Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: Il chiostro

24 Agosto 2008

di Giacomo Devoto
[dal “Corriere della Sera”, mercoled√¨ 21 maggio 1969]

In principio erano dei buontemponi. Il loro nome era quello di Brigata dei Crusconi, in polemica soprattutto con quelli dell’Accademia degli Umidi, fondata nel 1540, e di ¬≠venuta poi ¬ę Accademia fio ¬≠rentina ¬Ľ. Invece che a disqui ¬≠sizioni erudite, i Crusconi si dedicavano a Cruscate, e cio√® a conversazioni di scarsa im ¬≠portanza, o addirittura scher ¬≠zose. I primi Crusconi si iden ¬≠tificano tradizionalmente in cinque persone, Anton France ¬≠sco Grazzini, G. B. Deti, Bernardo Canigiani, Bernardo Zanchini, Bastiano de’ Rossi. I loro soprannomi rispettivi erano il Lasca, il Sollo, il Gra ¬≠molato, il Macerato, l’Inferi ¬≠gno. Soltanto il primo soprav ¬≠vive nella toponomastica stra ¬≠dale odierna di Firenze, nella via del Lasca, alle Cure.
La svolta, o, la conversione, avvenne nel 1583, per opera dell’ultimo venuto, l’Infarina ¬≠to, al secolo Leonardo Salviati. A questo si devono cinque cose: il nome di Accademia della Crusca; le strutture, a cominciare dalle cariche di Censore e di Arciconsolo; la interpretazione della imagine della Crusca come stimolo a separare il cattivo dal buono; la precisazione del buono rife ¬≠rendolo, per quanto riguarda lo spazio, all’area del volgare fiorentino; la precisazione nel senso del tempo, limitandolo agli autori del Trecento.
La questione del Vocabola ¬≠rio, trattata a partire dal 1591, fu risolta brillantemente e ra ¬≠pidamente con la apparizione, a Venezia, nel 1612, della pri ¬≠ma edizione del ¬ę Vocabolario degli Accademici della Cru ¬≠sca ¬Ľ, che ebbe grandissima eco nell’Europa intera. Non solo in Francia, dove il cardi ¬≠nale di Richelieu indirizz√≤ la Acad√©mie fran√≠¬ßaise su quella strada, ma in Inghilterra, in Spagna, in Germania, l’atti ¬≠vit√† lessicografica si ispir√≤ al ¬≠l’indiscusso insuperato model ¬≠lo degli Accademici della Crusca. Dopo la seconda edizione uscita con poche modificazio ¬≠ni, sempre a Venezia nel 1623, la terza  apparve in tre volumi a Firenze, fra il 1648 e il 1691 Ma accanto alla mole era an ¬≠che mutato lo spirito dell’im ¬≠presa. A una norma e a un indirizzo che dovevano essere considerati solo ¬ęda preferi ¬≠re ¬Ľ, si accompagn√≤ ben presto il principio di autorit√†, la sanzione,    la    persecuzione.   Al periodo   dei   buontemponi   si era sostituito quello dei Cruscanti magistrati.
Il   periodo dello strapotere si chiuse per√≤ presto, con la uscita della  quarta edizione in sei volumi, uscita a Firenze fra il 1729 e il 1738. Alle difficolt√† tecniche dovute alla mole crescente, si aggiunsero, a determinare una svolta, i tempi. Al Barocco, all’Arcadia, inclini a considerare il patrimonio lessicale come un ornamento da difendere, subentr√≤ l’illuminismo razionalistico, volto non alle parole ma alle cose. Non occorse la rivoluzione francese, perch√© avvenissero due cose: che Alessandro Verri ripudiasse solennemente la nozione di purismo linguisti ¬≠co; che il granduca Pietro Leo ¬≠poldo nel 1783 ¬ę sommerges ¬≠se ¬Ľ la Crusca nella Accademia fiorentina. Ma, dopo ogni rivoluzione, √® necessario rista ¬≠bilire un ordine nuovo, e, sotto Napoleone, la Crusca non solo fu ricostituita, ma il compito della vigilanza sulla purit√† del ¬≠la lingua le fu, per opera di un sovrano straniero, riconfermato.
I pareri erano diversi. Se, nel 1783, prima di Napoleone, l’Alfieri aveva pianto, nel sonetto famoso dell’idioma gen ¬≠tile, sulla fine della Crusca, il Monti ebbe a descrivere, subito dopo il periodo napoleonico, il vocabolario come ¬ęvilissimo, schifosissimo, barbarissimo ammasso di lingua scomunicata ¬Ľ.
Il cinquantennio postnapoleonico fu triste. Mai gli acca ¬≠demici avevano lavorato tan ¬≠to, mai concluso meno. Nel 1838 Gino Capponi confessava al Tommaseo che, con quel ritmo, ci sarebbero voluti due ¬≠cento anni per arrivare in por ¬≠to. Nel 1863 usciva il primo volume della quinta edizione, dedicato a Vittorio Emanuele II. Solo per cavalleria verso i predecessori, un fascicolo uf ¬≠ficioso della Accademia della Crusca poteva dire nel 1962 che ¬ę raggiunta l’unit√† italiana anche la Crusca era risorta a nuova vita ¬Ľ. Non era vero. Nella seconda met√† del secolo XIX, i modelli lessicografici non irradiarono pi√Ļ da Firen ¬≠ze, ma da Oxford, o dall’uffi ¬≠cio del Tesoro della lingua la ¬≠tina, da Monaco di Baviera. La Crusca si chiuse in una stanca difesa, minata da una insufficiente convinzione nella bont√† della sua causa tradizionale, e insieme da una intrinseca incapacit√† a proporsi un compito nuovo. Si rassegn√≤ ad incassare le critiche convergenti dell’idealismo crociano e del pragmatismo vociano. Fu il periodo dei cruscanti ridotti a burocrati.
