato proprio lui ad affidargli le chiavi della tesoreria del partito e a insediarlo poi nella stanza dei bottoni del Partito democratico.
E il rigoroso Antonio Di Pietro? Si è beccato persino il tapiro dalla banda di Striscia la notizia per il candore di «uomo che non sapeva nulla ». Già, perché è rimasto «sorpreso, stupito e sconcertato » nello scoprire che Vincenzo Maruccio, capogruppo dell’Idv al Consiglio regionale del Lazio e suo stretto collaboratore fosse indagato per peculato. All’esponente regionale dell’Idv, in particolare, sono stati contestati assegni, prelievi in contanti e bonifici non proprio trasparenti, Pensate che lo stesso Tonino ne aveva sponsorizzato la candidatura con grandi attestati di stima. Quindi la sua sorpresa è comprensibile. Soprattutto quando allarga le braccia e dice: «Mi è dispiaciuto molto ».
Berlusconi si sfoga dopo la sentenza: «Sono tentato di espatriare »
di Alberto Gentili
da “Il Messaggero”, 27 ottobre 2012)
ROMA – A dargli la brutta notizia è stato Niccolò Ghedini. Una telefonata veloce e imbarazzata dal Tribunale di Milano alla residenza di Arcore. Silvio Berlusconi, raccontano, ha reagito con rabbia: «Mihanno voluto sfregiare di nuovo nonostante il mio passo indietro dalla politica. Quei giudici rossi mi braccano da anni e non abbandonano la preda. Qui viene davvero voglia di espatriare, di andare a vivere all’estero. Questo è un Paese invivibile ».
Uno sfogo che minuto dopo minuto ha lasciato posto all’amarezza. «Continua la caccia all’uomo, quelli non si fermano davanti a nulla, mi vogliono vedere morto », ha detto il Cavaliere a un interlocutore al telefono. Poi, cercando di mettere in fila i pensieri: «La verità è che ancora mi temono. Sanno che anche se non sarò candidato alla premiership la mia presenza in politica sposta milioni di voti, dunque l’accanimento continua. Ma è tutto così assurdo, campato in aria… Io in quegli anni ero premier e non mi occupavo delle mie aziende. Come potevo commettere quelle frodi?! ».
A metà pomeriggio, mentre su Arcore si abbatteva una pioggia fitta e nebbiosa, è arrivata la telefonata di Daniela Santanché. La pasionaria gli ha lanciato un appello: «Devi restare, devi tornare in campo, ripensare al passo indietro. Senza di te si ammaina la bandiera del garantismo e torniamo nelle tenebre del giustizialismo. Il Paese finisce nelle mani dei giudici ». Berlusconi ha tentennato. Poi ha respinto l’avance: «No, ormai è tardi, ormai ho detto che passo la mano e che ci saranno le primarie. Non si può cancellare tutto ».
Cresce piuttosto la voglia di «mollare tutto ». Di lasciare l’Italia dopo questa prima condanna. Tanto più che tra non molto arriverà la sentenza sul caso-Ruby e in settimana è prevista la partenza per Malindi. Una nuova vacanza (passeggiate, dieta e buone compagnie) nel resort di Flavio Briatore. Lì lo seguirà anche l’amico Ennio Doris, il patron di Mediolanum. «Quando non si può contare sull’imparzialità dei giudici un Paese diventa incivile, barbaro, invivibile e cessa di essere una democrazia. E’ triste, ma la condizione dell’Italia è questa », dirà il Cavaliere alle 18.30 in un collegamento telefonico con Studio Aperto, uno dei tiggì di cui è editore.
Nella stessa telefonata, Berlusconi ha respinto con forza l’ipotesi che il suo passo indietro fosse collegato alla sentenza: «Nessun collegamento. Ero certo di essere assolto da un’accusa totalmente falsa e fuori dalla realtà. Io e i miei avvocati eravamo assolutamente certi dell’assoluzione ».
Eppure, nel Pdl, c’è chi suggerisce l’esistenza di un legame tra la sentenza e l’annuncio di mercoledì. Che, insomma, il Cavaliere abbia voluto anticipare i giudici. Lanciargli un messaggio: me ne vado da solo. Sperando nella loro indulgenza e che gli fosse concesso l’onore delle armi. E, soprattutto, evitare che fosse l’odiato Tribunale di Milano a risultare, alle cronache e alla storia, come la vera causa del suo beau geste. Allora, altro che padre nobile del Pdl, altro che suggeritore della nuova covata di giovani berlusconiani.
