di Giacomo Devoto
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 21 maggio 1969]
In principio erano dei buontemponi. Il loro nome era quello di Brigata dei Crusconi, in polemica soprattutto con quelli dell’Accademia degli Umidi, fondata nel 1540, e di venuta poi « Accademia fio rentina ». Invece che a disqui sizioni erudite, i Crusconi si dedicavano a Cruscate, e cioè a conversazioni di scarsa im portanza, o addirittura scher zose. I primi Crusconi si iden tificano tradizionalmente in cinque persone, Anton France sco Grazzini, G. B. Deti, Bernardo Canigiani, Bernardo Zanchini, Bastiano de’ Rossi. I loro soprannomi rispettivi erano il Lasca, il Sollo, il Gra molato, il Macerato, l’Inferi gno. Soltanto il primo soprav vive nella toponomastica stra dale odierna di Firenze, nella via del Lasca, alle Cure.
La svolta, o, la conversione, avvenne nel 1583, per opera dell’ultimo venuto, l’Infarina to, al secolo Leonardo Salviati. A questo si devono cinque cose: il nome di Accademia della Crusca; le strutture, a cominciare dalle cariche di Censore e di Arciconsolo; la interpretazione della imagine della Crusca come stimolo a separare il cattivo dal buono; la precisazione del buono rife rendolo, per quanto riguarda lo spazio, all’area del volgare fiorentino; la precisazione nel senso del tempo, limitandolo agli autori del Trecento.
La questione del Vocabola rio, trattata a partire dal 1591, fu risolta brillantemente e ra pidamente con la apparizione, a Venezia, nel 1612, della pri ma edizione del « Vocabolario degli Accademici della Cru sca », che ebbe grandissima eco nell’Europa intera. Non solo in Francia, dove il cardi nale di Richelieu indirizzò la Académie franí§aise su quella strada, ma in Inghilterra, in Spagna, in Germania, l’atti vità lessicografica si ispirò al l’indiscusso insuperato model lo degli Accademici della Crusca. Dopo la seconda edizione uscita con poche modificazio ni, sempre a Venezia nel 1623, la terza apparve in tre volumi a Firenze, fra il 1648 e il 1691 Ma accanto alla mole era an che mutato lo spirito dell’im presa. A una norma e a un indirizzo che dovevano essere considerati solo «da preferi re », si accompagnò ben presto il principio di autorità, la sanzione, la persecuzione. Al periodo dei buontemponi si era sostituito quello dei Cruscanti magistrati.
Il periodo dello strapotere si chiuse però presto, con la uscita della quarta edizione in sei volumi, uscita a Firenze fra il 1729 e il 1738. Alle difficoltà tecniche dovute alla mole crescente, si aggiunsero, a determinare una svolta, i tempi. Al Barocco, all’Arcadia, inclini a considerare il patrimonio lessicale come un ornamento da difendere, subentrò l’illuminismo razionalistico, volto non alle parole ma alle cose. Non occorse la rivoluzione francese, perché avvenissero due cose: che Alessandro Verri ripudiasse solennemente la nozione di purismo linguisti co; che il granduca Pietro Leo poldo nel 1783 « sommerges se » la Crusca nella Accademia fiorentina. Ma, dopo ogni rivoluzione, è necessario rista bilire un ordine nuovo, e, sotto Napoleone, la Crusca non solo fu ricostituita, ma il compito della vigilanza sulla purità del la lingua le fu, per opera di un sovrano straniero, riconfermato.
I pareri erano diversi. Se, nel 1783, prima di Napoleone, l’Alfieri aveva pianto, nel sonetto famoso dell’idioma gen tile, sulla fine della Crusca, il Monti ebbe a descrivere, subito dopo il periodo napoleonico, il vocabolario come «vilissimo, schifosissimo, barbarissimo ammasso di lingua scomunicata ».
Il cinquantennio postnapoleonico fu triste. Mai gli acca demici avevano lavorato tan to, mai concluso meno. Nel 1838 Gino Capponi confessava al Tommaseo che, con quel ritmo, ci sarebbero voluti due cento anni per arrivare in por to. Nel 1863 usciva il primo volume della quinta edizione, dedicato a Vittorio Emanuele II. Solo per cavalleria verso i predecessori, un fascicolo uf ficioso della Accademia della Crusca poteva dire nel 1962 che « raggiunta l’unità italiana anche la Crusca era risorta a nuova vita ». Non era vero. Nella seconda metà del secolo XIX, i modelli lessicografici non irradiarono più da Firen ze, ma da Oxford, o dall’uffi cio del Tesoro della lingua la tina, da Monaco di Baviera. La Crusca si chiuse in una stanca difesa, minata da una insufficiente convinzione nella bontà della sua causa tradizionale, e insieme da una intrinseca incapacità a proporsi un compito nuovo. Si rassegnò ad incassare le critiche convergenti dell’idealismo crociano e del pragmatismo vociano. Fu il periodo dei cruscanti ridotti a burocrati.
Fra il primo e il secondo decennio del secolo, Cesare de Lollis propose (in verità candidamente) di offrire a privati, ricchi di energie fresche e combattive, l’impresa del vocabolario, togliendola alla Crusca. Subito dopo la guerra, Benedetto Croce incaricò persone autorevoli di fare propo ste per una riforma, e Giovanni Gentile, munito di altri poteri, intervenne con decisione: la riformò, in un certo senso la soppresse.
Le impose co me fine la edizione di testi antichi, e cioè la avviò, anziché direttamente verso il compito tradizionale del vocabolario, a un compito preliminare: quello di predisporre le condizioni essenziali all’opera del vocabolario. L’idea era cruda, ma non infondata. Un vocabolario storico deve poggiare su edi zioni fidate. Se queste non ci sono, bisogna farle. E’ un compito umile, paragonabile a quello dei bonificatori che fer mano la terra, fanno scorrere razionalmente le acque, lascia no ad altri il privilegio di pian tare alberi, cogliere frutti, con templare il bosco. Purtroppo il quarantennio 1923-1963, desti nato a questi scopi prelimina ri, è stato quello della seconda guerra mondiale, e delle sue conseguenze. Le statistiche, relative alla nostra situazione in materia di edizioni, sono umi lianti.
Ma intanto la società era cambiata. Da cinquant’anni la lingua italiana non è più quel la di una oligarchia di uomini di lettere, ma di tutto il popolo italiano. Quello che urge non è tanto una scelta quanto un inventario di un patrimonio accumulato nei secoli: una or ganizzazione per centinaia di divisioni, di fanti, non per scelti plotoni di corazzieri. Oc corre raccogliere scegliere ordinare redigere pubblicare un materiale ragguagliabile a cen to milioni o, se più piace, a mille metri cubi di schede. Occorre avere una proiezione nel tempo, e cioè quel tanto di disinteresse e di fede, che consenta di guardare con lo stesso occhio attento quanto contiamo di vedere compiuto e quanto no. A questa fede, il mondo esterno non contribui sce, né attraverso correnti ideali ispiratrici, né attraverso un atteggiamento di semplice comprensione. Tanto meno aiuta la università, alla quale si associa una prognosi riser vata, per almeno tremila gior ni da oggi. E’ durante questa interminabile malattia che una comunità come la nostra deve allora sottentrare, perché sette secoli di tradizione di studio e di ricerca linguistica all’ombra dell’università non vadano dispersi. Tutto congiura perché all’orizzonte dei continuatori e successori degli antichi buon temponi e dei moderni filologi editori di testi, si affacci una imagine antica, quella di una civiltà tramontante, e insieme quella dei monaci benedettini che quindici secoli or sono ne hanno salvati documenti preziosi.
Chi lavora oggi alla Crusca è vincolato a un mondo diverso da quello circostante, ma non lo nega, come non lo ne garono i Cistercensi, esperti di idraulica, creatori della ubertà del Basso milanese. Non lo ne gano, fino al punto di apparire ai giornalisti come esseri pit toreschi perché non disdegna no di servirsi di calcolatori elettronici, anche se sono pron ti a ricordare che la macchina non rende mai superflua la opera, ma solo la fatica, del l’uomo.
