di Virgilio Titone
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 4 agosto 1969]
Giorgio Washington fu cer tamente un grand’uomo. Ma, se il congresso di Filadelfia non gli avesse dato il coman do della guerra contro gl’in glesi, sarebbe rimasto solo un rispettabile gentiluomo della Virginia e la storia non se ne sarebbe occupata. Invece c’era quella guerra e scoprì di es sere un grande stratega, un organizzatore di prim’ordine, un capo nato per il comando, qualità che in altre circostan ze non avrebbe egli stesso po tuto sospettare di possedere.
Questo, s’intende, non to glie nulla ai suoi meriti. L’uo mo politico non meno dello stratega è fatto anche dalla capacità di cogliere le occasio ni che la vita può offrirgli. Ma la questione è un’altra. Quan ti possibili grandi condottieri o grandi capi di Stato dobbiamo pensare si trovino tra i pacifici impiegati di un mini stero o gli operai di una fab brica o i bottegai di una delle nostre città! Tuttavia, nessuno di essi ha mai pensato di po ter guidare un governo o un esercito. La vita ha dato loro altre occasioni: quelle, per esempio, di vincere un concor so, di fare un buon matrimo nio, di avviare un florido commercio o altre del genere, per le quali non si è soliti pensare sia necessaria un’ec cezionale intelligenza, sebbene per portare avanti un negozio o una piccola industria spesso non ne occorra meno di quella che si richiede per vincere una battaglia o imporsi in un con gresso di diplomatici.
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Comunque, l’ingiustizia in questi casi è nella vita stessa, che nessuno potrebbe mutare. Ma ce n’è un’altra, che può osservarsi non nelle cose, ben sì nel giudizio che solitamen te ne diamo. Ci sono infatti certi periodi in cui gli storici nient’altro vedono nei gover nanti se non dei vili e inca paci e altri nei quali sembre rebbe che tutti siano animati da grandi e fermi propositi. Un esempio noto può esserne la rivoluzione francese, di cui si è scritto che nella famiglia reale o tra quelli che le sta vano più vicini c’era un solo uomo capace di veramente vo lere: la regina Maria Anto nietta. Né ci si chiede che cosa sarebbe stato il Re Sole se avesse preso il posto del suo infelice successore, e anzi che cosa sarebbero divenute, nelle medesime circostanze, quella solenne maestà, quella grandezza e sicurezza che tan to si ammirano in lui.
Un altro esempio, di una storia non meno nota e a noi più vicina: il mito di Giolitti. Dopo averlo bollato come il ministro della mala vita la storia ha visto in lui il mo dello di quello che si richie de in un moderno uomo di Stato. Anche qui però ci si potrebbe domandare a che cosa servirono quella lucida intelligenza e l’esperienza ac quistata in tanti anni di go verno, quando nel primo do poguerra le condizioni del par lamento e del paese non fu rono più quelle che gli ave vano consentito la sua saggia, prudente e insieme fattiva e coraggiosa politica. Né certa mente, se gli fosse toccato di vivere ai nostri giorni, con una maggioranza così incerta e divisa, qual è quella del l’attuale parlamento, egli si sarebbe potuto comportare in maniera gran che diversa da un Rumor, che però nessuno storico futuro annovererà tra i grandi uomini della storia.
Ma non ci si ferma su tali considerazioni. Si guarda ai fatti e alle realizzazioni con crete e non si riflette che, quando riesce impossibile do minare la forza irragionevole dei demagoghi o della folla, il non fare sarebbe molto spesso più utile e nello stesso tempo più difficile del fare.
In realtà, in circostanze co me queste, altro non potrebbe farsi se non promuovere leggi e riforme improvvisate, ingiu ste, inattuabili e perciò ina datte a mettere rimedio ai mali che si vorrebbero cura re, ma adattissime a farne sorgere di nuovi e più gravi. Cosicché, perdurando tale con dizione di cose, l’abilità del l’uomo di Stato consisterebbe non nel farne molte, ma al l’opposto poche o nessuna e tirare avanti evitando gli scogli più pericolosi. La storia però non ha un posto per il non fare.
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Condanne o esaltazioni non si riferiscono solo ai singoli individui. Le generazioni si succedono nel giudizio dei po steri come distinte le une dal le altre da un carattere co mune di serietà, moralità, energia oppure di leggerezza, sensualità, corruzione. Né sot to un certo aspetto l’immagi ne che ce ne facciamo po trebbe dirsi falsa o arbitraria. Ma che cosa è la grandezza dei popoli? L’Inghilterra dopo Napoleone, al colmo della sua gloria, signora dei mari, dei commerci, della ricchezza del mondo, e centinaia di mi gliaia di fanciulli costretti a lavorare per quattordici, se dici ore al giorno, tormentati dalla fame, dal sonno, dal freddo, e migliaia di altri fan ciulli morti ogni anno delle sevizie perpetrate dai genitori nelle famiglie o dai maestri nelle scuole e le prigioni piene di detenuti per debiti e cen tinaia di giovinetti impiccati per un piccolo furto. La de cadenza sarebbe dunque que sto presente, quest’Inghilterra più umana o più mite o tol lerante? Se la grandezza deve pagarsi, se il prezzo è troppo duro ed è sempre lo stesso – una certa dose d’ingenuità o barbarie, che a seconda dei casi si chiama patriottismo, lealismo, religione, orgoglio di casta o di razza – qual è dunque la misura di ciò che deve ritenersi piccolo o grande?
C’è poi la felicità. Nel Set tecento tutti i discorsi dei « filosofi » ne parlavano co me della meta sicura cui le savie leggi e le illuminate ri forme avrebbero avviato la umanità. Perciò distinguevano, come noi distinguiamo, le epo che felici.
Ma la misura della felicità o del suo opposto è in ciascu no di noi sempre la stessa, né le leggi o le istituzioni possono minimamente modificarla, poi ché la condizione collettiva trova il suo compenso nell’in finita e quasi incredibile adat tabilità dell’individuo. Ci sono certamente epoche più o meno umane. Tuttavia, per la mag gior parte degli uomini dalle une alle altre le cose non va riano quasi per nulla. Le ge nerazioni future, che legge ranno dell’ultima guerra e del le città bombardate e distrutte, riterranno infelicissimi questi loro antenati, ridotti a vi vere come talpe nelle grotte o in impossibili rifugi: e sarà difficile riflettere che la som ma del piacere e del dolore doveva essere in ciascuno pressoché uguale a quella di una condizione normale e uguali, in questo bilancio o ri sultato finale, la speranza o l’amore – perché anche al lora c’era l’amore – oppure l’egoismo dei singoli, per i quali un pezzo di pane fati cosamente conquistato valeva quanto in altri tempi il più ricco dei pasti. E così tutto il resto.
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L’elenco di questi erronei giudizi potrebbe continuare. Ne darò un ultimo esempio: le epoche corrotte, sessualmen te corrotte, e quelle pure e in contaminate. Se al riguardo possono considerarsi quasi un luogo comune i severi costumi dei romani antichi e la corru zione del periodo imperiale, di cui la decadenza e la ro vina dell’impero sarebbero il lo gico e inevitabile effetto, molte sciocchezze del genere si son ripetute a proposito di alcuni recenti episodi, attribuiti ora al cinema, ora alla mancanza di buone scuole, ora alle ba racche della periferia.
In realtà, non solo le morali variano con il variare del la sensibilità, ma accade che i popoli siano tanto virtuosi quanto è necessario che deb bano essere. Per ciò che ci ri guarda, la virtù borghese, nel senso più ampio del termine – che non è quello arbitraria mente limitativo del Sombart o del Weber e deve riferirsi anche alle ideologie, tutte, compreso il marxismo, non meno borghesi delle opposte dottrine o indirizzi di pensie ro – rappresenta una civiltà che volge al tramonto.
Era una virtù legata al bi sogno e alla miseria. Perciò s’inculcavano la laboriosità, la parsimonia, la previdenza, il culto della famiglia, il rispetto per le autorità e l’ordine co stituito, né al piacere o al sesso si poteva pensare se non come a cose rovinose e proi bite. Oggi l’ideologia è tra montata e l’economia vive del l’espansione dei consumi, co sicché a quei valori se ne sosti tuiranno necessariamente altri, non più morali o immorali di quelli allora esaltati. Ma, se i moralisti non possono guar dare a questa realtà, che si trasforma e deve trasformarsi, la storia degli storici non è in gran parte che l’eco o il ri sultato del loro moralismo.
Commenti
2 risposte a “L’ingiustizia della Storia”
Ha un fondo di grandissima verità l’ampio concetto che emerge dal presente articolo ed è, per me, oltremodo condivisibile. La storia distribuisce meriti o demeriti, senza spesso tener conto delle circostanze vissute al momento o degli aspetti fortunati, tanto cari al Machiavelli, o sfortunati che si presentano. Oltre al valore intrinseco di certi personaggi, andrebbero considerati fatti, nei quali ha giocato una certa situazione favorevole nel renderli grandi. Così meriterebbero giusto spazio anche coloro che avvenimenti avversi o tempi “piatti” non hanno permesso di emergere per le loro capacità. Ed in questo contesto va aggiunto che, più frequentemente di quanto sembri, la storia vien fatta soprattutto dai vincitori, da chi ha prevalso nella circostanza e dopo. Mi piace ricordare quanto scriveva Beccaria: “La storia degli uomini dà l’idea di un immenso pelago di errori, fra i quali poche e confuse e a grand’intervalli distanti verità soprannuotano”. E Régis Dabray diceva: “Non siamo mai del tutto contemporanei del nostro presente. La storia avanza mascherata: rientra in scena con la maschera della scena precedente”. Infine Borges affermava: “Forse la storia universale è la storia delle diverse intonazioni di alcune metafore”.
Grazie Bartolomeo di tutto quanto, veramente ottimo, proponi continuamente alla nostra attenzione
Gian Gabriele Benedetti
Bel commento, Gian Gabriele, da condividere. Grazie.