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Se Silvio è colpevole arrestateci tutti

4 Agosto 2013

di Francesco Forte
(da “il Giornale”, 4 agosto 2013)

Coi criteri con cui Silvio Berlusconi è stato condannato per frode fiscale e all’interdizione dai pubblici uffici, potenzialmente tutti i contribuenti con partita Iva potrebbero essere condannati al carcere e privati del diritto a essere eletti.

Ma si tratta di una interpretazione erronea della legge penale tributaria del 10 marzo 2000 numero 74 approvata sotto il governo D’Alema con Oliviero Diliberto ministro della Giustizia e segretario dei Comunisti italiani. Questa legge non prevede come frode fiscale ciò per cui è stato condannato Berlusconi, eppure non si tratta certo d’una legge berlusconiana. L’articolo 2 considera la frode fiscale consistente nell’uso di fatture inesistenti. (Il grassetto è mio. bdm)

Non è il caso dei diritti televisivi venduti a Mediaset da Frank Agrama, con fatture vere e prezzi realmente pagati. L’articolo 3 considera come frode fiscale l’evasione dell’imposta sul reddito o l’Iva da parte di chi «sulla base d’una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie ed avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei ad ostacolarne l’accertamento indica, in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte, elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi fittizi » quando l’imposta evasa è superiore a un certo ammontare. Il termine «mezzo fraudolento » indica un «artificio atto a trarre in inganno ». Non è applicabile a una fattura che indica un prezzo effettivamente pagato, che risulta da una operazione commerciale palese con un soggetto vero. Né essa è «idonea a ostacolare l’accertamento » e non è neppure «fittizia », essendo vera, anche se forse «gonfiata ».

Il reato infine riguarda chi effettua le dichiarazioni annuali, non gli azionisti, come Berlusconi a quell’epoca. Dunque, nei tre gradi di processo Berlusconi è stato condannato sulla base di tre interpretazioni analogiche: quella per cui una fattura è fraudolenta anche se è vera e palese solo perché ha un prezzo maggiore di quello di mercato, quella per cui essa è «una fattura fittizia », anche se è realmente pagata solo perché ad essa corrisponde un rimborso del venditore a un’altra società, che la mette a bilancio e – terzo – quella per cui il socio di controllo è responsabile delle dichiarazioni fiscali degli amministratori perché «non può non sapere ».

Ma le leggi penali non possono essere interpretate analogicamente né sulla base di semplici presunzioni. Ciò è vietato dall’articolo 1 del codice penale e dal 14 delle pre leggi. Resta un mistero: l’articolo 12 della legge 2000 stabilisce che l’interdizione dai pubblici uffici può essere al massimo di 3 anni. Come mai per due gradi di giudizio ne sono stati comminati 5? Possibile che i magistrati abbiano letto la legge del 2000 che applicavano senza arrivare all’articolo 12 di un testo così snello? O pensavano che la Cassazione non se ne accorgesse? Quesito inquietante per la certezza del diritto. Con questa interpretazione del diritto penale tributario siamo a «manette per tutti ».


Basterà l’ok di un giudice e l’ex premier andrà in cella
di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 4 agosto 2013)

Milano – Una sola speranza per Berlusconi: che abbia ragione Giuseppe Guzzetta, giurista assai lontano dal Pdl, che ieri ha spiegato che non si può cacciarlo dal Parlamento in base al cosiddetto «decreto Monti ».
Perché è ben vero che il decreto stabilisce la decadenza automatica dalle cariche per i condannati: ma il decreto è dell’anno scorso mentre i reati del Cavaliere risalgono invece a dieci anni fa. E le leggi non possono essere retroattive.
Se la «linea Guzzetta » non verrà fatta propria dal Senato Berlusconi non si troverà semplicemente fuori dal cuore della vita politica del paese. Si troverà anche, per la prima volta dopo diciannove anni, privato dell’immunità parlamentare. Nel suo testo attuale, come è noto, l’articolo 68 della Costituzione offre a deputati e senatori soprattutto una tutela: non possono essere arrestati se non per sentenza definitiva. Non possono, cioè, essere sottoposti a custodia cautelare durante le indagini a meno che il Parlamento non autorizzi le manette.

Dal momento in cui il Senato dovesse ratificare la sua decadenza, Berlusconi si troverebbe immediatamente privo di questo scudo. La sua lotta con la magistratura, probabilmente, continuerà. Ma in condizioni assolutamente mutate, in cui qualunque pubblico ministero d’Italia potrebbe spedirlo in prigione con il semplice assenso di un giudice preliminare.
Ed è un rischio tutt’altro che teorico. La notizia buona per Berlusconi è che le indagini a suo carico delle procure di Napoli e di Bari – quelle per il presunto acquisto di parlamentari e per i rapporti con Gianpaolo Tarantini – sono già chiuse, e per i pubblici ministeri sarebbe arduo motivare la richiesta di arresto. La notizia cattiva è che a Milano sulla sua testa pende una spada che potrebbe avere conseguenze disastrose. È l’inchiesta che la Procura dovrà aprire sulla base della sentenza del processo Ruby 2, con cui il tribunale – oltre a condannare Nicole Minetti, Lele Mora e Emilio Fede – ha inviato ai pm gli atti relativi alla stessa Ruby, a un congruo numero di Olgettine, a Silvio Berlusconi e ai suoi difensori Niccolò Ghedini e Piero Longo. La convinzione del tribunale è che le ragazze chiamate a testimoniare abbiano mentito, e lo abbiano fatto perché pagate da Berlusconi. Non falsa testimonianza, dunque, ma un reato ben più grave: corruzione in atti giudiziari. Mentre l’arresto per falsa testimonianza dovrebbe essere reso impossibile dalla legge in corso di approvazione, per corruzione giudiziaria si va in galera.
L’inchiesta ha già un nome, Ruby 3, ma non è ancora partita. Prenderà il via a settembre, dopo la pausa estiva. Chi la condurrà? In teoria, Ilda Boccassini non ne ha la competenza: la dottoressa è a capo del pool antimafia, e finora era coinvolta nel caso Ruby solo perché il fascicolo era di uno dei suoi pm, Antonio Sangermano. Ma adesso, finiti i processi, Sangermano è definitivamente trasferito a Prato. E l’inchiesta dovrebbe toccare al pool che si occupa di reati contro la pubblica amministrazione, guidato dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo. Ma rinuncerà, la dottoressa, a fare comunque sentire la sua voce?


