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LETTERATURA: L’amore, presumibilmente

22 Marzo 2012

di Carlo Capone

Era un periodo cos√¨. Non riuscivo a dare un esame, prendevo ¬† gli smash col bordo racchetta ¬† e una persona aveva deciso che ‚Äė sai, vivo meglio senza di te ‘. Tutto normale, se non fosse che agosto incombeva e si parava come il cielo di Punta Campanella se il maltempo butta da gi√Ļ. ¬† ¬† Un pomeriggio mi chiamano degli amici. ‚ÄúVieni, ch√© l√¨ si cucca‚ÄĚ.

Io quel posto lo conoscevo dalle carte, ¬†sapevo che parlavano una lingua romanza ¬†ed era sotto un leader con la zeppola in bocca. ¬†‚ÄúTraiaska noastra Republica socialista Roman‚ÄĚ, questo lessi, quando fummo ¬†alla frontiera, dentro un serpente di lamiere arrostito dal sole. Aspettavamo da ore, non un riparo n√© acqua, le guardie aprivano i bagagli e tiravano tutto per aria. Fortuna che ¬†prima del valico avevo fatto acquisti, della broda al sapore di Coca che incarogniva l’arsura. ¬† ¬† Ero l√¨ a succhiare quando sentii ¬† un secco rutto. Proveniva dall’auto di fianco – ¬† una Deux Chevaeux verde pistacchio, questo lo ricordo bene – il cui guidatore ¬†pippava del vino. ¬†Dovetti produrmi in una faccia delle mie, voglio dire intonata al periodo che attraversavo, perch√© lui, guardandomi storto, ¬† ¬† sospese di bere : ‚Äúma te per caso vai a un funerale? √Ę‚ā¨‚Äú disse sghignazzando ¬†con accento lombardo √Ę‚ā¨‚Äúpensa alle scopate che ti farai, pirla‚ÄĚ. ¬† Ancora ridendo accese il motore e si avvi√≤ al posto di blocco.

Questa storia dell’amore in cambio di un paio di calze di nylon, di un rossetto, ¬† ¬†magari di una ¬†camicia comprata alla Standa, mi faceva ribrezzo. E quel giorno, al pensiero che le donne (ma proprio tutte? gli amici non sentivano ragioni: al novanta per cento. ¬† Portati i preservativi), quell’idea, dicevo, mi faceva un santissimo schifo, perch√© gi√† la vedevo, la poverina, tra le braccia del tizio che ruttava puzzando di rosso. Al turno nostro il miliziano apr√¨ il baule dell’Alfa e ¬†afferr√≤ un bagaglio. Si accingeva allo stupro, lo sapevo, ¬† in pi√Ļ la valigia era mia. E poich√© avevo negli occhi l’amplesso al fiato di vino, decisi ¬† di non patire quest’altra violenza, stavolta non a danno della immaginaria poveretta ¬† ma di me persona. ¬† ¬†

In Italia mi avevano addestrato per bene: Deutsh Mark perla Miliciao ¬†acquisti al mercato nero, calze Omsa per le donne ¬† e ¬† Marlboro contro ogni avversit√†. Scartai le calze, per ovvi motivi, palpai la ¬†tasca cucita nei calzoni ¬† con i marchi, ¬†poi ¬†decisi di provare ¬†con le sigarette. Le mie stecche facevano bella mostra su panni e vestiti, ¬†impossibile non vedere, cosicch√© ¬† il poliziotto avvamp√≤ di un colore quanto il rosso Marlboro: ‚ÄúAh! italiani, Alfa Romeo, Chewing gum‚ÄĚ, fece, afferrandone una. ‚ÄúEggi√†, noi‚ÄĚ, finsi, tenendo due dita sopra la bocca. ¬† Stavo per rimetterci ¬†tre stecche, a causa tua, ¬†brutto animale. Lui ne apr√¨ ¬† una e vi cav√≤ solo due pacchetti, che ficc√≤ nelle tasche ordinando all’amico al posto di guida: ‚ÄúVa va, Mazzola, ¬† affanculo‚ÄĚ.

 

Viaggiavamo su un nastro di asfalto lucente e perfetto, sotto un ¬†sole giaguaro ¬† che tormentava una piana giallastra. ¬†Non c’era anima cristiana, su quella via maledetta, solo caldo, stille e una sete boia, tanto da esserci spogliati e storto i deflettori. Poi, per intercessione del dio dei precotti, il paesaggio mut√≤ espressione. ¬† Adesso si bordeggiavano orti riarsi, poderi in rovina e recinti arcani. Come posso spiegare, ospitavano ¬†steli piantate nel terreno e, ¬† bizzarro su strano, montate da un turbante. Capimmo ¬†quando fu il turno di un nuovo recinto, ¬†costellato ¬†di croci ¬†ortodosse.

Ma basta col paesaggio, ora bisognava pararsi da chi veniva di fronte: certe scatole vecchie o arrugginite con un vago concetto della mezzeria. ¬† Vuoi per imperizia del guidatore e sia perch√© il medesimo, scorgendo l’Alfa , ¬† ¬†si produceva in saluti a due mani. A una pompa di benzina che puzzava di nafta e zolfo, uno evase dalla ferraglia per gustarsi il monumento da vicino: ¬† ‚ÄúItaliani, bravo, Alfa Romeo!‚ÄĚ, ci benedisse, manco fossimola Madonna.

Adesso si andava come al funerale del tizio del vino, ¬†perch√© da quegli orti malnati sbucavano i carri del fieno, ¬†miserabili carri di bionda sterpaglia. Anche i contadini facevano gesti, ma per mandarci al demonio per via del clacson. E strillavano anche quei bimbi scalzi e seminudi ¬† che ci accolsero in un villaggio sperduto. Loro il chewing gum lo volevano sul serio, ma per disgrazia dell’Alfa ¬†le cicche non sono merce per donne: l’esultanza vir√≤ in sputi e calci alla carrozzeria. Meno male che erano bambini.

In quel nostro viaggiare si pose il problema del come e dove cibarsi. Nei paesini nemmeno se ne parlava, nelle piccole citt√† i ristoranti erano merce rara. Allora ci scagliavamo ¬† dall’Alfa, ¬†accedendo in disadorni locali, e ¬† a sensazione pescavamo ¬† il cesso. Un luogo di pena, dove la facevi contro arsi pisciatoi in un coro di mosche e nel tanfo di orina.

Con quel viatico nell’olfatto ci si accomodava al tavolo del mangiare. ‚ÄúChe avete da portarci?‚ÄĚ, chiedevamo. ‚ÄúTutto quello che volete‚ÄĚ. ‚ÄúBene, ci faccia vedere ¬†il menu‚ÄĚ. Alzavano le spalle ridacchiando. C’erano solo due voci su quella fottuta lista: carne de vaca e carne de porco. E poich√© la carne de vaca scarseggiava come i datteri al polo, il libero arbitrio ¬† imponeva quella de porco, a ferragosto.

Camminavamo, per giungere in tempo alla capitale si avanzava a tappe forzate, il   giaguaro mordeva   alle spalle. Per scacciare la noia ci si divertiva a scommettere su quandola Miliciaci avrebbe fermati . Avevamo fatto un callo di gibbone a questa tragica operetta, sempre identica a se stessa.  

‚ÄúDocumenti!‚ÄĚ. ¬†

‚ÄúPronti‚ÄĚ

‚ÄúAh, italiani, Alfa Romeo!‚ÄĚ

‚ÄúSissignori‚ÄĚ

‚ÄúNon avete dato la precedenza all’incrocio‚ÄĚ

‚Äú E dove sta questo incrocio?‚ÄĚ

‚ÄúCinque chilometri fa, vi abbiamo seguiti‚ÄĚ

‚ÄúAh, ho capito, e quindi√Ę‚ā¨¬¶.?‚ÄĚ

¬†‚ÄúPagate ¬† multa e affanculo‚ÄĚ

‚ÄúQuanto fa?‚ÄĚ

‚ÄúCinquecento Lei‚ÄĚ

‚ÄúChe a sto cambio del piffero farebbero ¬†lire centomila. Senti, qua ce ne sono ¬†trenta e statti bene‚ÄĚ.

 

La capitale era una citt√† danubiana con palazzi levantini e ¬† orrendi grattacieli. Ai margini delle piazze si scambiavano ¬†lire per paccate di carta. Se la Miliciati beccava finivi al fresco, ma la Milicianon ti beccava perch√© al leader le nostre lire ¬†facevano ¬†comodo eccome. Con tutti quei soldi prendemmo il migliore albergo del centro: ¬†appena entravi eri colto dalla puzza dei tappeti di cui era cosparso. ¬† La camera era ampia e di stile che giudicai danubiano anch’esso, pur non avendo ¬† la minima idea che diavolo fosse tale stile danubiano. Diciamo che mi venne cos√¨ e va bene, ma ¬†peccato per il cesso. Dopo giorni di astinenza eravamo in quattro ad arricchirne il malloppo. ¬† Tant’√® che giunto il mio turno fui cos√¨ munifico che si intas√≤. Disperato mossi lo sciacquone, ¬† e per encomio l’acqua sal√¨ tracimando sul tappeto. Anche ¬†i cessi arredavano con quella roba maledetta. Tre giorni, ¬†furono tre i giorni e le notti di supplice attesa che la direzione ¬†provvedesse. Quando lo fece prendemmo a comportarci con estremo giudizio. E per√≤ basta! di ¬†quel paese dei campanelli al contrario non mi importava una cippa, ero stufo delle multe con scasso, dei negozi deserti ( ma perch√© li tenevano aperti se non c’era niente da comprare?) ¬† dei pasti ¬† a base di creme acide, cavoli, ¬† cascecavall ¬†e le immancabili carni de vaca e de porco, e infine dell’orchestrina del ristorante in piazza maggiore che in nostro onore ¬†attaccava con ¬† ‚ÄėO sole mio e la roba di Claudio Villa.

Per non dire delle donne poverine. Bastava la cena al ristorante del caciocavallo e qualche ora a un locale dove si beveva il liquore Prunella , poi sfregandosi al lamento delle ¬†canzoni di Adam√≤, ¬† ed ¬†erano ¬†tue per l’intero soggiorno. Motivo ¬† per il quale ¬†alle dieci di sera ¬†lo stanzone coi tappeti e dal cesso esitante diveniva un porto di terra. Come ho detto, sin da quando ero entrato ¬†in quella caienna di paese mi ero giurato di mai ¬†imbarcarmi in certe faccende. E ¬†non perch√© il periodo fosse un po’ cos√¨, ¬† ma per sorda pervicace rivolta a ci√≤ che ritenevo una giostra infelice. Vallo a spiegare agli amici ingrifati, quando nel letto accanto ¬†alla finestra gi√† confidavo ¬† in morfeo, dalla strada ne avvertivo ¬†gli schiamazzi ¬† – ¬† ma a voce bassa, se nola Miliciasi incazza √Ę‚ā¨‚Äú congiunti ¬†ai gridolini ¬†delle donne di avventura. Il tempo di coprirmi col cuscino e la camera diveniva la succursale di un casin√≤ senza accentazione. Allora gettavo in aria le lenzuola e ¬†mi rivestivo con furia, ¬† senza curarmi del ribollio di succhi e sospiri. Basta, ho detto, domani vado all’Alitalia e torno a casuccia. Ma avevo anche fame, quella sera, avevo ¬†voglia di creme acide e verze farcite, e stranamente pure di un cabernet speziato. Ne avevo le tasche e ¬† qualcos’altro pieni, di quel vino abboccato, dolciastro e spiritato, ma lo riscrivo, un perentorio vuoto allo stomaco mi spingeva all’azione.

Attraversai le vie del centro in solitudine, un senso di sperdutezza che ancora oggi rivivo. In quei giorni ¬†c’era un meeting dei ministri economici dei paesi amichetti. ¬†Dovunque scorgevi ¬† ¬†manifesti inneggianti al leader, o gigantografie di mentre baciava ¬†in bocca i suoi ospiti, e l’immancabile inno al dio delle zeppole ‚ÄúTraiaska eccetera eccetera‚ÄĚ.

Ero deciso a guadagnare ¬†il ¬†ristorante dell’orchestrina quando vi scorsi ¬†una tavolata di uomini assorti e abominevoli ¬†matrone (ossignur, ¬† i russi! chi li aveva mai visti da vicino!) e perci√≤ ebbi un crollo di succhi gastrici. Riemersero di l√¨ a poco, appena inquadrai ¬† il neon ¬† di un pesce con ciglia femminili che ¬†sorrideva (meno male, almeno lui). Era caruccio, di qualunque ¬† animale acquatico si trattasse, ma poi, al desiderio di porco maledetto si era ¬†sovrapposta la voglia di pesce, unitamente alla speme ¬†che in quel paese si producesse anche vino bianco. Bello, dritto e non abboccato. ¬†Insomma entrai, accorgendomi che in tanti avevano ¬†identica speme. Il cameriere non si scoraggi√≤, in una lingua che voleva essere francese mi indic√≤ un tavolo di fondo, dove era seduta l’immancabile senorita. Guardi, lasci stare, torno dopo. Desol√®, tres desol√®s, cher ami, alle undici chiudiamo. Occhei, allora domani, buna saera. E il nostro bianco di Ploiesti, monsieur, tu non assaggia? C’est ¬† delicieux avec poisson ¬† de la mer Noire.

Ora io pensai le seguenti cose. Intanto al ristorante dell’animale acquatico ¬† non sarei mai pi√Ļ tornato, giacch√© ¬†l’indomani partivo, ma non reputavo giusto ¬†andarmene senza gustare un pasto di pesce e, io speravo, innaffiato da buon vino. Quanto alla bionda dagli occhi chiari e i capelli lunghi e ricci, chisseneimportava, quattro fregnacce, ¬†il tanto da farle capire che con me non attaccava, ¬† e sarei stato tranquillo.