Alle sei di sera Berlusconi ha deciso di uscire allo scoperto per professare la sua innocenza in tv. Ha cominciato proprio smentendo l’esistenza di un legame tra la sua rinuncia a candidarsi a premier e la condanna: «Ero certo di essere assolto da un’accusa totalmente fuori dalla realtà. Questa è una condanna che posso tranquillamente definire politica, incredibile e anche intollerabile. Non si può andare avanti così ».
Lo sfogo televisivo di Berlusconi non si è fermato con queste parole. E’ proseguito cercando di dimostrare l’infondatezza del teorema accusatorio dei giudici di Milano: «Questa sentenza assurda è la prova provata di un vero e proprio accanimento giudiziario e dell’uso della giustizia che è di lotta politica. L’accusa mi vorrebbe socio occulto di due imprenditori americani che io non ho mai neppure conosciuto. Quest’accusa non ha nessun riscontro con la realtà: ci sono anzi molte prove contrarie e due assolutamente inoppugnabili, che escludono assolutamente questa eventualità. Se io fossi stato socio di questi imprenditori, sarebbe bastata una mia telefonata ai responsabili dell’ufficio acquisti di Mediaset per determinare l’acquisto dei diritti che loro volevano vendere, senza che ci fosse bisogno di pagare nessuna tangente. Ma soprattutto, se fossi stato socio di questi imprenditori, sarei venuto immediatamente a conoscenza del pagamento di una tangente oltretutto così elevata, 15 milioni di euro, ai responsabili dell’ufficio acquisti di Mediaset e non avrei potuto far altro che provvedere all’immediato loro licenziamento, visto oltretutto che da questi responsabili passavano acquisti di diritti televisivi per oltre 750 milioni all’anno, non solo i 35 milioni di questi due imprenditori. Nessun imprenditore si sarebbe potuto comportare diversamente consentendo ai responsabili del suo ufficio acquisti di continuare a rubare a danno suo e della sua azienda ».
Non solo. Berlusconi ha poi snocciolato le solite cifre, volte a dimostrare l’accanimento contro di lui: «Senza dubbio è una sentenza politica, come sono politici i tanti processi che si sono inventati a mio riguardo: più di 60 procedimenti, più di mille i magistrati che si sono occupati di me e del mio gruppo, abbiamo subito 188 visite della polizia giudiziaria e della Guardia di Finanza e si sono tenute 2.666 udienze in 18 anni, più di 400 milioni abbiamo dovuto spendere per avvocati e consulenti e poi ci sono quei 564 milioni che ho dovuto versare a De Benedetti per quella che non è la rapina del secolo ma la rapina del millennio ».
Mediaset, Berlusconi condannato a 4 anni. I giudici: “Dominus indiscusso”
di Giovanna Trinchella
(da “il Fatto Quotidiano”, 26 ottobre 2012)
“Un’evasione fiscale notevolissima”. I giudici di Milano, ed è la prima volta che accade per il reato di frode fiscale, hanno condannato Silvio Berlusconi a quattro anni. Per quella catena di intermediari e società schermo che avrebbero permesso di gonfiare i costi d’acquisto dei diritti dei film da trasmettere in tv per creare fondi neri. E’ tutto qui il processo sui diritti Mediaset che, con mastodontiche consulenze e una infinita lista di testimoni, ha impiegato quasi sei anni di dibattimento. I giudici, presieduti da Edoardo D’Avossa, hanno inflitto tre anni al produttore cinematografico Frank Agrama, considerato dalla Procura di Milano il “socio occulto” e dai giudici “vero mandatario” del Cavaliere in questa colossale truffa al Fisco: quantificata in 17,5 miliardi di lire nel 2000; in 6,6 milioni di euro nel 2001, in circa 4 milioni nel 2002, e in circa 2 milioni nel 2003. “Non è sostenibile che la società abbia subito truffe per oltre un ventennio senza neanche accorgersene”; per i giudici Berlusconi era il “dominus indiscusso” e c’è stato “un preciso progetto di evasione esplicato in un arco temporale ampio e con modalità sofisticate”. La riflessione dei magistrati si argomenta così: “Il sistema” dei diritti tv aveva un “duplice fine”: una “imponente evasione fiscale” e la “fuoriuscita” di denaro “a favore di Silvio Berlusconi” che ”rimane al verticedella gestione dei diritti” e del meccanismo fraudolento anche “dopo la discesa in campo”, perché “non c’era un altro soggetto” a gestire il sistema di frode. I giudici nelle motivazioni contestuali richiamano anche verdetto della Cassazione sul caso Mills, che prosciolse l’avvocato inglese per prescrizione dall’accusa di corruzione giudiziaria, ma attribuì al Cavaliere la paternità dei versamenti sui suoi conti: “Il giro dei diritti si inserisce in un ricorso più generale a società off-shore create da Berlusconi affidandosi a fidatissimi collaboratori”. Ma non solo perle toghe il comportamento di Berlusconi, nell’ambito del processo Mediaset sui diritti tv, dimostra una “naturale capacità a delinquere” per perseguire “il disegno criminoso”. L’ex premier viene ritenuto l’”ideatore” del sistema fraudolento e “non si può ignorare la produzione di un’immensa disponibilità economica all’estero ai danni dello Stato e di Mediaset che ha consentito la concorrenza sleale ai danni delle altre società del settore”.