Berlusconi può finire in carcere
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 4 agosto 2013)

E se Silvio Berlusconi non finisse ai domiciliari, ma in galera? A furia di ripetere che la legge “ex Cirielli”, la numero 251 del 2005, prevede gli arresti a domicilio per gli ultrasettantenni qualunque condanna abbiano riportato e qualsiasi reato abbiano commesso, e che il neopregiudicato se la caverà con qualche mese di esilio dorato in una delle sue regge sparse per l’Italia, è sfuggito ai più un piccolo dettaglio che potrebbe rivelarsi micidiale: la norma dice “può”, non “deve”. Cioè lascia al giudice di sorveglianza la discrezionalità sul luogo più idoneo a espiare la pena, indipendentemente dall’età del pregiudicato. Né avrebbe potuto stabilire alcun automatismo, visto che le pene alternative al carcere sono sempre rimesse alla valutazione del giudice sul caso concreto.

Ecco l’art. 2 comma 1 dell’ex Cirielli che modifica l’art. 47-ter dell’Ordinamento penitenziario: “La pena della reclusione per qualunque reato, ad eccezione di quelli… (di mafia, di terrorismo e a sfondo sessuale, ndr), può essere espiata nella propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura, assistenza ed accoglienza, quando trattasi di persona che, al momento dell’inizio dell’esecuzione della pena, o dopo l’inizio della stessa, abbia compiuto i 70 anni di età purché non sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza…”. Dunque l’ultrasettantenne “può” finire ai domiciliari (e nella gran parte dei casi ci finisce), ma “può” pure finire in carcere. Dipende dal grado del suo ravvedimento, dalla sua consapevolezza della gravità del reato commesso, dalla sua intenzione di riparare al danno arrecato e dunque dal suo maggiore o minor livello di pericolosità sociale. Che si misura anche dal numero degli altri processi pendenti. E non ci vuol molto a comprendere che il condannato Silvio Berlusconi non s’è affatto ravveduto, anzi continua a negare il reato per cui è stato appena condannato e insulta i giudici che l’hanno condannato.  Dunque non è per nulla conscio della gravità delle sue frodi fiscali (talmente gravi da aver indotto i giudici a negargli le attenuanti generiche). Se risarcirà il danno è solo perché la Cassazione l’ha condannato a farlo, in solido con i coimputati, per 10 milioni di euro all’Agenzia delle Entrate a titolo di provvisionale. E soprattutto ha altri cinque procedimenti pendenti: due già approdati a condanne in primo grado (7 anni per concussione e prostituzione minorile, 1 anno per rivelazione di segreto); tre in fase di indagine (corruzione giudiziaria del teste Tarantini; corruzione di decine di testimoni al processo Ruby; nonché per corruzione del senatore De Gregorio); senza contare le innumerevoli prescrizioni: 2 per corruzione giudiziaria (Mills e Mondadori) e 5 per falso in bilancio.

Esistono precedenti di condannati over 70 spediti in galera, anziché ai domiciliari, dal giudice di sorveglianza? Sì, ne esistono. Nel 2006, con la sentenza 27853, la I sezione penale della Cassazione ha respinto il ricorso di un condannato sardo, P.A., che s’era visto negare i domiciliari dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari e marciva  in carcere da 4 anni, sebbene avesse da tempo compiuto i 70, e invocava appunto la Cirielli. Che, a detta dei suoi difensori, avrebbe stabilito una “presunzione di incompatibilità del condannato con la situazione carceraria in considerazione dell’età”.

Ma – obiettavano i supremi giudici – “tale tesi non è condivisibile poiché il legislatore usa nel comma 1 l’espressione ‘la pena può essere espiata…’, con ciò facendo riferimento, al pari di quanto previsto da tutte le altre disposizioni in materia di benefici penitenziari, ad un potere discrezionale della magistratura di sorveglianza la quale deve sempre verificare la meritevolezza del condannato e la idoneità della misura a facilitarne il reinserimento nella società, non essendo previsto in tale materia alcun ‘automatismo’ proprio perché la ratio di tutte le misure alternative alla detenzione – anche quando sono ammissibili… – è quella di favorire il recupero del condannato e di prevenire la commissione di nuovi reati”. Tant’è che anche la nuova “detenzione domiciliare per gli ultrasettantenni” rimane “sottoposta alle modalità, alle prescrizioni e agli interventi del servizio sociale…, ai controlli… e alla revoca per il caso di evasione o di incompatibilità del comportamento del soggetto, contrario alla legge o alle prescrizioni dettate”.

L’ultrasettantenne detenuto più famoso è per ora Calisto Tanzi. Il 4 maggio 2011 l’ex patron della Parmalat fu condannato dalla Cassazione a 8 anni nel processo milanese per l’aggiotaggio Parmalat e l’indomani fu prelevato dalle forze dell’ordine e condotto in carcere, sebbene avesse ormai 73 anni. Il Tribunale di Sorveglianza di Bologna respinse tre volte le istanze di scarcerazione presentate dai suoi legali proprio in base alla norma dell’ex Cirielli sugli over 70, ritenendolo socialmente pericoloso (eppure in tribunale aveva chiesto scusa alle migliaia di vittime) e solo dopo due anni di detenzione gli concesse gli arresti ospedalieri, ma non per la sua età, bensì per le sue condizioni di salute che nel frattempo si erano aggravate. L’anagrafe – spiegarono i giudici Maisto, Buttelli, Tomassini e Rambelli – non dà alcun diritto ai domiciliari automatici. Dunque Tanzi doveva restare in cella per “gli ingenti danni cagionati” e per “la mancanza, a tutt’oggi, di una effettiva consapevolezza delle proprie responsabilità morali e giuridiche, ma soprattutto dell’intenzione – con fatti concreti ed effettivi e non con mere dichiarazioni di intenti – dimostrare una adeguata revisione critica, un effettivo ripensamento ed anche pentimento per i danni cagionati”. Pare proprio il ritratto di Silvio Berlusconi.


Condanna Berlusconi, Giornale e Libero gettano fango sul presidente Esposito
di Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano”, 4 agosto 2013)

Il “trattamento Mesiano” tocca questa volta ad Antonio Esposito. Poca cosa, i calzini azzurri che erano stati rimproverati al giudice del Tribunale di Milano Raimondo Mesiano, autore della sentenza civile che obbligherà Silvio Berlusconi a pagare un risarcimento milionario per aver scippato la Mondadori. Contro Esposito, il presidente della sezione feriale della Cassazione che ha confermato la sentenza Mediaset, si fa ben di più: gli sono addebitate “cravatta impataccata, scarpe da jogging, camicia sbottonata sul ventre che lasciava intravedere la canottiera”.

E di peggio: il Giornale strilla in prima pagina “Le cene allegre di Esposito. Così infangava Berlusconi il giudice che l’ha condannato”. È il giornalista Stefano Lorenzetto ad allineare le presunte scorrettezze del magistrato, raccontando una serata di quattro anni fa, del marzo 2009, in occasione della consegna di un premio all’ex magistrato Ferdinando Imposimato da parte del Lions club di Verona.

Il giudice Esposito non intende replicare “se non nelle sedi competenti” a quelle che ritiene calunnie e falsità. Accetta però di spiegare che cosa non quadra nella ricostruzione del Giornale. “Intanto le sbandierate (in prima pagina) ‘cene allegre’ si sono risolte in un’unica cena dopo la premiazione. Quanto all’abbigliamento, basta guardare le numerose foto scattate quel giorno e controllare le riprese televisive per constatare che era impeccabile, del tutto conforme al rilievo della manifestazione pubblica a cui stavo partecipando. Una cosa comunque è certa: io in vita mia non ho mai posseduto, né calzato (e dico mai senza tema di smentita) scarpe da jogging, attività che non ho mai praticato”.

Ma Esposito, secondo il racconto di Lorenzetto, “nel bel mezzo del banchetto cominciò a malignare, con palese compiacimento, circa il contenuto di certe intercettazioni telefoniche riguardanti a suo dire il premier Berlusconi… Si soffermò sulle presunte e specialissime doti erotiche che due deputate del Pdl, delle quali fece nome e cognome, avrebbero dispiegato con l’allora presidente del Consiglio”.

“È falso”, risponde il magistrato. “Quelle affermazioni non sono state fatte, né potevano essere fatte, perché io non ho mai avuto conoscenza dell’esistenza – se mai sono esistite – di intercettazioni che riguardano la vita privata dell’onorevole Berlusconi. È un’affermazione gravissima, poiché il giornalista mi accusa di essere illecitamente a conoscenza di presunte conversazioni coperte da segreto, delle quali io invece ignoravo e tuttora ignoro l’esistenza”. Il cuore delle “rivelazioni” del Giornale è che Esposito avrebbe anticipato, durante quella cena, il giudizio che 48 ore dopo avrebbe espresso in Cassazione nei confronti di Wanna Marchi. Lorenzetto estrae dal cilindro un suo libro del 2011 in cui aveva già raccontato l’episodio, pur senza fare il nome del magistrato.

“Nella mia lunga carriera non ho mai anticipato un giudizio. Questo si forma”, spiega Esposito, “sempre e solo al termine dell’udienza, dopo il contraddittorio tra le parti. Ma anticiparlo è ancor più impensabile in Cassazione, ove la decisione viene presa, liberamente e autonomamente, da cinque magistrati. La verità è ben diversa: quella sera, all’invito dell’organizzatore a rimanere ancora un giorno a Verona, io risposi che avevo urgenza di ritornare a Roma perché dovevo trattare un processo abbastanza impegnativo di truffa nel quale era coinvolta Wanna Marchi, notizia ampiamente già pubblicizzata dalla stampa. Tutto qui, senza alcun impossibile anticipo di decisione”.

E poi: se Lorenzetto è “trasecolato” per l’accenno a Wanna Marchi, come mai non è “trasecolato” per i ben più gravi (e giornalisticamente ancor più appetitosi) accenni a Berlusconi e alle sue deputate, di cui invece non parla nel suo libro? Lorenzetto concede comunque al giudice una “misericordiosa attenuante”: “Forse era un po’ brillo”, aveva “ecceduto con l’Amarone”. “Ma il giornalista non poteva non notare che io non ero un ‘po’ brillo’ perché sono, da una vita, completamente astemio. Non c’è persona al mondo che possa testimoniare di avermi mai visto bere vino o altre bevande alcoliche”.

C’è di peggio: Lorenzetto racconta che il giudice, prima della consegna del premio, secondo un testimone avrebbe fatto affermazioni pesanti su Berlusconi, reputato “un grande corruttore” e “il genio del male”. “Dice anche che io mi sarei lasciato andare perché non ero a conoscenza per quale testata lavorasse: invece lo sapevo bene, sia perché avevo più volte letto articoli a sua firma, sia perché gli organizzatori ci avevano segnalato chi fosse il moderatore della serata, come si usa in questi casi. Quelle parole non le ho mai dette: ma le pare che avrei potuto pronunciare giudizi di quel tipo, mentre ero al tavolo ove si presentava un libro e si consegnava un premio, innanzi a oltre 500 persone?”.

Un altro quotidiano, Libero, riempie una pagina, firmata da Franco Bechis, per spiegare che la sentenza di Antonio Esposito è arrivata poche ore dopo che il Pdl aveva votato in Senato il “licenziamento in tronco” di suo fratello Vitaliano, a cui è stato tolto “un posto da 200mila euro all’anno come garante dell’Ilva”. “Non ho seguito né seguo le vicende di mio fratello all’Ilva”, replica il presidente, “certo che se c’è chi dice che una mia sentenza è una vendetta contro qualcuno, dovrà risponderne nelle competenti sedi giudiziarie”.


Una marcia dei 40 milioni
di Luca Ricolfi
(da “La Stampa”, 4 agosto 2013)

E’ già successo 21 anni fa, con Mani pulite e la fine della prima Repubblica, sta risuccedendo ora, con la sentenza della Cassazione su Berlusconi e la fine della seconda Repubblica. La storia, in Italia, la scrive la magistratura, mentre la politica la subisce. In molti pensano, non senza qualche buona ragione, che sia la magistratura ad aver esondato nella politica.
Ma la realtà è che è innanzitutto la politica ad essersi esposta all’alluvione giudiziaria, che ora la sta sommergendo per la seconda volta.