Fra il primo e il secondo decennio del secolo, Cesare de Lollis propose (in verit√† candidamente) di offrire a privati,  ricchi di energie fresche e combattive, l’impresa del vocabolario, togliendola alla Crusca. Subito dopo la guerra, Benedetto Croce incaric√≤ persone autorevoli di fare propo ¬≠ste per una riforma, e Giovanni Gentile, munito di altri poteri, intervenne con decisione: la riform√≤, in un certo senso la soppresse.
Le impose co ¬≠me fine la edizione di testi antichi, e cio√® la avvi√≤, anzich√© direttamente verso il compito tradizionale del vocabolario, a un compito preliminare: quello di predisporre le condizioni essenziali all’opera del vocabolario. L’idea era cruda, ma non infondata. Un vocabolario storico deve poggiare su edi ¬≠zioni fidate. Se queste non ci sono, bisogna farle. E’ un compito umile, paragonabile a quello dei bonificatori che fer ¬≠mano la terra, fanno scorrere razionalmente le acque, lascia ¬≠no ad altri il privilegio di pian ¬≠tare alberi, cogliere frutti, con ¬≠templare il bosco. Purtroppo il quarantennio 1923-1963, desti ¬≠nato a questi scopi prelimina ¬≠ri, √® stato quello della seconda guerra mondiale, e delle sue conseguenze. Le statistiche, relative alla nostra situazione in materia di edizioni, sono umi ¬≠lianti.
Ma intanto la societ√† era cambiata. Da cinquant’anni la lingua italiana non √® pi√Ļ quel ¬≠la di una oligarchia di uomini di lettere, ma di tutto il popolo italiano. Quello che urge non √® tanto una scelta quanto un inventario di un patrimonio accumulato nei secoli: una or ¬≠ganizzazione per centinaia di divisioni, di fanti, non per scelti plotoni di corazzieri. Oc ¬≠corre raccogliere scegliere ordinare redigere pubblicare un materiale ragguagliabile a cen ¬≠to milioni o, se pi√Ļ piace, a mille metri cubi di schede. Occorre avere una proiezione nel tempo, e cio√® quel tanto di disinteresse e di fede, che consenta di guardare con lo stesso occhio attento quanto contiamo di vedere compiuto e quanto no. A questa fede, il mondo esterno non contribui ¬≠sce, n√© attraverso correnti ideali ispiratrici, n√© attraverso un atteggiamento di semplice comprensione. Tanto meno aiuta la universit√†, alla quale si associa una prognosi riser ¬≠vata, per almeno tremila gior ¬≠ni da oggi. E’ durante questa interminabile malattia che una comunit√† come la nostra deve allora sottentrare, perch√© sette secoli di tradizione di studio e di ricerca linguistica all’ombra dell’universit√† non vadano dispersi. Tutto congiura perch√© all’orizzonte dei continuatori e successori degli antichi buon ¬≠temponi e dei moderni filologi editori di testi, si affacci una imagine antica, quella di una civilt√† tramontante, e insieme quella dei monaci benedettini che quindici secoli or sono ne hanno salvati documenti preziosi.
Chi lavora oggi alla Crusca √® vincolato a un mondo diverso da quello circostante, ma non lo nega, come non lo ne ¬≠garono i Cistercensi, esperti di idraulica, creatori della ubert√† del Basso milanese. Non lo ne ¬≠gano, fino al punto di apparire ai giornalisti come esseri pit ¬≠toreschi perch√© non disdegna ¬≠no di servirsi di calcolatori elettronici, anche se sono pron ¬≠ti a ricordare che la macchina non rende mai superflua la opera, ma solo la fatica, del ¬≠l’uomo.
Proiettati verso un futuro che non vedremo, non cerchia ¬≠mo di identificare le imagini di quei fortunati che vedranno l’opera finita e ne coglieranno gli allori. Essi sicuramente gi√† esistono, e non lo sanno n√© lo prevedono. Tuttavia, gi√† in questa fase preliminare, mi pare giusto che escano dall’a ¬≠nonimato della nostra attivit√† comunitaria, quattro nomi che hanno operato in modo decisivo in favore della nostra impresa. Si tratta di Giovanni Polvani e Vincenzo Caglioti, i due presidenti del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che si sono adoprati perch√©, con i necessari contributi, la nostra impresa avesse il pane; e subi ¬≠to dopo di Ugo Procacci e Guido Morozzi, i due soprintendenti che, con l’edificio re ¬≠staurato, ci hanno assicurato invece il tetto e l’aria di cui non possiamo fare a meno. In ¬≠sieme con essi ricordiamo i cultori di tutti i rami del sa ¬≠pere che noi chiamiamo a collaborare con noi, in assoluta parit√† di intenti, spogli come siamo della cortoveggenza e dell’egoismo dei letterati oligarchi del passato. Ricordiamo infine tutti i fiorentini, che vo ¬≠gliamo consapevoli e orgoglio ¬≠si di appartenere tuttora alla capitale (sia pure soltanto lin ¬≠guistica) d’Italia.
Ma ricordiamo anche che i nostri compiti non si proietta ¬≠no solo nel tempo. Accanto al patrimonio lessicale esistono strutture grammaticali che il tradizionalismo universitario ha snobbato. E lessico e strutture insieme devono essere portati a conoscenza di quanti stranieri, all’estero e in patria, hanno interesse per la nostra lingua, in uno spirito di inces ¬≠sante dialogo da parte di inse ¬≠gnanti qualificati.
Cos√¨ il ciclo si compie. In principio erano stati buontem ¬≠poni. Sono stati via via magi ¬≠strati, burocrati, eruditi. Oggi hanno trovato il loro assetto intellettuale e morale come monaci (non salmodianti) in un ¬ę chiostro ¬Ľ.