Il dispositivo. Il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, invece è stato assolto per “non aver commesso il fatto”, mentre al manager Daniele Lorenzano è stata inflitta una condanna a 3 anni e 8 mesi. Un’altra manager Gabriella Galetto è stata condannata a un anno e due mesi. Le pene sono condonate nella misura di tre anni grazie all’indulto (articolo 1 della legge 241 del 2006, ndr). Per l’ex presidente del Consiglio i giudici hanno stabilito tutte le pene accessorie previste dal codice: l’interdizione dai pubblici uffici per tre anni (che diventerà esecutiva se e quando la sentenza passerà in giudicato e dopo il terzo grado, ndr), l’incapacità a contrattare con la pubblica amministrazione, l’interdizione dalle funzioni di rappresentanza e assistenza in materia tributaria e l’interdizione perpetua dall’ufficio di componente della commissione tributaria. I giudici hanno disposto un versamento a titolo di provvisionale di 10 milioni di euro da parte degli imputati condannati all’Agenzia delle Entrate. La sentenza dovrà essere pubblicata nella sua interezza sul Sole24ore.
Condanna più alta della richiesta del pm. I magistrati giudicanti hanno superato di quattro mesi la richiesta dell’accusa nei confronti del leader del Pdl. Il pm Fabio De Pasquale aveva chiesto 3 anni e 8 mesi e in requisitoria aveva detto che Silvio Berlusconi “aveva lasciato le sue impronte digitali“ sul sistema “truffaldino” di ”maggiorazione dei costi” dei diritti tv acquistati da Mediaset, tra il 1994 e il 1998. C’era lui secondo la pubblica accusa “all’apice della catena di comando del settore’‘ ed era lui ad avere “il controllo su Fininvest, che ha organizzato la frode”. E sempre all’ex presidente del Consiglio poi ”sono riconducibili i conti bancari dove sono stati versati i fondi neri”, che sarebbero stati realizzati con le compravendite ‘gonfiate’. Quello sulle presunte irregolaritànella compravendita dei diritti tv da parte di Mediaset, davanti ai giudici della prima sezione penale è uno dei tre processi milanesi in corso a carico dell’ex premier, oltre a quello sul caso Ruby e all’altro con al centro la fuga di notizie sull’intercettazione Fassino-Consorte ai tempi della scalata alla Bnl. Per la vicenda ‘Mills’, invece, a febbraio era stata decretata la prescrizione (le parti hanno tempo fino ai primi di luglio per ricorrere in appello), mentre per il caso Mediatrade la Cassazione ha confermato nei giorni scorsi il proscioglimento di Berlusconi. Un’assoluzione questa, in un procedimento ‘parallelo’ sempre sui diritti tv, di cui i giudici della prima sezione, secondo gli avvocati Ghedini e Longo, avrebbero dovuto tenere conto.
Il sistema per creare fondi neri. Nello schema delineato dall’accusa, i dirigenti Fininvest/Mediaset, avvalendosi di intermediari e società compiacenti, avrebbero, infatti, gonfiato i costi d’acquisto dei diritti dei film da trasmettere in tv (“3 mila titoli in 4 anni, comprati con 12 mila passaggi contrattuali”) per creare fondi neri. E così, stando all’imputazione, nei bilanci Mediaset degli anni 2001-2002-2003 sarebbero finiti “circa 40 milioni di euro di costi gonfiati”. E i soldi ottenuti dalla presunta frode? Secondo il pm,”circa 250 milioni di dollari sono rimasti nel ‘comparto riservato’ (il cosiddetto ‘gruppo B’, ndr) di Fininvest”. E queste”società nascoste”’ – alcune delle quali, “quelle maltesi” in particolare, avrebbero avuto un ruolo nelle “vendite fittizie e ‘spezzettate”’ – erano, ha affermato De Pasquale, “proprio di Berlusconi come persona fisica”. Allo stesso ex premier poi,”che era anche, da tempo immemorabile, in stretti rapporti col produttore americanoFrank Agrama (per lui chiesti 3 anni e 8 mesi di condanna, ndr)”, sarebbero riconducibili anche “i conti bancari” da cui sarebbe transitata ”la cresta”: quei presunti fondi neri passati per “conti svizzeri e delle Bahamas o in quelli del fiduciario Del Bue di Arner Bank” e poi “usciti con prelievi in contanti”. Una ricostruzione che oggi i giudici sembrano aver accolto. Un anno fa circa i giudici, su richiesta della Procura, aveva riconosciuto la prescrizione del reato a un imputato eccellente: l’avvocato David Mills, già condannato per essere stato corrotto da Berlusconi per mentire in due processi. La Cassazione, confermando il quadro accusatorio, aveva dichiarato la prescrizione.Stesso destino per il Cavaliere, la cui posizione era stata stralciata per l’incostituzionale Lodo Alfano. Secondo quei giudici Berlusconi, ormai fuori dalla gestione del gruppo, sarebbe stato estraneo agli illeciti. In un procedimento stralcio il deputato Pdl, Massimo Maria Berruti, avvocato di Fininvest ma prima ufficiale della Guardia di Finanza (condannato definitivamente a otto mesi per favoreggiamento, ndr), si era visto infliggere una condanna a 2 anni e 10 mesi per riciclaggio. Anche in questo caso, però, la Cassazione aveva riconosciuto la prescrizione.
I legali: “Sentenza incredibile”. “Una sentenza assolutamente incredibile che va contro le risultanze processuali. Addirittura non si è tenuto conto delle decisioni della Corte di Cassazione edel giudice di Roma, che per gli stessi fatti hanno ampiamente assolto il Presidente Berlusconi” affermano in una nota congiunta i legali di Silvio Berlusconi, Niccolò Ghedini e Piero Longo. Uno dei legali di Confalonieri, l’avvocato Alessio Lanzi, ha invece dichiarato: ”Giustizia è fatta. Tecnicamente non ha mai commesso nessun reato. Nessuno dei testi lo ha mai indicato come partecipante all’acquisto dei diritti. Bisogna capire perché per altre persone non c’è stata l’assoluzione”. Insieme a Confalonieri, sono stati invece assolti Marco Colombo e Giorgio Dal Negro perché “il fatto non costituisce reato”; i giudici hanno stabilito infine “di non doversi procedere” nei confronti di Manuela De Socio e Carlo Scribani Rossi, Erminio Giraudi.
Obiettivo: vedere il Cav. sul lastrico
di Maurizio Belpietro
(da “Libero”, 27 ottobre 2012)
La guerra a Berlusconi non si esaurirà con il suo ad dio a Palazzo Chigi, ma quando il Cavaliere sarà ri dotto sul lastrico, costretto come Bettino Craxi ad espatriare per non essere tradotto in galera. Così profetizzava parecchio tempo fa uno che la sa lunga, o almeno così dice. Il quale non si tirava indietro nelPimmaginare scenari nerissimi, di processi ma anche di ricadute economiche sull’impero del Bi scione. Confesso che all’epoca il racconto mi parve fantapolitica, frutto di una mente fervida ma forse un po’ troppo immaginifica. Ma ora, dopo l’uscita di scena traumatica causa intervento dei poteri forti e della Merkel, dopo la condanna Mondadori che ha obbligato l’ex pre mier a donare mezzo miliardo a Carlo De Benedetti, e dopo la sentenza di ieri che descrive il Cavaliere come un bandito con «una naturale capacità a delinquere », appioppandogli quattro anni di carcere sulle spalle, cinque di interdizione dai pubblici uffici e tre dalla guida di società, ora, dicevo, lo scenario dipinto dal tipo che la sa lunga mi pare assai meno remoto di come mi sembrò tempo fa.
Certo, tutti diranno che le condanne e l’addio al leader del centrodestra non hanno niente a che fare, che si tratta di vicende separate, di processi che corrono lungo i binari della giustizia e arrivano a desti nazione secondo i loro tempi, i quali non hanno nulla a che vedere con le faccende politi che, le elezioni, le primarie e le alleanze fra questa e quella for za. Sicuramente è così come osservano i ben informati. Tut tavia fa una certa impressione vedere che la condanna giunge proprio nel momento di mas sima debolezza dell’uomo che era sceso in politica per fare anche in Italia la rivoluzione li berale. Colpisce che proprio mentre il Cavaliere getta la spugna arrivi questa stangata, la quale probabilmente non sarà la sola perché in dirittura d’arrivo ci sono pure altri procedimenti giudiziari, primo tra tutti il cosiddetto processo Ruby, cui dovrebbe aggiungersi il pronunciamento della Cassa zione a proposito del maxi ri ri sarcimento a favore del grup po Espresso. Dopo la truffa all’erario potrebbero dunque esserci la concussione e la pro stituzione minorile, cui si ag giunge l’obbligo di aprire il portafogli e cacciare un altro pacco di milioni.