Ai politici non piace sentirselo dire, ma la causa fondamentale dello strapotere della magistratura è proprio la politica. E lo è in tutte le sue forme ed espressioni. E’ la politica (tutta la politica) che non ha saputo riformarsi, né dopo tangentopoli (1992), né dopo il referendum radicale che aveva tentato di cancellare il finanziamento pubblico dei partiti (1993), né dopo il trionfo del Movimento Cinque Stelle alle ultime elezioni. E’ la politica (in questo caso quella della destra) che ha continuamente modificato le regole del gioco per salvare Berlusconi dai suoi processi. E’ la politica (in questo caso quella della sinistra) che ha rinunciato a battere elettoralmente Berlusconi al solo scopo di favorire un candidato premier debole (Bersani) a scapito di un candidato premier forte (Renzi). Ed è la politica, infine, che ha così poco e male governato l’Italia, lasciando che i problemi veri, occupazione, tasse, Stato sociale, fossero sommersi dai problemi finti, le questioni altamente ideologiche che appassionano il ceto politico, e purtroppo anche tanta parte dei mass media.

Se oggi siamo a questo punto non è perché la magistratura non ha permesso alla politica di governare, ma perché l’incapacità di un intero ceto politico di governare e di decidere ha dato alle vicende giudiziarie uno spazio abnorme nella nostra storia. C’è una differenza importante, però, rispetto al 1992. Allora il sentimento dominante dell’opinione pubblica era una generalizzata ansia di cambiamento, e infatti l’elettorato si divise fra i semi-nuovi partiti di centro-sinistra, mai stati al governo e guidati dal Pds, e i nuovissimi partiti di centro-destra, guidati da Forza Italia. I nostalgici del passato, o forse sarebbe meglio dire i moderati spaventati dal radicalismo della destra e della sinistra, erano una minoranza, che trovò un approdo nelle formazioni postdemocristiane di Segni e Martinazzoli.

Oggi la situazione è profondamente diversa. Gli elettori sono molto più disincantati, il discredito e la delusione coinvolgono più o meno pesantemente tutti i partiti (compreso il Movimento Cinque Stelle), nessuno si illude che un Berlusconi, un Epifani o un Grillo sappiano non dico come affrontare i problemi del Paese, ma quanto meno quali essi siano. Alle prese con un’economia in ginocchio e uno Stato asfissiante in tutte le sue articolazioni, la maggior parte degli italiani non crede a nessuno degli imbonitori che cercano di eccitarne gli animi, né pensa che nuove elezioni risolverebbero i nostri problemi. Per qualcuno è difficile rendersene conto, o farsene una ragione, ma la realtà è che la maggior parte di noi non è né indignata per le malefatte di Berlusconi, né disperata per il destino cinico e baro che l’Italia gli sta riservando. La maggior parte di noi è solo stanca, sfinita, esausta. Non ha nessun desiderio di rivedere, per altri dieci o venti anni, il film che è stata costretta a vedere finora. Vorrebbe che questo clima da guerra civile fredda finisse una volta per sempre, e che si mettesse mano una buona volta ai problemi del Paese. Se un paragone storico si può azzardare, forse il momento che più somiglia a quello attuale non è il 1992 ma il 1980, quando la «marcia dei quarantamila » pose fine bruscamente al decennio più drammatico e conflittuale della nostra storia repubblicana. Con la differenza che oggi, a giudicare dai sondaggi, non siamo 40 mila ma semmai 40 milioni. Quaranta milioni di italiani che potranno avere le opinioni più diverse su Berlusconi, il ruolo dei giudici, la destra e la sinistra, ma che da una cosa sono accomunati: non hanno la minima intenzione di passare i prossimi decenni a discutere e recriminare sulla «guerra dei vent’anni » fra Berlusconi e la magistratura.

Non perché siano indifferenti, o superiori, o annoiati, ma semplicemente perché non se lo possono permettere, e hanno capito che quella guerra ha fatto danni immensi che paghiamo tutti. La situazione economico-sociale del Paese è molto più seria di quanto viene spesso rappresentata. Quando, come avviene da qualche settimana, si parla di segnali di ripresa, si dovrebbero sempre ricordare due cose. La prima è che la cosiddetta ripresa è tale rispetto al tonfo del 2012, un tonfo che in 12 mesi ha raddoppiato il numero delle famiglie in difficoltà: siamo come una pallina da tennis che è caduta in un pozzo di 10 metri di profondità e si compiace di essere rimbalzata di 30 centimetri sul fondo del pozzo. La seconda cosa da ricordare è che, nonostante lo spread sia sotto quota 300, il rating del debito pubblico dell’Italia è di nuovo a un passo dal baratro, dove il baratro è il punto nel quale i buoni del tesoro vengono classificati come spazzatura (junk bonds) e gli investitori istituzionali sono obbligati a venderli in massa, con conseguente rischio di un default dell’Italia. Alcuni osservatori paiono non rendersi conto che il fatto che le agenzie di rating abbiano sbagliato in passato non implica logicamente né che stiano sbagliando di nuovo, né che il loro giudizio sull’Italia – giusto o sbagliato che sia – sia destinato ad essere ignorato dai mercati, dagli operatori esteri e dai fondi pensione.

Per questo guardo con molta preoccupazione ad entrambi i copioni che la politica sta recitando. I fautori dello scontro permanente non sembrano rendersi conto che la seconda Repubblica è finita il 1 ° agosto 2013 e costruire la terza con lo sguardo rivolto al passato significa non uscire mai dal brutto incantesimo in cui siamo vissuti in questi venti anni. I fautori del governo ad ogni costo, primo fra tutti il presidente Letta, paiono non rendersi conto che la mera sussistenza dell’esecutivo, con la garanzia di stabilità politica che questo implica, non solo è molto di meno di ciò di cui l’Italia ha bisogno, ma è un obiettivo irraggiungibile. Il secondo governo Prodi, quello del 2006-2008, vivacchiò e alla fine cadde anche perché Prodi si ingegnò a farlo sopravvivere solo con l’arte democristiana del troncare, sopire, mediare, rimandare, anziché assumersi risolutamente la responsabilità e il rischio di decidere. Oggi per Enrico Letta è ancora più difficile, perché mediare fra un partito ferito come il Pdl e un partito maramaldeggiante e autoreferenziale come il Pd è sicuramente più arduo che gestire la dialettica fra D’Alema e Bertinotti. Temo che, se vuole sopravvivere (e farci sopravvivere) alla bufera di questi giorni Letta dovrà farsi forza, e rinunciare almeno a un po’ della sua democristianità. O forse, più semplicemente, pensare un po’ di meno ai suoi 40 irrequieti ministri, viceministri e sottosegretari, e un po’ di più ai 40 milioni di elettori che non credono nel potere salvifico delle urne e già sarebbero molto felici se solo avessero un governo che governi.


Napolitano sveglia
di Alessandro Sallusti
(da “il giornale”, 4 agosto 2013)

Napolitano è infuriato col Pdl? Pazienza, ce ne faremo una ragione. Bersani dice di aver perso la pazienza per l’atteggiamento del Pdl? E chi se ne frega, si accomodi, lui e il Pd, fuori dal governo che tanto andrà a sbattere per la seconda volta in pochi mesi.

Dopo aver messo agli arresti Berlusconi ora pretendono pure di silenziare il Pdl e i suoi milioni di elettori. Addirittura stanno facendo passare per adunata sediziosa la manifestazione di oggi a Roma di sostegno a Silvio Berlusconi. Attenti alle parole, dicono minacciosi. Di mio propongo due o tre slogan: Giudici banditi, Napolitano sveglia, Libertà. Ma Napolitano non potrà ascoltarli perché al Popolo della libertà sarà impedito di sfilare fino a piazza del Quirinale, la stessa che invece venne aperta ai contestatori di Berlusconi la notte delle drammatiche dimissioni da premier. In questo Paese tutto funziona a due velocità e morali: c’è una giustizia per chi è di destra e una per chi è di sinistra, le piazze della sinistra sono democratiche, le altre eversive e via dicendo.

Se avesse solo un po’ di coraggio, dovrebbe essere lo stesso Napolitano ad aprire piazza del Quirinale in segno di rispetto e ascolto verso dieci milioni di italiani. Che vivono lo stesso dolore che ha provato lui quando una giustizia banditesca e fuori controllo voleva metterlo alla berlina e mandarlo sotto processo dopo aver origliato illegalmente alcune sue imbarazzanti telefonate. Un suo amico e consigliere fidato, Loris D’Ambrosio, morì d’infarto per la preoccupazione e la vergogna, vittima di una giustizia non sacra ma assassina. La vendetta del presidente fu spietata: pretese e ottenne la sua stessa assoluzione, le prove furono bruciate, i protagonisti di quella infamia, in testa Ingroia e Di Pietro, sono finiti a zappare l’orto e gli è andata ancora bene.

E allora che facciamo presidente? Non è bello che quando tocca a lei difendersi da giudici scellerati non si vada giù per il sottile, quando tocca ad altri si urli invece al golpe e si vietino le piazze. Non abbia paura, signor presidente, ci dimostri che lei con questa porcata non ha nulla a che fare, altrimenti i maligni che parlano di una sua discreta complicità nell’omicidio di Berlusconi avranno sempre più spazio. E, sarebbe brutto scoprirlo, pure ragione.


Berlusconi politicamente morto? No, è vivo e senza rivali
di Giuliano Ferrara
(da “il Giornale”, 4 agosto 2013)

Berlusconi politicamente morto? Mi viene da ridere. I suoi avversari sono tuttora spiaccicati nell’irrilevanza, e in più sono suoi alleati di governo per necessità, vivono l’esperienza in un clima di divisione, ostilità reciproca, guerra dei capi, con il buon Matteo che si logora in strepiti verbali e altre acrobazie correntizie, lui che aveva detto di aver imparato la lezione di Berlusconi e voleva imitarlo con tanta buona volontà nella leadership personale e carismatica.

Il partito crisaiolo della Repubblica di De Benedetti, che è l’immagine stessa di un conflitto di interessi addirittura più illustre di quello del Cav, preme per l’Armageddon subito, vuole dettare contenuti e tempi a un partito epifanizzato, evirato, vuole eterodirigerlo platealmente. Ma è un giochino vecchio che divide e aggiunge caos, non una leadership. Il partito di Ingroia è nelle catacombe. Di Pietro si leccherà le ferite di una carriera politica ingloriosa per un po’. Grillo ha spiegato chi è davvero, con il suo consorte Casaleggio, e in pochi mesi è diventato una barzelletta che può ancora divertire una piccola minoranza e minacciare un governo «del cambiamento » a vanvera. La crisi da sinistra dell’esecutivo Letta-Berlusconi-Napolitano e quindi un governicchio in balia dei No Tav e dei somarelli di una classe dirigente da quarto mondo? Sarebbe un regalo anche troppo generoso a Berlusconi, non glielo faranno.
Berlusconi colpito e affondato da una sentenza per frode fiscale pronunciata al termine di un processo demenziale perché «non poteva non sapere »? Mi scompiscio dal ridere. Ci vuole altro per mettere fuori gioco e fuori legge un pezzo gagliardo e ostinato di sovranità popolare, da Berlusconi rappresentato con vittorie elettorali e clamorose rimonte, e formidabili rivincite, per due decenni. La sentenza è politicamente e civilmente ed eticamente nulla. Dovrebbero trovarne un’altra strada, non un timbro giudiziario a cui non crede nessuno, neanche chi lo festeggia come un giudizio di Dio, se il loro problema è far fuori Berlusconi. Dovrebbero trovare una leadership credibile che gli contenda i voti, il consenso, il discorso pubblico che solo lui è oggi in grado di fare. Ma il gran borghese Monti, che ha dato una mano all’Italia finché è stato un tecnico, è affondato nelle risse piccolo politiche con gli uomini di Casini e di Montezemolo. Fini si trastulla non si sa dove e giustamente tace. Tremonti lotta contro il golpe di Draghi. Ma via, siamo seri. Non c’è nessuno capace di prendere il posto di Berlusconi alla testa dell’Italia che non accetta il governo di sinistra, e che governo. L’Ulivo fallì, la serietà al governo fallì, D’Alema se lo sono mangiato i cannibali. E allora? Senza avversari e senza concorrenza interna (un saluto a Pisanu) che cosa volete che sia un annetto di domiciliari e qualche difficoltà con il passaporto.
Anzi. La persecuzione, l’imprigionamento virtuale di un uomo libero e testimone di un programma di libertà, sembra fatta apposta per prolungare ad libitum quella «vita attiva » di cui Berlusconi si sente «quasi » al termine. «Quasi »: ma che adorabile bugiardo! Non so che cosa sceglierà di fare il dominatore di questi anni, il domatore di nani che Berlusconi è stato fino ad ora. Non so. Marina? Sarebbe clamoroso e forse decisivo, se la situazione lo rendesse obbligato. Una donna, e capace e tignosa, che porta il nome e l’eredità di valori e di modi, ma al femminile, del padre politico del movimento. Bush. Clinton. Ricorda qualcosa? Non sarebbe la prima americanizzazione introdotta dal Cav. Oppure troverà altri modi, e tutto sta a superare la fase critica di una «diminutio » delle facoltà ottenuta per via di un’espulsione forzata dall’arena democratica. Certo, niente garantisce niente. Ma prima di dire che Berlusconi è politicamente morto, uno sport in cui i fessi si esercitano da vent’anni, ci penserei sopra un momento.
C’è poi una questione di fondo. Il Paese. I suoi interessi veri. L’uscita dalla crisi recessiva. Ha la sinistra divisa e incauta una formula? Sembrava a cavallo, qualche mese prima delle recenti elezioni politiche, e poi splash. A chi non considera il principio di realtà, a chi non sa parlare un linguaggio di decente modernizzazione liberale dell’economia, di riforme pro mercato e pro lavoro, a chi cerca di turlupinarci con vecchi rancori anticasta, con cretinate sociali da lotta di classe fuori tempo, con narrazioni obsolete alla Saviano e Vendola, non sarà troppo difficile rispondere con un programma serio di riscatto e di rinascita italiana. Non troppo difficile, ma neanche facile. Berlusconi, proprio ora che tutto congiura a imprigionarlo in una formula difensiva, deve passare all’attacco. Ma sulle questioni importanti, su tasse e spesa pubblica, per fare in modo che la gente capisca: una vecchia nomenklatura spossata non ce la farà mai a cogliere i segnali di una possibile ripresa, che per noi parte dal fondo di una specie di abisso eurocostipato. Dagli arresti domiciliari si possono fare grandi cose, se un movimento e uno staff acconci fossero capaci di rilanciare l’immagine vera, quella di un prigioniero che si considera uomo libero, di un uomo accanitamente insultato, diffamato e perseguitato che sa come cavarsela alla Superman, perché usa la modestia dei suoi avversari politici e togati come il supereroe usava la kriptonite. Berlusconi politicamente morto? Andate avanti voi, che a me scappa da ridere.