Proiettati verso un futuro che non vedremo, non cerchia mo di identificare le imagini di quei fortunati che vedranno l’opera finita e ne coglieranno gli allori. Essi sicuramente già esistono, e non lo sanno né lo prevedono. Tuttavia, già in questa fase preliminare, mi pare giusto che escano dall’a nonimato della nostra attività comunitaria, quattro nomi che hanno operato in modo decisivo in favore della nostra impresa. Si tratta di Giovanni Polvani e Vincenzo Caglioti, i due presidenti del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che si sono adoprati perché, con i necessari contributi, la nostra impresa avesse il pane; e subi to dopo di Ugo Procacci e Guido Morozzi, i due soprintendenti che, con l’edificio re staurato, ci hanno assicurato invece il tetto e l’aria di cui non possiamo fare a meno. In sieme con essi ricordiamo i cultori di tutti i rami del sa pere che noi chiamiamo a collaborare con noi, in assoluta parità di intenti, spogli come siamo della cortoveggenza e dell’egoismo dei letterati oligarchi del passato. Ricordiamo infine tutti i fiorentini, che vo gliamo consapevoli e orgoglio si di appartenere tuttora alla capitale (sia pure soltanto lin guistica) d’Italia.
Ma ricordiamo anche che i nostri compiti non si proietta no solo nel tempo. Accanto al patrimonio lessicale esistono strutture grammaticali che il tradizionalismo universitario ha snobbato. E lessico e strutture insieme devono essere portati a conoscenza di quanti stranieri, all’estero e in patria, hanno interesse per la nostra lingua, in uno spirito di inces sante dialogo da parte di inse gnanti qualificati.
Così il ciclo si compie. In principio erano stati buontem poni. Sono stati via via magi strati, burocrati, eruditi. Oggi hanno trovato il loro assetto intellettuale e morale come monaci (non salmodianti) in un « chiostro ».
Commenti
4 risposte a “Il chiostro”
Grazie, ancora, Bartolomeo, per saper “scovare” e proporci pagine di grande interesse e levatura.
Per quanto riguarda il discorso sulla lingua italiana, oggi notiamo due pericoli:
1 °) quello della massiccia, continua introduzione, col conseguente uso sempre più frequente, di parole straniere, specie inglesi. Nel giornalismo, nel linguaggio televisivo, nell’informatica, ecc., ve n’è un abuso preoccupante. È vero che si viaggia (non so quanto positivamente) lungo il cammino della globalizzazione, ma non possiamo disperdere o dimenticare un patrimonio così ricco e importante di vocaboli, quale è quello che ci offre la nostra lingua;
2 °) quello di un uso sempre più scorretto della grammatica italiana. Il bel parlare, limpido, scorrevole, elegante, accattivante, pressoché perfetto nella struttura, alla Devoto, per intenderci, è in modo allarmante sempre più raro. E che dire, poi, dell’ormai frequentissimo abbandono dell’uso del congiuntivo? E che dire, ancora, dell’accentazione sbagliata nella pronuncia delle parole (bòsco e non bí³sco!)? Bisogna curare e salvaguardare questo sacro patrimonio della nostra lingua, che è la nostra stessa identità, anche se non possiamo fare a meno di neologismi, che nascono nell’evolvere della vita e possono offrire un ulteriore contributo positivo, un arricchimento, purché non ne faccia un abuso. Tuttavia l’evoluzione della lingua deve sempre ben poggiare sul suo grande serbatoio lessicale, che ne costituisce la forza e l’essenza. Perché, come ben diceva il Devoto: “Sette secoli di tradizioni di studio e di ricerca linguistica […] non vadano dispersi”
Gian Gabriele Benedetti
Grazie, Gian Gabriele, dei tuoi commenti sempre puntuali agli articoli proposti dalla rivista. Già l’ho scritto: la tua presenza è diventata molto importante. Ricordo ai lettori che tu hai avuto una lunga esperienza di testi letterari quale componente della giuria di uno dei premi più liberi e genuini della Lucchesia, Il premio Coreglia Antelminelli, che vide l’ininterrota, fino alla sua morte, partecipazione del Prof. Guglielmo Lera.
Grazie a te, Bartolomeo!
Ricordo con affetto e grande stima il compianto Prof. Guglielmo Lera, un pozzo profondo di conoscenze e, soprattutto, un grande, innamorato conoscitore della lucchesità. Lo rimpiango non solo per la sua cultura, ma anche per la sua modestia, la sua cordialità, la sua schietta amicizia
Gian Gabriele