La gragnuola di mazzate giudiziarie proprio nell’ora del ritiro, nel momento preciso in cui il leader dei moderati deci de di fare un passo indietro per favorire l’alleanza fra tutte le forze che non si sentono rap presentate dalla sinistra, ma che anzi dai progressisti ex fal ce e martello si sentono spa ventate e ne temono il ritorno. Coincidenze, sicuramente. Che però, se alle condanne si aggiungesse anche la scalata all’impero delle tv, potrebbero evocare gli scenari raccontati all’inizio. Già, perché secondo le ipotesi delineate, dopo le di missioni di Berlusconi da pre mier sarebbero arrivate le sen tenze che lo avrebbero messo fuori gioco e in seguito anche l’offensiva finale per conqui stare Mediaset e il resto del gruppo. Fininvest possiede la maggioranza della società tele visiva, ma si tratta di un pac chetto abbondantemente al di sotto del cinquanta per cento. Per cui basterebbe che i fondi d’investimento, spalleggiati dalle banche, si mettessero d’accordo e il gioco sarebbe fatto. Il Cavaliere non sarebbe più padrone in casa propna, spogliato del gruppo che ha fondato e contribuito a far cre scere per infine affidarlo ai propri figli. Un golpe finanzia rio. Non un colpo di Stato ma un colpo al cuore di Berlusco ni, il quale, privato del potere politico e anche di quello dei soldi, finirebbe espropriato d’ogni ruolo, anche di quello di imprenditore. Il Cav si ritrove rebbe a mal partito, proprio come molti anni fa profetizzò Massimo D’Alema, il quale con la consueta cattiveria disse che la sinistra avrebbe mandato Berlusconi a chiedere l’elemo sina sul marciapiede. 0 forse sotto un ponte. Frase che in bocca al Robespierre di Galli- poli sintetizza alla perfezione il sentimento nutrito a sinistra nei confronti dell’ex presidente del Consiglio.
Fantasie di una mente trop po abituata ad occuparsi di complotti e di sgambetti? Può darsi. Certo, in questo paese abbiamo già visto delle fortune economiche e imprenditoriali sbriciolarsi in poco tempo. Raul Cardini, il contadino che si mosse come un corsaro nel mondo della fi nanza e sfidò, fi no a umiliarlo, Enrico Cuccia, pagò a caro prezzo la sua scalata al potere.
Appena la fortu na gli voltò le spalle, il sistema gli presentò il conto. Le ban che gli chiusero i rubinetti, la poli tica (che lui ave va finanziato a suon di miliardi) lo abbandonò, i suoi stessi soci lo misero alla por ta. Privato di ogni responsabi lità, quando la giustizia bussò alla sua porta per arrestarlo con l’intenzione di lasciarlo mar cire in galera, il grande giocatore d’azzardo si tirò un colpo di rivoltella, chiu dendo così la sua straordinaria avventura di capitano d’azien da.
A Berlusconi ovviamente non auguro una fine cruenta (anche se so che molti sogna no questo finale di partita) co me quella del povero Cardini. Ma vista l’aria che tira, e so prattutto le fantasie a cui i ben informati si lasciano andare, gli regalo un consiglio: si guar di le spalle, perché in questo Paese butta male e non basta mettersi alle spalle il passato per sentirsi al sicuro. Occhio.
La condanna a Silvio Berlusconi? Una roba mai vista prima…
di Filippo Facci
(da “Libero”, 27 ottobre 2012)
Così però non si era mai vista. Già nel 1998 Berlusconi prese una condanna in primo grado, è vero, ma non così. Seccamente: il Cavaliere, a Milano, è stato condannato in primo grado a 4 anni nel processo sulle presunte irregolarità nella compravendita dei diritti tv da parte di Mediaset; la sentenza è durissima per quattro ordini di motivi: perché prevede anche l’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici (se confermata in Cassazione), perché i pm avevano chiesto una pena addirittura inferiore (3 anni e 8 mesi) e perché il dispositivo prevede un versamento di dieci milioni all’Erario come risarcimento dei danni, questo «in via provvisionale », il che significa che Berlusconi dovrà pagarli subito. Nota: il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, è stato invece assolto con formula piena mentre il produttore statunitense-egiziano Frank Agrama, presunto socio occulto di Berlusconi, ha beccato 3 anni di carcere. Nota due: i 4 anni di Berlusconi diventano uno solo grazie all’indulto del 2006. Il quarto motivo di gravità, proseguendo, è che il presidente del collegio della Prima sezione penale, Edoardo d’Avossa, dopo aver letto il dispositivo della sentenza è passato a leggerne immediatamente anche le motivazioni (per due ore) secondo una procedura d’urgenza invero rara per procedimenti di tale complessità: ed è qui che ha ravvisato, in Silvio Berlusconi, «una naturale capacità a delinquere mostrata nella persecuzione del disegno criminoso ». Naturale, ha detto.