Vabbene, mi siedo, dico al maitre di portarmi la lista e lui fa ¬† toc toc con le nocche ¬†su quella che la ragazza consultava. Buss√≤ pi√Ļ volte al portone, perch√© lei ¬†non aveva intenzione di aprire. Riapparve , sbattendo il menu sopra al tavolo, il viso appena imbiondito, ¬†per iniziare a discutere col maitre. Tant’√® che ritenni non avesse trovato ¬†il piatto che cercava. ¬† ¬†L’uomo si giustific√≤ indicando la sala gremita alle spalle. Quando si allontan√≤ presi la lista e ci non capii una canna, ero abituato ai termini di carne e ortaggi ripieni, quelli ittici risultavano oscuri. Guardai intorno per beccare ¬†il cameriere ma era sparito, tornai a compulsare. E mentre mi immergevo fui colto dal puzzo di una sigaretta romena. La bionda si era accesa una ciga senza filtro e fumava guardando altrove, il viso un po’ scuro. Ma guarda un po’ che situazione, ora mi alzo e vado. Poi, per una di quelle pulsioni che in seguito ti chiedi come venne fuori, pensai di chiedere alla dirimpettaia. E dissi in sequenza ‚Äėscusi, sorry, s’il vous plait, perch√© continuava a fumare guardando altrove. Stavo per darle della scostumata – ¬†e pure zoccola, se continuava a ignorarmi – quando si degn√≤ di guardarmi distratta e fece: ‚ÄúPlease?‚ÄĚ

Notai allora che a un lato dei capelli portava un fermaglio dorato, ¬†un po’ dozzinale, con su un orsacchiotto. Era carino, credetti che sorridesse, l’orsacchiotto voglio dire, ¬†in quanto lei insisteva con l’espressione infastidita, se non proprio imbronciata. ¬† ¬† ¬†

‚ÄúLe spiace spiegarmi che significano i nomi?‚ÄĚ, domandai allora in inglese.

Aveva le dita sottili e le unghie curate, me ne accorsi perché, dopo un lungo silenzio, carpì la lista e chiese a sua volta, sbrigativa:

‚ÄúCosa vuol sapere?‚ÄĚ

Mi sbagliavo, gli occhi erano di un celeste profondo, recavano sul bordo inferiore un   tocco di matita, ma lieve, le ciglia erano appena tinte col rimmel.

‚ÄúNiente, se magari mi consiglia che pesce ordinare‚ÄĚ.

‚ÄúIo ho preso pastrev in folie‚ÄĚ.

S√¨, buonasera. Feci un cenno a significare ‚Äė mi prende in giro?’

Mi guardò e sorrise, o almeno oggi ritengo che così  fece. Spiegò in inglese:

‚ÄúTrota al cartoccio, right?‚ÄĚ

‚ÄúAltroch√©, e da bere?‚ÄĚ

‚ÄúNon sono il cameriere, chieda a lui‚ÄĚ

‚ÄúMa no, dicevo che vino consiglia, ¬†tutto qui‚ÄĚ

“Che domande, sul pesce va il bianco, o vuol   fare come il killer  del film“

‚ÄúMa per piacere.√Ę‚ā¨¬¶ e quale sarebbe il ¬† film?‚ÄĚ

‚ÄúFrom Russia with love, ¬†giusto ?‚ÄĚ

Sospirai in modo evidente, dunque guardavano anch’essi i film del James Bond. Ma il problema rimaneva: ¬†di cosa diavolo ¬†parlava quel film? Se non sbaglio era di una decina di anni prima.

‚ÄúCertamente, e cosa fa quel killer?‚ÄĚ

‚ÄúOrdina vino rosso sul pesce, possibile che da voi non sia mai uscito?‚ÄĚ

Cosa  rispondere, che siete alla Berta che fila? Accondiscesi:

‚ÄúS√¨, adesso ricordo. Ehi ¬† maitre! camerieeeere, guarda ‚Äėsto cretino se viene √Ę‚ā¨¬¶. Senta ¬†un po’, ¬†prendo anch’io la trota al cartoccio e poi ¬† bianco, il bianco di Ploiesti‚ÄĚ.

Il maitre accenn√≤ un inchino di approvazione, gli dissi a seguire: ‚ÄúLo metta in conto mio‚ÄĚ.

Il di lei tovagliolo mi sfior√≤ l’orecchio e vol√≤ oltre. ¬†Nello stesso momento ¬†la vidi avvampare, ma era una rabbia lieve e al biondo zuccherino. Non so, come se per incanto fosse aumentato il fondo tinta.

‚ÄúGuarda, italiano son of beach, che a me le calze piacciono ¬†di lana‚ÄĚ.

¬†Era in piedi e inclinava il busto verso ¬†me. Aveva bei seni, tenuti ins√Ļ senza supporto. E per somma fortuna ( o disgrazia? Va a sapere) nell’impeto le part√¨ l’orsetto. Ci avevo preso, rideva con i dentoni all’infuori, che amore.

‚ÄúMa guardi, si calmi, io non credevo, √Ę‚ā¨¬¶√Ę‚ā¨¬¶resti qui, la prego‚ÄĚ.

La fissavo negli occhi, alla stessa sua altezza. Sfiorai la sua mano e con l’altra porsi il fermaglietto. ‚ÄúSe no, si scompiglia tutta, e non va bene‚ÄĚ.

Annuì, a capo chino, e dopo un fremito lieve del busto  si ripose a sedere. Dopo di che fermò una ciocca di riccioli col fermaglietto.

‚ÄúFacciamo alla romana, occhei?‚ÄĚ, proposi.

‚ÄúChe vuol dire?‚ÄĚ

‚ÄúOgnuno paga per s√©‚ÄĚ

‚ÄúD’accordo √Ę‚ā¨‚Äú disse annuendo -in fondo ¬† avevo gi√† ordinato‚ÄĚ

‚ÄúCi diamo del tu?‚ÄĚ

Lo dissi in italiano, scordando che non lo capiva.

‚ÄúIn inglese √® come se fosse, no?‚ÄĚ, rispose.

‚ÄúPerch√© non mi hai detto che parli italiano?‚ÄĚ

‚ÄúPerch√© non volevo che equivocassi‚ÄĚ

‚ÄúQuesto l’ho capito, sai? A momenti il tovagliolo mi portava via mezzo orecchio‚ÄĚ

‚ÄúBad guy!!! √Ę‚ā¨‚Äú scoppi√≤ a ridere come l’orsetto: ehi, aveva i ¬† dentoni anche lei!- aggi√Ļstati quei capelli, piuttosto, che sembri spennacchiotto‚ÄĚ

‚ÄúUh, scusa, e come ti chiami?‚ÄĚ

‚ÄúChe ti importa? Tra mezz’ora ¬†non ci vedremo pi√Ļ, ¬†mai pi√Ļ‚ÄĚ

‚ÄúChe c’entra, ¬† facevo per dire. Io ¬† Massimo‚ÄĚ

‚ÄúQuintus Fabius Maximus Cunctator‚ÄĚ, disse in tono solenne.

In latino ero abbonato al tre. Non lo digerivo, ecco tutto, figurarsi la storia patria.

‚ÄúAh, s√¨ il Conducator‚ÄĚ, mi venne da dire.

Maledetto che ero, qualcuno aveva di nuovo esagerato col fondo tinta.

‚ÄúLascia stare quel signore, su queste cose da non si scherza, ¬†chiaro?‚ÄĚ

‚ÄúEra per dire, dai, tanto per stare alla ¬† battuta‚ÄĚ.

Alzò gli occhi al cielo, poi li mosse verso il cameriere che nel frattempo ci serviva. Nel farlo storse i tendini di un collo che a me parve freschissimo.

‚ÄúE questo ¬†nome? ¬† il mio te l’ho dato, se non mi dici il tuo sei brutta e cattiva√Ę‚ā¨¬¶. no, brutta ¬† proprio ¬† ¬† no√Ę‚ā¨¬¶.sei bellissima‚ÄĚ

Sorrise. Un mare profondo, quegli occhi.

‚ÄúMister spennacchiotto, la trota si fredda, mangia‚ÄĚ.

Me lo disse quel nome, dopo due bicchieri di Ploiesti.     Grazie al quale appresi che stava per laurearsi in statistica e che presto si sarebbe trovata di fronte a una scelta che proprio non le andava:

‚ÄúQui da noi occorre ¬† la tessera. E se sei donna ¬† i dirigenti del partito pretendono altro‚ÄĚ

‚ÄúE poi dici di noi italiani‚ÄĚ.

Ma dai, ho sbagliato di nuovo!, gi√† mi aspettavo un orsetto nell’occhio. Nadia sorseggi√≤ dal bicchiere e mi stese con i suoi:

‚ÄúTu sei diverso‚ÄĚ.

 

Non so, ¬† fatico a ricordare, quest’aria oppressiva mi annebbia i pensieri. Del resto Jan me l’ha detto: ‚Äúse non smetti ti piglia ¬†malatia‚ÄĚ.

Passeggiammo per strade che non conoscevo, ¬†tutte uguali, ¬†Nadia ¬†parlava e parlava, io non mi stancavo di ascoltare. Cosa disse e di chi disse non ¬†ricordo, ero troppo preso dai suoi occhi. ¬†Perch√© di profilo, voglio dire camminandole accanto, li trovavo ¬†pi√Ļ belli e profondi. Ad un tratto fece ‚Äėdevo andare’, lasciandomi come perduto. Mi attraeva, e ¬† l’aveva capito ¬†– forse gi√† dal primo sguardo al ristorante – ma c’era un problema: non voleva. Neppure quando, distrattamente e furtivo, ¬†avevo provato ¬† a tenerle la mano, si era data. Una benigna guardataccia e ¬†affrettava il passo. ¬† ¬†

‚ÄúMa √® tardi, tu sola, posso accompagnarti a casa?‚ÄĚ

‚ÄúMi porti in braccio? ¬†√ą lontano‚ÄĚ

Le spiegai che degli ¬†amici avevano lasciato l’Alfa davanti all’albergo, ¬†e non c’era percolo che la reclamassero, assolutamente ¬† alcuno. Scosse un po’ il viso, smuovendo la cascata di riccioli, nell’oscurit√† credetti si mordicchiasse il labbro. Alla fine, sospirando, fece:

¬†‚ÄúTe lo concedo, ma se ti azzardi ti meno un cazzotto‚ÄĚ.

Guidai per strade lunghe quanto l’angoscia di una galera, passammo sotto gli orrendi grattacieli. Nadia mi conduceva per un tragitto sconosciuto, ma che sospettai lungo e apposta tortuoso. Ma quanto sei fesso, te l’ha detto che non vuole, √® un’illusione. ¬†Figurarsi per√≤ se non mi andava bene, purch√© l’ascoltassi mentre parlava e parlava. ¬†Ebbi anche l’impressione che a un tratto accennasse un motivo, ¬† Lallarallelo, oh lallalar√†. ‚Äú Sei felice, Nadia?‚ÄĚ ‚ÄúTu pensa a guidare, stupido mio‚ÄĚ.

Ho sempre creduto che se una donna da cui attendi risposta ¬†ti associa all’aggettivo ‚Äėmio’, beh, almeno ¬†un po’ si sente attratta. Con la scusa che uno stop non ¬†funzionava, fermai l’Alfa lungo un viale male illuminato, mi curvai ¬†verso lei per accedere al tirettino col libretto istruzioni, ¬† ma a met√† del movimento decollai al ¬†cielo e la baciai, profondamente ricambiato. E cos√¨ saremmo restati, a baciarci sulle labbra, la fronte, la punta dei nasi, se il fiotto di luce non ci avesse sorpresi. Proveniva da una torcia, del tipo, io presunsi, in uso ai militari. Nadia si stacc√≤, e copr√¨ il viso con le mani. Prima che il miliziano spalancasse la portiera lato suo e ne pretendesse i documenti, ebbe il tempo di dirmi, tutto di un soffio, ‚Äúsiamo persi, scappa!‚ÄĚ.

No, scusi miliziano cazzone, ¬† guardi che non si stava facendo niente di male..√Ę‚ā¨¬¶ah, capito, la multa, e me lo poteva dire subito, no? ecco ¬† tutti i soldi che vuole.

¬†Ma Nadia e lui discutevano in questa lingua che vorrebbe esserci amica e che mai come allora avvertii ¬†oscura ¬†e ostile. Non piangere Nadia, amore mio√Ę‚ā¨¬¶ ..,ma s√¨, un po’ di carta straccia a questo magliaro ¬†e tutto si aggiusta. Adesso eravamo circondati, un poliziotto ad ogni lato dell’Alfa, e quello verso me ¬†sghignazzava, ma vai al diavolo te e il porco che ti aziona. Sul lato opposto il miliziano ¬† controllava i ¬† documenti di Nadia. Brutto verme, la vuoi fare a lei la pagliacciata di multa? Nadia, stai calma, non t’agitare, perch√© tremi tutta, amore mio? ¬†Prima che cinque dita dalle unghie nere ¬†l’afferrassero, mi guard√≤ in lacrime e disse:

‚ÄúE’ una legge di Ceausescu in persona, dopo le undici noi romene non possiamo stare in auto con gli stranieri. Scappa, ¬†spennacchiotto mio, ti prego, ora vai‚ÄĚ.

La estrassero, Nadia mia, ¬†spingendola in quella trappola. Io balzai fuori e mi avventai contro la portiera dietro cui era obbligata. Un braccio nodoso, che puzzava di tanghero e sudore, mi strinse al collo e tronc√≤ il respiro. Col primo alito d’aria scalciai dimenandomi alla cieca. Mentre la morsa si riduceva vidi l’auto con ¬† Nadia che sfrecciare via.

 

‚ÄúTu guarda italiano che non vogliamo farti male, sparisci‚ÄĚ

‚ÄúMe ne vado ¬†un corno, ¬† √® assurdo, pazzesco, ¬†il vostro matto non pu√≤ fare il cavolo che gli pare. Non si stava facendo niente, niente, ho detto, lo capisci? domani vado al Consolato e vediamo!‚ÄĚ

Rientrai inauto e feci per avviare. Lo stesso braccio che poco prima mi  soffocava si introdusse nel suo modo brutale, stuprante. La sua mano mi tenne il polso.

‚ÄúNon ci puoi far niente, √® deciso, va a goderti le tue troie‚ÄĚ

‚ÄúNadia non √®, te lo giuro‚ÄĚ

‚ÄúDa , lo sappiamo‚ÄĚ

‚ÄúE allora, perch√© l’avete presa?‚ÄĚ

‚ÄúPerch√© siamo impestati di √Ę‚ā¨¬¶come si dice√Ę‚ā¨¬¶.lue! la sifilide‚ÄĚ

‚ÄúE che, Nadia lo porta scritto in fronte? Ma vai a farti fottere, vai‚ÄĚ

Fu l’attimo, ebbi l’impressione che traesse un sospiro. Aggiunse:

‚ÄúDoveva davvero essersi presa per te, da, ¬† ¬† ¬†lo sapeva che rischiava grosso. Va via tu, io ¬†t’inguaio‚ÄĚ

¬†‚ÄúDimmi almeno ¬†dove la portano, ho soldi, lo sai‚ÄĚ

‚ÄúIn centrale, ¬† tre isolati da qua. Adesso va a crepare, ch√© puzzi ¬† di italiano‚ÄĚ.

 

La centrale della Milizia la potevi assaltare senza colpo ferire. Semplicemente a quell’ora era deserta. Entrai in un atrio spettrale illuminato dai neon, non senza guardarmi ¬†annichilito. Di fronte all’ingresso, spostato a sinistra, ¬†c’era un corridoio con ¬†porte serrate. Alla destra vidi una guardiola socchiusa. Vi fuoriusciva ¬† una luce inerte insieme a un odore che percepii di frittura. Entrandovi ¬†per poco non finii contro un miliziano, era seduto a un tavolaccio ¬†col berretto sul viso. ¬†

‚ÄúNadia? Sa dirmi dov’√® Nadia?‚ÄĚ

Sobbalz√≤ ¬† temendo in me un superiore. Accortosi che ero io, e dagli ¬†abiti ¬† ¬†certamente straniero, si stiracchi√≤ pigramente: ‚ÄúDa?‚ÄĚ ¬†

Dadaumpa! poteva dirmi, piuttosto, ¬†dove trovare una ragazza bionda cos√¨ e cos√†, arrivata l√¨ da non pi√Ļ di un quarto d’ora ? ¬† ¬† Mi fece cenno portando due dita alle labbra: ‚Äúnon capisco‚ÄĚ . ¬† ¬† Capisco io, estrassi un fascio di soldi e allungai. Rifece il gesto. ‚ÄúChe ti ¬†manca ora? Aaah, sigarette? ‚ÄĚ. Picchiai il tavolo col mio pacchetto. Ne ¬†accese una con massima calma, non senza aver preteso anche lo zippo, e indic√≤ la seconda porta in corridoio.

‚ÄúE’ l√¨ che la tengono? capisci che dico? L√¨, guarda il mio braccio, √® quella la stanza?‚ÄĚ

Alzate di spalle, come a ¬†dire ‚Äėche ne so, tu prova’.

E va bene, camminai nella direzione indicata ¬† facendo ¬†chiasso coi mocassini. ¬† Ma intanto che ¬†mi avvicinavo sentii ¬† voci da tutt’altra parte. Fottuto, non ci stava un cristo di nessuno! Le aprii tutte, le dannate porte, ¬†ed ebbi riprova. Ma le voci, anzi degli scoppi di voci, ¬† non erano affatto una fregatura, nel silenzio le avvertivo distinte e nemmeno lontane. L’attimo successivo ci fu un cardine che strideva e dei passi ¬† di uomo. Tornai in fretta nell’atrio e apparve un secondo corridoio. Da una cui apertura ¬†sboccava luce.

‚ÄúNadia!‚ÄĚ

Era l√¨ dentro! e perci√≤ andai col cuore a pezzi e il timore che non mi facessero entrare. Ma le sigarette, o i soldi, che speravano di percepire ¬†produssero il miracolo. Nessuno si era curato di serrare l’uscio, ¬†perci√≤ giunsi all’altezza e adesso ¬†la vidi. Aveva gli occhi lucidi, ¬†il fondotinta ancora pi√Ļ scuro.

‚ÄúMassimo, va, te ne supplico‚ÄĚ

‚ÄúSei scema? resto fin quando non ti fanno uscire. ¬†Ho capito come vanno ¬† qui le cose, sai, una levata di testa a te, un po’ di marchi a loro e ¬† domani mattina√Ę‚ā¨¬¶..‚ÄĚ

Mi carezz√≤ il viso. Lo feci pure io. Mi arrest√≤ il gesto e disse secca: ‚ÄúDomani mi portano in ospedale‚ÄĚ

‚ÄúIn osp√Ę‚ā¨¬¶..stai male, Nadia, t’hanno fatto qualcosa i bastardi?‚ÄĚ

‚ÄúNo, te la ricordi la disposizione?‚ÄĚ

‚ÄúVuoi dire Ceausescu?‚ÄĚ

‚ÄúMi terranno in quel posto ¬† 15 giorni per farmi tutti gli esami, tipo ¬† Wassermann. Fossi anche un angelo del paradiso fanno a tutte cos√¨. Scappa, ¬† Massimo, ti scongiuro‚ÄĚ.

‚ÄúTi scongiuro ¬†io, Nadia immensa, sei nei guai per causa mia! Ma dov’√® il direttore, dov’√® ¬† ‚Äėsto grande bastardo?‚ÄĚ

A questo punto i ricordi mi lasciano, non lo so, vedo come attraverso dell’acqua in cui s’√® versato anisetta. Avvenne tutto in rapida sequenza: io che prendo a urlare forte, ¬†poi senza voce mi arresto, un istante di tregua ed emetto un urlo assassino, ultimativo. Allora seguono le grida di ¬† due o tre, forse ¬† quattro ( ¬† ma quanti erano in quella stanza ? e tutti per me e Nadia? ) , dicevo che ci furono le imprecazioni di una banda ¬†di molossi, sbucati da non so dove, che mi tennero per le ascelle. ¬† Stupidi, ignoravano ¬†la forza di un assassino. Mi divincolai scagliandomi contro un quinto (o sesto?) che sopravveniva. Fui talmente svelto da non poter evitare che l’afferrassi al collo e serrassi sul pomo di caino. Strinsi, premei da ossesso senza che la banda di tripponi ¬†riuscisse a fermarmi. L’avrei steso morto, il tipo, se un colpo alla nuca, secco e incisivo, non mi avesse spento ogni luce.

Al carcere ¬†in fondo ci si abitua, specie se trovi un compagno di cella come Jan. E’ bravo e gentile, ¬†il ¬†mio amico romeno, e a lui ho raccontato la mia storia. Con oggi fanno ¬†due anni da quella sera benedetta. Lo so che pu√≤ risultare da incoscienti definirla cos√¨. Ma io sono convinto che quella notte per noi due √® solo un antipasto un po’ andato a male. Ad esso seguir√† un pranzo dolce e leggero a base di trota al cartoccio e vino di Ploiesti, ne sono certo. E poich√© io sono, devo essere ottimista, se no ammattisco, al termine della cena servir√≤ anche la frutta, qualcosa di raro qui in Romania.

Ma tutto questo sar√† ¬†l’inizio, quando esco trover√≤ lei ad aspettare, la vedo gi√† che sorride e corre ¬†ad abbracciarmi. La bacer√≤ sulla bocca, le sussurrer√≤ ¬† parole le pi√Ļ lievi, e poi via al consolato per il suo visto di espatrio. Ho tutto qui nella testa, niente ci potr√† pi√Ļ fermare. ¬†

 

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Per chi volesse saperne di pi√Ļ, ¬† dico subito che sono Matteo Serra, uno degli amici di Massimo Castelli ¬†in quella sventurata estate romena. Guardando tra le sue carte, ho trovato questo scritto e mi ha preso un colpo. Tutti avevamo ¬† dimenticato la sua grafia. ¬†Ho inteso ribatterlo a macchina ¬† e lo passer√≤ alla Farnesina ¬† (che ¬† ¬†ringrazio per averlo tirato ¬†di galera) perch√©, come suol ¬† dirsi, nella vita non sai mai. ¬† ¬† ¬† Massimo √® morto il giorno della sua estradizione, cio√® ¬†il 29 agosto 1977, 5 anni dopo il fatto. ¬†La direzione del carcere ci comunic√≤ di un fatale malore e questo √® strano. Massimo era sano, ¬†dalle sue lettere non erano ¬†mai trasparsi ¬†cenni a malattie. Non dobbiamo per√≤ trascurare che, malgrado le ¬†bugie dei funzionari, il ¬† ¬†regime di detenzione rumeno, specie per uno che abbia tentato di ammazzare un militare, √® ¬†duro, assai crudele. Ma ¬†c’√® un’altra supposizione, sulla fine di Massimo, tutta mia, e ¬†la espongo perch√© da un po’ mi viene in testa e non smette di argomentare. Io credo che ¬†a nessun costo lui volesse staccarsi da quella terra. Sapeva che il giorno in cui l’avesse lasciata avrebbe perso ogni speranza di ritrovare Nadia. Un dolore ¬†troppo grande per il suo cuore. Insomma fu l’amore ad ammazzarlo, presumibilmente. ¬† ¬†

Di Nadia, ignorandosi ¬†il cognome, non si √® potuto sapere che ¬†fine abbia fatto. Qualcuno disse che dopo il soggiorno in ¬†ospedale ¬†l’avevano internata, ¬† ma √® una sciocchezza. Il regime di Ceausescu, che si sappia, ¬† gulag non ne ha mai costruiti. Per una questione di fondi, ¬† non altro. N√© ci √® stato detto se la ragazza abbia tentato di avvicinarsi a Massimo attraverso il carcere. Le autorit√† rumene mantengono il pi√Ļ ostile ¬†mutismo, ma √® opinione ¬†di tutti che, ¬†l’avesse fatto, e di ci√≤ nutriamo ¬†bastevole certezza, la Milizia avr√† trovato i modi per scoraggiarne gli approcci. ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†

Ciao Nadia, ¬†mi auguro che tu abbia una vita felice. Te la meriti pi√Ļ di noi tutti.


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2 Comments

  1. Commento by Felice Muolo — 22 Marzo 2012 @ 18:16

    Ho letto con piacere, Carlo. Grazie.

  2. Commento by Carlo Capone — 23 Marzo 2012 @ 11:04

    Grazie a te, Felice.

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