Venti anni di dissipazione
di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 4 agosto 2013)

Già a distanza di tre giorni è chiaro che porre termine all’era Berlusconi non è per nulla facile, a dispetto di chi ci aveva assicurato del contrario appena conosciuta la decisione della Cassazione che ha condannato in via definiva il Cavaliere. Non è facile, non solo perché il diretto interessato non sembra troppo disposto a farsi da parte; non solo perché né il Pd né il Pdl sembrano effettivamente intenzionati a muovere il primo passo verso la caduta del governo Letta e lo scioglimento delle Camere (così sfidando, tra l’altro, l’orientamento del presidente della Repubblica, presumibilmente per nulla entusiasta di una simile prospettiva), ma non è facile per un’altra e forse più sostanziale ragione. E cioè che politicamente dopo la fine dell’era Berlusconi non è dato vedere ancora nulla. Politicamente c’è il vuoto.

Sono anni, ormai, che il Paese aspetta un nuovo che non c’è. Da anni siamo un Paese che nell’ambito delle idee sulla società e sull’economia, così come sul piano delle proposte politiche e delle relative leadership, nella lotta contro i suoi mali storici, non riesce più a pensare e a produrre nulla di nuovo. Scelta civica e il Movimento 5 Stelle sono stati gli ultimi tentativi abortiti di una ormai lunga serie: così Monti ha cessato da tempo di essere una riserva della Repubblica, Beppe Grillo è rimasto un attempato comico televisivo, mentre Matteo Renzi, dal canto suo, è già sul punto di apparire l’uomo di una stagione ormai trascorsa.

Ci mancano energie, idee, donne e uomini nuovi. Non per nulla, nell’assenza di qualunque soluzione audacemente imprevedibile, di una qualsivoglia inedita, valida, vocazione collettiva e personale, e stante l’incapacità sempre più clamorosa dei partiti di essere qualcosa di diverso dal passato, non ci è restato altro, per far comunque qualcosa di fronte all’emergenza, che ricorrere all’ union sacrée di tutto il vecchio. A una versione aggiornata delle «convergenze parallele ».

La verità è che siamo un Paese politicamente stanco, sfibrato, il quale troppo a lungo invece di guardare avanti si è perso nei reciproci risentimenti e nella recriminazione universale. I venti anni alle nostre spalle – i venti anni dell’era dominata sì da Berlusconi, ma in cui sulla scena c’erano pure tutti gli altri, pure tutti i suoi avversari – sono stati gli anni perduti della nostra storia repubblicana, i più inconcludenti e i più grigi. Gli anni della nostra dissipazione. Più che quelli dell’era Berlusconi essi, a considerarli retrospettivamente oggi, appaiono soprattutto come l’ultimo ventennio del Dopoguerra italiano. Quello in cui abbiamo creduto che fosse ancora possibile continuare a mantenere in vita il vecchio modello precedente, al massimo con qualche aggiustamento ma conservando la sostanza di molte, di troppe cose.

Quello in cui abbiamo creduto che anche nel sistema politico bastasse rimaneggiare le identità dei partiti, cambiare qualche persona, una regola elettorale; che bastasse ciò e non già che, invece, fosse necessario ben altro: ad esempio prendere di petto il potere delle corporazioni, tagliare le unghie all’alta burocrazia, disboscare selvaggiamente i codici, riportare la scuola a una regola antica di severità e di merito personale, impedire la finanza allegra di mille enti vampiri del denaro pubblico. Soprattutto esercitarci tutti in una spietata autocritica dei nostri peccati, delle azioni e delle omissioni di cui eravamo stati responsabili. Questo e molto altro sarebbe stato necessario: e ancora lo è. Urgentemente, drammaticamente.

Ma invece della verità, la politica sembra apprestarsi oggi a dare all’Italia al massimo le elezioni. Siamo davvero ansiosi di sapere che cosa mai ci prometteranno nell’occasione i duellanti di sempre. Sì, vogliamo proprio sentirlo il Pdl promettere per la decima volta la riforma di questo e di quello, dopo che non è stato capace per anni di farne nessuna. Sì, siamo davvero ansiosi di ascoltare finalmente dal Pd – visto che a smacchiare il giaguaro ci ha pensato qualcun altro – quali mirabolanti progetti ha per il Paese, soprattutto dove troverà i soldi per finanziarli e magari anche se intende chiamare a parteciparvi, chessò, il senatore Crimi (M5S) o l’onorevole Migliore (Sel). Ascolteremo, dunque. Comunque parteciperemo. Ancora una volta voteremo. Ma possiamo dirlo? Di questo vuoto, di questo nulla riempito solo di parole, non ne possiamo davvero più.


di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 4 agosto 2013)

Qualche settimana fa, già in vista della sentenza che la Cassazione ha emesso giovedì scorso, il direttore di questo giornale, Ezio Mauro, aveva usato la parola “dismisura” per definire l’influsso improprio che Silvio Berlusconi ha esercitato per vent’anni sulla fragile democrazia di questo paese.

La parola dismisura mi colpì molto per la sua efficace rappresentatività. Un uomo posseduto da un’egolatria straripante, con capacità di imbonire non solo una parte rilevante di popolo ma addirittura di deformare il funzionamento di istituzioni da tempo asservite ai partiti politici dominanti, guidava il paese con una ricchezza di assai dubbia provenienza, un impero mediatico di proporzioni inusitate, una spregiudicatezza politica senza limiti.

Del resto l’allarme di Repubblica nei confronti di quel personaggio così anomalo ad ogni principio democratico era scattato da tempo, quando Silvio Berlusconi non aveva ancora fatto il suo ingresso in politica ma già aveva con i politici contatti e rapporti di complicità e addirittura di compravendita. La nostra campagna era cominciata fin dagli ultimi anni Ottanta ed è del ’92 l’articolo da me pubblicato con il titolo “Mackie Messer ha un coltello ma vedere non lo fa” in cui il padrone della televisione commerciale italiana era paragonato al gangster protagonista dell’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht. Mackie Messer è stato finalmente condannato con sentenza definitiva in uno dei tanti processi intentati da 19 anni nei suoi confronti.

Non già per sentimenti persecutori della magistratura inquirente e giudicante, ma per la quantità di reati da lui commessi e da lui abilmente ostacolati, rallentati, bloccati, muovendo le leve politiche delle quali disponeva, rallentandoli con l’uso e l’abuso del legittimo impedimento, con l’accorciamento mirato della prescrizione, con l’immunità delle cariche da lui rivestite e addirittura con la corruzione di magistrati e giudici.

Inusitatamente – è il caso di dirlo – il processo sui diritti cinematografici di Mediaset è riuscito a farsi largo in questa selva di ostacoli e arrivare con poche settimane di anticipo sull’imminente prescrizione, alla sentenza definitiva. Ora l’imputato è un condannato ad una pena carceraria e ad una pena accessoria d’interdizione dai pubblici uffici. Nel frattempo altri processi incalzano per reati altrettanto gravi e forse più, presso i Tribunali e le Corti di Milano, Roma, Napoli, Bari.

Gli uomini del partito da lui fondato, e del quale è il leader e il proprietario nel senso tecnico del termine, lo sanno. I suoi elettori in parte l’hanno capito e l’hanno abbandonato, in parte sono ancora dominati dalla sua demagogia o da interessi da lui concessi e tutelati.

Su questa massa consistente di ministri del governo in carica, di parlamentari, di elettori ancora imboniti, Mackie Messer ha lanciato la sua campagna e vorrebbe annullare la sentenza con il ricatto di far saltare il governo e provocare lo sfascio d’una economia già fortemente in crisi.

Mackie Messer questa volta il coltello non solo non lo nasconde ma lo mostra apertamente agitandolo minacciosamente dalle sue televisioni ed anche dagli schermi della Rai che, non si capisce il perché, danno ripetutamente a reti unificate la parola di un pregiudicato e condannato per gravi reati comuni. Non accadrebbe in nessun altro paese anche perché l’uomo politico – in democrazie notevolmente più mature della nostra – si sarebbe da tempo dimesso dalle cariche ricoperte affrontando i processi e subendone le eventuali conseguenze.

Fatta questa premessa, che ricorda fatti peraltro ben noti ai nostri lettori, ma che è bene comunque ricordare per completezza d’informazione, parliamo ora del tema principale che oggi domina lo scenario politico ma non solo: oltre che politico anche economico, anche sociale, anche internazionale e infine istituzionale.

Non allarmatevi dei tanti aspetti di questa situazione: sono fortemente intrecciati tra loro e costituiscono un unico nodo ed è quel nodo che in un modo o nell’altro va sciolto nei prossimi giorni, anzi direi nelle prossime ore.

* * *

I sudditi (come altro chiamarli?) del condannato hanno inscenato una farsa da lui guidata, si sono dimessi nelle sue mani da ministri e da parlamentari e una loro deputazione vorrebbe incontrare Napolitano per ottenere la grazia per il loro padrone e signore. È probabile che Napolitano non li riceva ma è comunque certo che la grazia non la darà poiché non ne ricorrono gli estremi né morali né tecnici.

La minaccia, anzi il ricatto, è di mettere in crisi il governo e andare a votare in ottobre, ma Napolitano ha già più volte chiarito che non si parla di scioglimento anticipato delle Camere con questa legge elettorale palesemente incostituzionale. Bisogna dunque riformarla e il governo ha già fissato la data di discussione dei vari progetti allo studio il prossimo ottobre. Ammesso e non concesso che la si approvi entro ottobre, c’è nel frattempo l’obbligo di discutere e approvare la legge di stabilità finanziaria e il bilancio e si arriva così alla fine dell’anno. Qualora a quel punto Napolitano sciogliesse le Camere, si voterebbe alla fine di febbraio o a marzo ma nel frattempo – sempre che i sudditi del signore e padrone avessero dato le dimissioni – il governo sarebbe ancora in carica per l’ordinaria amministrazione. Quindi privo di qualunque autorevolezza anche in Europa, anzi soprattutto in Europa.

Non è da escludere che il signore e padrone di Arcore, divenuto a quel punto la sua comoda prigione dalla quale però non può incontrare nessuno se non i propri figli, abbia fermato le dimissioni e gli Aventini minacciati e così pure le elezioni anticipate. Ma non è soprattutto da escludere che Napolitano abbia accettato le dimissioni di Letta ed abbia nominato un “Letta bis” impostato sul Pd che ha la maggioranza assoluta alla Camera e quella relativa al Senato che diventerebbe assoluta con il voto di Scelta civica, Vendola e dei 5 Stelle, che probabilmente a quel punto arriverebbero.

Questi sono i vari scenari, l’ultimo dei quali è, a mio avviso, il più auspicabile perché significa che il governo Letta prosegue fino al semestre europeo di presidenza italiana con l’uscita di scena nel gennaio 2015.

Questo richiede lo “scopo” per il quale Letta fu insediato a Palazzo Chigi. Lo scopo è di combattere la recessione in Italia e avviare una politica europea basata sulla crescita e sull’Europa proiettata verso uno Stato federale.