Il giudizio pendente E non è finita ancora: la sentenza è arrivata nonostante sia pendente un giudizio della Corte Costituzionale su un già noto conflitto di attribuzioni con la Camera: la presidenza di Montecitorio si era rivolta alla Consulta dopo che il tribunale milanese aveva rifiutato il rinvio di un’udienza nonostante Berlusconi fosse ufficialmente impegnato in attività di governo: era il marzo 2010. Che i giudici non aspettino la decisione della Consulta può anche accadere, ma è molto raro, anzi: è prassi che i giudici si fermino poco prima di una sentenza in attesa di una decisione che appunto riguarda quello specifico processo. Se la Consulta decidesse che a suo tempo vennero violate le prerogative del premier, del resto, la sentenza di ieri potrebbe uscirne azzerata: ma il giudice D’Avossa non è stato dell’idea. Una scelta che ne ricorda un’altra, risalente all’ottobre 2008: il giudice Nicoletta Gandus, nel processo che vedeva imputati Berlusconi e l’avvocato David Mills, decise di non attendere il parere della Corte Costituzionale circa un ricorso presentato dal pm Fabio De Pasquale contro il Lodo Alfano: e preferì proseguire il dibattimento solo nei confronti del coimputato Mills. A comportarsi diversamente, per paradosso, fu proprio il giudice D’Avossa, che a margine dello stesso ricorso presentato da De Pasquale, nel tardo settembre 2008, sospese invece il processo in attesa della decisione della Consulta: per il giudice, evidentemente, le eccezioni di costituzionalità non sono tutte uguali. D’Avossa è lo stesso giudice contro il quale, nel 2007, appena iniziato il dibattimento, i legali di Berlusconi proposero istanza di ricusazione perché si era già occupato del Cavaliere nel filone d’indagine Medusa: in quella sede aveva definito Mediaset «una società nota per i fondi neri all’estero ». L’istanza fu respinta, ovviamente: ma fu uno solo dei tanti percorsi a ostacoli che hanno caratterizzato il processo. Si parla di nove anni di indagini, un’udienza preliminare interminabile, i rinvii a giudizio nel 2006, i singhiozzi procedurali tra richieste di ricusazione, l’istanze di astensione presentate dai giudici, capi d’imputazione che cambiano, slittamenti dovuti al Lodo Alfano, il citato ricorso alla Consulta, richieste di trasferimento, legittimi impedimenti e altro ancora: servirebbe una pagina, sul serio.
Processo lunghissimo Detto questo, spiegare i dettagli di questo processo non è solo difficile: è inutile. Non si tratta – come pure nei dibattimenti Mediatrade o Mills 1 e 2 – di processi in cui una tesi e un’antitesi possano essere seriamente prospettate in una quadro che, mediaticamente, permetta di farsi un’idea: l’istruttoria è stata imperniata su sfilze di testimoni, rogatorie internazionali provenienti da paesi e legislazioni diverse (50 mila pagine attraverso rogatorie in 12 paesi) e sorretta soprattutto su consulenze di società tecniche incaricate ad hoc dalla Procura, come per esempio la Kpmg; dall’altra, le tesi della difesa sono state egualmente imperniate su sfilze di testimoni – in parte defalcati – nonché su contro-deduzioni tecniche svolte da vari professionisti nei confronti delle consulenze addotte dall’accusa: in mezzo a tutto questo, per sei anni, c’erano – quando c’erano – i cronisti interdetti oltreché il giudice Edoardo D’Avossa, il quale ha meramente deciso che una tesi era più convincente dell’altra. A complicare le cose ci sono i diversi calcoli sulla prescrizione e le diverse valutazioni della procura di Milano rispetto a quella di Roma, a cui è finito uno stralcio del processo: ma su questo si veda l’articolo di Franco Bechis. In soldoni, comunque, il giudice ha accolto in pieno le tesi dei pm Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo secondo i quali Berlusconi, pur non ricoprendo più cariche formali all’interno di Mediaset, si occupava lo stesso degli affari di famiglia. È lui che avrebbe disposto il pagamento dei diritti dei film hollywoodiani da trasmettere sulle reti Mediaset, il tutto a prezzi gonfiati per produrre uno «scrigno » di fondi neri per oltre trecento milioni di euro, poi approdati sui conti esteri della famiglia. Traduzione: falso in bilancio e frode al fisco. Il citato manager Agrama, in pratica, secondo l’accusa rivendeva i film a Berlusconi a prezzi nettamente superiori a quanto pagato alle case cinematografiche di Hollywood, ignare. La differenza, dal 1995, avrebbe permesso a Mediaset (ex Fininvest) 120 miliardi di lire di risparmi sul fisco.
