Gli autori. Uno su dieci

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 14, giovedì, 4 aprile 1968]

Ho sotto gli occhi l’ultimo bollettino Ansa con i libri più venduti della settimana: cinque romanzi, cinque saggi. Sono tutti di autori stranieri. Prendo per curiosità quello della settimana scorsa. Identica situazione. Nemmeno il nome di un italiano. Risalgo al mese di febbraio, a gennaio. Poco o nulla di diverso. Qualche nome d’italiano s’in ­contra, isolato, nella folla degli stranieri, inglesi, america ­ni, russi, francesi. Il rapporto negli ultimi mesi è di uno su dieci.

Mi direte: non è una novità; lo sanno tutti che gli scrit ­tori italiani, romanzieri, poeti, saggisti, non sono letti, nemmeno in patria. D’accordo: ma vederne con i propri oc ­chi la documentazione precisa è pur sempre una cosa che fa effetto.

Come mai? Di chi la colpa? E c’è un colpevole? Premet ­to subito che, se esiste, non è certamente il pubblico.

Analizziamo piuttosto gli ultimi bollettini. Fra i narra ­tori ci sono Platonov, il Bulgakov de « Il maestro e Mar ­gherita », Capote, Kerouac, Graham Greene. A parte il ro ­manzo di Bulgakov gli altri non sono libri eccezionali. Pla ­tonov è un narratore dell’epoca staliniana, recuperato dai russi negli ultimi anni; Kerouac è un beat, anzi uno dei ca ­pi del movimento, con una certa anzianità di servizio; Ca ­pote, enfant prodige degli anni postbellici, ha avuto il suo rilancio nel ’66 per un romanzo-documentario, « A sangue freddo », Graham Greene è uno stanco fabbricante di ro ­manzi, in cui la problematica religiosa si confonde con il gusto per le trame poliziesche, che ebbe fama da noi intor ­no al 1950.

Fra i saggisti troviamo nell’ordine, Marcuse, Servan-Schreiber, Kennedy, McCarthy, Chesneaux. Qui i motivi della preferenza sono direi evidenti. Marcuse è attualmen ­te l’idolo della gioventù, anche se lui dichiara di meravi ­gliarsene; Schreiber noto, prima, a una minoranza come di ­rettore dell’« Express », è diventato un best seller in tutta l’Europa con il suo « Le défi americain »; di Kennedy e della McCarthy sono piene le cronache dei giornali. Che ­sneaux era fino a poco fa uno sconosciuto; ma il suo libro sulla storia del Vietnam tratta un argomento che sta a cuo ­re a tutti.

In questo campo c’è una situazione geografica, storica, politica che gioca a nostro svantaggio. Non siamo il centro del mondo; è naturale che sui problemi di maggiore attua ­lità si arrivi in ritardo. Ma anche supponendo che un ita ­liano affrontasse per primo un argomento d’interesse mon ­diale, ci sarebbe sempre nei suoi confronti un senso di sfiducia. Insomma abbiamo rinunciato, ed è abbastanza na ­turale che sia così, ad avere una voce in capitolo nel mon ­do delle idee. La cultura, lo sappiamo, è quasi sempre lega ­ta all’egemonia di una civiltà. E’ naturale chela McCarthye Kennedy, come Breznev o Mao Tse Tung, interessino di più dell’onorevole Moro.

Per la scelta dei narratori, dei poeti, la motivazione non è altrettanto chiara. Non foss’altro per via della lingua, specie fra lettori in grado di apprezzare il valore dello sti ­le, le opere di fantasia dovrebbero assicurarci, sul nostro mercato, una posizione di privilegio. Ma non è così. II pub ­blico colto è molto più cosmopolita dei letterati. Preferisce gli stranieri anche se tradotti: e forse proprio perché tra ­dotti.

In realtà la diffidenza verso lo scrittore italiano, in Ita ­lia, ha radici molto lontane e profonde. Ricordiamoci la no ­stra infanzia, la nostra giovinezza: a parte Collodi e Salgari, quali erano i nostri autori preferiti? Manzoni? Nievo? Fogazzaro? Solo i nomi ci facevano ridere. E la loro lin ­gua? Irritante, insopportabile. I nostri « classici » erano i romanzi tradotti dal russo, dal francese, dall’inglese, delle edizioni Barion o Bietti, che trovavamo a due lire sui car ­rettini. Prima di arrivare alla letteratura ci nutrimmo di London, Conrad, Dostoiewski, Tolstoi, Zola. Soltanto più tardi, quando cominciammo a leggere da letterati, scoprim ­mo anche gli italiani. Ma diciamolo francamente; quasi per obbligo, senza entusiasmo, con scarsissimo piacere, e con un senso di fastidio.

Siamo onesti, i primi a non amare la letteratura italia ­na, intendendo tuttociò che si scrive nella nostra lingua, dalla storia alla filosofia, dalla narrativa alla critica, siamo proprio noi, i letterati, gli scrittori. Ci leggiamo, è vero, fra colleghi, ma più che altro per amicizia, per ragioni di lavo ­ro, per buona educazione, quando non è per spirito di vigi ­lanza. Una volta assolti questi doveri, se abbiamo voglia di leggere (sempre meno) corriamo al libro straniero.

Il defunto principe di Lampedusa gran divoratore di ro ­manzi inglesi, francesi, russi, diceva di non leggere mai gli italiani (se lo poteva permettere, non aveva obblighi di sorta) perché li riteneva incapaci di raccontare. Più o me ­no pensiamo tutti alla stessa maniera. La letteratura italia ­na, diceva Saba, sono secoli di noia.

Ma torniamo ai bollettini di vendita. Fra poco la situa ­zione cambierà. E’ il momento questo di uscita dei nuovi libri italiani. S’avvicina la stagione dei premi e gli editori fanno quanto possono per imporre all’attenzione i loro pro ­dotti. Per un paio di mesi vedremo i nostri migliori titoli risalire. Durante l’estate resteranno in alto. Poi la borsa si calmerà e il lettore « fuorviato » tornerà alle sue naturali predilezioni.

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Commenti

3 risposte a “Gli autori. Uno su dieci”

  1. Avatar Carlo Capone
    Carlo Capone

    Dopo quasi 50 anni le cose non sono cambiate, salvo il fatto che oggi un Bulgakov non capita più, tra gli stranieri. E in effetti mi sono sempre chiesto per quale ragione noi italiani li prediligiamo, direi a scatola chiusa, trascurando almreno alcuni dei nostri che al confronto non sfigurano affatto.

    Però un cambiamento in positivo nell’attenzione per le cose nostre lo vedo. Lasciando da parte Manzoni, che fa storia a sè, nomi come Nievo, Collodi, Salgari sono stati riletti e riportati alla giusta dimensione letteraria. Ai tempi del mio Liceo i primi due a stento occupavano mezza paginetta delle antologie di letteratura dell’Ottocento, insomma erano men che minori, mentre, che so, a un Tommaso Grossi un capitoletto era sempre garantito. Oggi sappiamo che di questo Grossi non abbiamo di che farcene, ma di un Pinocchio o di una Pisana ci è d’obbligo scandagliare l’animo per capire effettivamente chi siamo.

    Ciao Bart, e sempre complimenti per questa riscoperta dei passati articoli   letterari.

  2. Grazie, Carlo. Approfitto anche per farti gli auguri di Natale. In quel periodo sarò fuori casa.

  3. Avatar Carlo Capone
    Carlo Capone

    Auguri anche a te e famiglia, Bart.