Queste considerazioni sono presenti esplicitamente nelle dichiarazioni non solo di Letta ma anche del segretario del Pd Guglielmo Epifani e del presidente del gruppo del Senato del Pd Luigi Zanda nell’intervista pubblicata ieri su questo giornale.

L’impegno del Pd nel sostenere questo progetto è fondamentale e coincide con le finalità di un partito riformatore di sinistra democratica. Poi – a suo tempo – bisognerà votare per un nuovo Capo dello Stato quando Napolitano deciderà scaduto il suo tempo. Quest’uomo, tra i tanti pregi e qualità che ha mostrato nel suo pluri-mandato presidenziale, ha dato prova di una fermezza di carattere molto rara e di una visione istituzionale, già anticipata a suo tempo da Carlo Azeglio Ciampi, inconsueta in questo paese di fragile democrazia: il governo è un’istituzione, titolare del potere esecutivo. I partiti possono fornirgli alcuni loro uomini che però, una volta nominati, cessano di essere uomini di partito e diventano membri d’un potere costituzionale dello Stato di diritto.

Nel nostro paese questi principi vengono spesso dimenticati. Voglio qui ricordare che furono sostenuti a spada tratta da Bruno Visentini, Ugo La Malfa, Enrico Berlinguer, Aldo Moro e da questo giornale. I partiti servono a raccogliere il consenso, non ad occupare le istituzioni, governo e Parlamento compresi. Chi dimentica che la democrazia ha come fondamento la separazione dei poteri compie un grave errore e rischia di procurare danni al paese e ai cittadini, che non sono più soltanto italiani ma anche, e speriamo sempre di più, europei.


Sentenza Mediaset, è monarchia giudiziaria. Magistratura talebana stende Silvio e la politica
di Piero Sansonetti
(da “Gli Altri”, 4 agosto 2013)

Nel dopoguerra non era mai successa, in Europa, una cosa del genere: il capo incontrastato di uno dei due principali schieramenti – che negli ultimi vent’anni si sono alternati al governo e che oggi governano in una grande coalizione – viene spedito in galera, o ai domiciliari che tecnicamente è la stessa cosa. Per cercare dei precedenti bisogna andare a frugare tra i regimi autoritari: la Spagna franchista, il Portogallo di Salazar, la Grecia dei Colonnelli, i paesi dell’Est comunista. E’ possibile qualche paragone italiano, durante la stagione di “mani Pulite” vent’anni fa, ma non sono paragoni precisi. Craxi fu condannato in via definitiva, ma prima della condanna era riparato in esilio in Tunisia. E poi Craxi, quando fu condannato, era stato già spazzato via dalla politica italiana.

Davvero c’è qualcuno che crede che questa sentenza non avrà conseguenze politiche? O è un folle o è un ipocrita. La politica italiana è terremotata, letteralmente, da questa sentenza, essenzialmente per due ragioni che provo a illustrare.

Prima. La più scontata. La condanna contro Berlusconi esaspererà gli animi delle parti più oltranziste del Pd e del Pdl. Sotterrandone le componenti moderate e governative. Il Pd non reggerà l’urto della sua pancia giustizialista, specialmente in una fase precongressuale, ne sarà travolto e dovrà rinunciare al moderatismo di Letta. Il Pdl altrettanto. Il movimento di Grillo soffierà sul fuoco, mettendo il Pd alle strette.

Seconda. I rapporti tra magistratura e politica con questa sentenza cambiano definitivamente. Non so se avete notato la coreografia. I giudici della Cassazione hanno violato tutti i protocolli, hanno chiamato i giornalisti ad assistere allo show, hanno alimentato ore e ore di diretta televisiva all’americana. Perché lo hanno fatto? Per dare visibilità e per spettacolarizzare la sentenza e la propria affermazione di potere. Alla Cassazione non è sfuggito il fatto che la condanna di Berlusconi – assolutamente discutibile sul piano giuridico – rappresentava anche sul piano simbolico la sconfitta e l’umiliazione della politica. E non hanno voluto in nessun modo nascondere questo aspetto. Da oggi il potere della magistratura non ha più nemici. La Procura di Milano potrà decidere i termini della carcerazione domiciliare di Berlusconi, impedirgli o no di avere colloqui politici, di parlare al telefono, di fare interviste o dichiarazioni. Lo hanno tecnicamente e fisicamente nelle loro mani. Per la destra è una sconfitta storica e devastante. E la sinistra non avrà altra scelta che allinearsi ai Travaglio, ai Flores e ai sacerdoti della magistratura, inchinarsi, e perderà qualunque autonomia e i suoi nuovi poteri saranno tutti – come si diceva una volta – “per graziosa concessione del re”.

E già: c’è un nuovo re, a 65 anni dal referendum che sconfisse Umberto, e questo nuovo monarca è il potere giudiziario. Il quale, al suo interno, ha visto l’ascesa e poi la completa vittoria della sua componente – come dire – ”religiosa”. Composta da quei magistrati che profondamente e in buona fede ritengono di avere avuto un mandato da Dio: punire Berlusconi. Di questa visione “sacra” della giustizia terrena, nessuno in questi anni si è reso conto. Lo stesso Berlusconi è stato convinto di potersi giocare sul tavolo della politica la sua partita con i giudici. Era convinto che la Magistratura avesse un disegno, e che si poteva smontare questo disegno. Ma la magistratura non aveva nessun disegno: aveva una missione, una “visione” superiore, una spinta talebana, che non può essere contenuta con nessuna battaglia politica.
L’errore di Berlusconi è stato fatale: non c’è dubbio che è lui, molto più della sinistra, il responsabile della mancata riforma della Giustizia. Nel ’97 la riforma era pronta, elaborata dalla bicamerale di D’Alema: Berlusconi la fece saltare per miope calcolo politico. E commise lo stesso errore nel 2008, quando lasciò che De Magistris silurasse il governo Prodi affondando il ministro Mastella che, anche lui, stava preparando la riforma. Oggi Berlusconi, e l’Italia, pagano carissimi quegli errori di miopia. Difficile prevedere le prossime tappe. E’ ormai quasi impossibile la riforma della giustizia, è impossibile l’amnistia, sono probabili elezioni anticipate che in linea di massima dovrebbero favorire il Pd, il quale, però, se vincesse, sarebbe ancorato a una politica di destra sul piano sociale e giustizialista sul piano politico. Non c’è da stare molto allegri.


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Bart