La difesa Va da sé che la difesa del Cavaliere l’abbia messa in tutt’altro modo: «La Procura ha dimostrato di non conoscere il mercato dei diritti tv », disse l’avvocato Niccolò Ghedini nel gennaio scorso. Un teste chiave, secondo quest’ultimo, doveva essere Andrea Marcotulli, ex direttore generale dell’Anica (Associazione nazionale Industrie Cinematografiche) ed esperto di diritti tv. A dire di Ghedini, l’esperto dimostrò la legittimità dell’utilizzo degli intermediari come Frank Agrama nel mercato internazionale dei diritti: e Marcotulli evidenziò in effetti una serie di carenze contenute nella relazione di Kpmg, la società che aveva fornito consulenze all’accusa. Il giudice non sembra averne tenuto conto, e infatti secondo le difese «la sentenza è incredibile e va contro le risultanze processuali ». Sentenza che parla di «evasione notevolissima », «sistema fraudolento », di «diretta riferibilità a Berlusconi del sistema dei diritti televisivi » poiché Berlusconi «gestiva il sistema anche dopo la discesa in campo », lui «dominus indiscusso ». Così recita la sentenza, e le sentenze si dovrebbero rispettare. Una volta comprese.
Travaglio peggio di me. Ma io lo voglio libero
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 27 ottobre 2012)
Su ilFatto di ieri, tale Marco Po liti, ex vaticanista di La Repub blica, scodella odio e rancore contro di me. Dopo aver scritto un mucchio di falsità, conclu de: si sottometta alla legge, vada a lavare i piatti alla Caritas e ai citta dini sia garantita una informazio ne libera e corretta. Intende che la politica non deve fare una legge per salvarmi, che sia un capestro per tutti noi. Hai ragione, Politi, ma io dico di più: galera, non servi zi sociali alla Caritas (mi concede rai il diritto di scegliere). Non so più come fare perché la giustizia faccia il suo corso. Secondo Politi, io non merito nulla perché la noti zia (scritta da un altro) era «fredda mente un crimine contro una per sona innocente ». Io non la penso così, ma pazienza. Mi permetto di sottoporre a Politi il casellario penale-professionale del suo vice di rettore Marco Travaglio (fonte: Wikipedia, mai smentita). Si parla di condanne per notizie false e infamanti, di attribuzione di reati mai avvenuti, mica noccioline. Pre messo che non penso che Trava glio debba andare in carcere né al la Caritas, se la ricetta Politi fosse applicata anche a lui, la Caritas avrebbe risolto il problema del la vapiatti per l’eternità. Che ne dici Politi, se hai la pazienza di leggere e se fossi coerente come dovrebbe essere un uomo di fede, stamane dovresti dimetterti da quel giornalaccio la cui guida «attribuisce fred damente crimini inesistenti a per sone innocenti ». Ti vergognerai di quello che dici e scrivi o continuerai a mangiare a sbafo senza mai lavare i piatti? (gradita risposta).
1 – Nel 2004 Marco Travaglio è stato oggetto di un procedimento penale per il reato di diffamazio ne aggravata dal mezzo della stampa, a seguito degli articoli «M’illumino d’incenso » e «Zitti e Vespa », pubblicati sul quotidiano l’Unità nei giorni 12 marzo e 6 maggio di quello stesso anno. Il procedimento ai danni del giornalista si è concluso nel 2008 dopo che la persona offesa, il giornalista Antonio Socci, ha deciso di ri mettere la querela a seguito delle scuse pubbliche di Travaglio.
2 – Nel gennaio 2010 la Corte d’Appello penale di Roma lo ha condannato a 1000 euro di multa per il reato di diffamazione aggra vato dall’uso dei mezzo della stam pa, ai danni di Cesare Previti. Il reato, secondo il giudice monocratico, era sta to commesso mediante l’articolo «Patto scel lerato tra mafia e Forza Italia » pubblicato su L’Espresso il 3 ottobre 2002.
La sentenza d’appello riforma la condanna dell’ottobre 2008 in pri mo grado inflitta al giornalista ad 8 mesi di reclusione e 100 euro di multa. In sede civile, a causa del predetto reato, Travaglio era stato condannato in primo grado, in so lido con l’allora direttore della rivista Daniela Hamaui, al pagamen to di 20.000 euro a titolo di risarci mento del danno in favore della vittima del reato, Cesare Previti.il 23 febbraio 2011 la condanna per diffamazione confermata in appello per il processo Previti cade in pre scrizione.
3 – Nel 2000 è stato condan nato in sede ci vile dopo esse re stato citato in giudizio da Cesa re Previti a causa di un articolo su L’Indipendente, al risarcimento del danno quantificato in 79 milio ni di lire.
4 II 4 giugno 2004 è stato con dannato dal Tribunale di Roma in sede civile a un totale di 85.000 eu ro (più 31.000 euro di spese pro cessuali) per un errore contenuto nel libro LaRepubblica delle banane scritto assieme a Peter Gomez e pubblicato nel 2001; in esso, a pa gina 537, si attribuiva erronea mente all’allora neo-parlamentare di Forza Italia Giuseppe Fallica una condanna per false fatture che aveva invece colpito un omo nimo funzionario di Publitalia. L’errore era poi stato trasposto an che su L’Espresso, il Venerdì di Re pubblica e La Rinascita della Sini stra, per cui la condanna in solido, oltre che la Editori Riuniti, è stata estesa anche al gruppo Editoriale L’Espresso. Nel 2009, dopo il ricor so in appello, la pena è stata ridot ta a 15.000 euro.
5 – 115 aprile 2005 è stato condan nato dal Tribunale di Roma, in se de civile, assieme all’allora diret tore de l’Unità Furio Colombo, al pagamento di 12.000 euro più 4.000 di spese processuali a Fede le Confalonieri (Mediaset) dopo averne associato il nome ad alcu ne indagini per ricettazione e rici claggio, reati per i quali, invece, non era risultato inquisito.
6 – Il 20 febbraio 2008 il Tribuna le di Torino in sede civile lo ha con dannato a risarcire Fedele Confa lonieri e Mediaset con 26.000 eu ro, a causa dell’articolo «Piazzale Loreto? Magari » pubblicato nella rubrica Uliwood Party su l’Unità il 16 luglio 2006.
7 – Nel giugno 2008 è stato con dannato dal Tribunale di Roma, in sede civile, assieme al direttore de l’Unità Antonio Padellare e a Nuova Iniziativa Editoriale, al pa gamento di 12.000 euro più 6.000 di spese processuali per avere de scritto la giornalista del Tgl Susan na Petruni come personaggio ser vile verso il potere e parziale nei suoi resoconti politici: «La pubbli cazione », si leggeva nella senten za, «difetta del requisito della con- tinenza espressiva e pertanto ha contenuto diffamatorio ».
8 – Il 28 aprile 2009 è stato con dannato in primo grado dal Tribunale penale di Roma per il reato di diffamazione ai danni dell’allora direttore di Raiuno, Fabrizio Del Noce, perpetrato mediante un ar ticolo pubblicato su l’Unità dell’11 maggio 2007.
9 – Il 21 ottobre 2009 è stato con dannato in Cassazione (Terza se zione civile, sentenza 22190) al ri sarcimento di 5.000 euro nei con fronti del giudice Filippo Verde che era stato definito «più volte in quisito e condannato » nel libro Il manuale del perfetto inquisito, af fermazioni giudicate diffamato rie dalla Corte in quanto riferite «in maniera incompleta e sostan zialmente alterata » visto il «man cato riferimento alla sentenza di prescrizione o, comunque, la mancata puntualizzazione del ca rattere non definitivo della sen tenza di condanna, suscitando nel lettore l’idea che la condanna fosse definitiva (se non addirittu ra l’idea di una pluralità di con danne) ».
10 – II 18 giugno 2010 è stato con dannato dal Tribunale di Torino – VII sezione civi le – a risarcire 16.000 euro al presidente del Senato Renato Schifani (che aveva chiesto un risarcimen to di 1.750.000 euro) per diffa mazione, aven do evocato la metafora del lombrico e della muffa a Che tempo che fa il 10 maggio 2008. Il Tribunale ha invece ritenuto che le ri chieste di chiarimenti, da parte di Travaglio, circa i rapporti di Schi fani con esponenti della mafia sici liana rientrino nel diritto di crona ca, nel diritto di critica e nel diritto di satira.
11 – L’11 ottobre 2010 Travaglio è stato condannato, in sede civile, per diffamazione dal Tribunale di Marsala per aver dato del figlioc cio di un boss all’assessore regio nale siciliano David Costa, arre stato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e successivamente assolto in forma definitiva. Travaglio è stato con dannato a pagare 15.000 euro.