Letto 3652 volte.
ÔĽŅ

4 Comments

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: I MAESTRI: Il chiostro - Il blog degli studenti. — 24 Agosto 2008 @ 07:23

    […] Read more Posted by | […]

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 24 Agosto 2008 @ 16:57

    Grazie, ancora, Bartolomeo, per saper ‚Äúscovare‚ÄĚ e proporci pagine di grande interesse e levatura.
    Per quanto riguarda il discorso sulla lingua italiana, oggi notiamo due pericoli:
    1 ¬į) quello della massiccia, continua introduzione, col conseguente uso sempre pi√Ļ frequente, di parole straniere, specie inglesi. Nel giornalismo, nel linguaggio televisivo, nell’informatica, ecc., ve n’√® un abuso preoccupante. √ą vero che si viaggia (non so quanto positivamente) lungo il cammino della globalizzazione, ma non possiamo disperdere o dimenticare un patrimonio cos√¨ ricco e importante di vocaboli, quale √® quello che ci offre la nostra lingua;
    2 ¬į) quello di un uso sempre pi√Ļ scorretto della grammatica italiana. Il bel parlare, limpido, scorrevole, elegante, accattivante, pressoch√© perfetto nella struttura, alla Devoto, per intenderci, √® in modo allarmante sempre pi√Ļ raro. E che dire, poi, dell’ormai frequentissimo abbandono dell’uso del congiuntivo? E che dire, ancora, dell’accentazione sbagliata nella pronuncia delle parole (b√≤sco e non b√≠¬≥sco!)? Bisogna curare e salvaguardare questo sacro patrimonio della nostra lingua, che √® la nostra stessa identit√†, anche se non possiamo fare a meno di neologismi, che nascono nell’evolvere della vita e possono offrire un ulteriore contributo positivo, un arricchimento, purch√© non ne faccia un abuso. Tuttavia l’evoluzione della lingua deve sempre ben poggiare sul suo grande serbatoio lessicale, che ne costituisce la forza e l’essenza. Perch√©, come ben diceva il Devoto: ‚ÄúSette secoli di tradizioni di studio e di ricerca linguistica [√Ę‚ā¨¬¶] non vadano dispersi‚ÄĚ
    Gian Gabriele Benedetti

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 24 Agosto 2008 @ 17:49

    Grazie, Gian Gabriele, dei tuoi commenti sempre puntuali agli articoli proposti dalla rivista. Gi√† l’ho scritto: la tua presenza √® diventata molto importante. Ricordo ai lettori che tu hai avuto una lunga esperienza di testi letterari quale componente della giuria di uno dei premi pi√Ļ liberi e genuini della Lucchesia, Il premio Coreglia Antelminelli, che vide l’ininterrota, fino alla sua morte, partecipazione del Prof. Guglielmo Lera.

  4. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 24 Agosto 2008 @ 22:17

    Grazie a te, Bartolomeo!
    Ricordo con affetto e grande stima il compianto Prof. Guglielmo Lera, un pozzo profondo di conoscenze e, soprattutto, un grande, innamorato conoscitore della lucchesità. Lo rimpiango non solo per la sua cultura, ma anche per la sua modestia, la sua cordialità, la sua schietta amicizia
    Gian Gabriele

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart