di Carlo Capone
Era un periodo così. Non riuscivo a dare un esame, prendevo gli smash col bordo racchetta e una persona aveva deciso che ‘ sai, vivo meglio senza di te ‘. Tutto normale, se non fosse che agosto incombeva e si parava come il cielo di Punta Campanella se il maltempo butta da giù. Un pomeriggio mi chiamano degli amici. “Vieni, ché lì si cucca”.
Io quel posto lo conoscevo dalle carte, sapevo che parlavano una lingua romanza ed era sotto un leader con la zeppola in bocca. “Traiaska noastra Republica socialista Roman”, questo lessi, quando fummo alla frontiera, dentro un serpente di lamiere arrostito dal sole. Aspettavamo da ore, non un riparo né acqua, le guardie aprivano i bagagli e tiravano tutto per aria. Fortuna che prima del valico avevo fatto acquisti, della broda al sapore di Coca che incarogniva l’arsura. Ero lì a succhiare quando sentii un secco rutto. Proveniva dall’auto di fianco – una Deux Chevaeux verde pistacchio, questo lo ricordo bene – il cui guidatore pippava del vino. Dovetti produrmi in una faccia delle mie, voglio dire intonata al periodo che attraversavo, perché lui, guardandomi storto, sospese di bere : “ma te per caso vai a un funerale? – disse sghignazzando con accento lombardo -pensa alle scopate che ti farai, pirla”. Ancora ridendo accese il motore e si avviò al posto di blocco.
Questa storia dell’amore in cambio di un paio di calze di nylon, di un rossetto, magari di una camicia comprata alla Standa, mi faceva ribrezzo. E quel giorno, al pensiero che le donne (ma proprio tutte? gli amici non sentivano ragioni: al novanta per cento. Portati i preservativi), quell’idea, dicevo, mi faceva un santissimo schifo, perché già la vedevo, la poverina, tra le braccia del tizio che ruttava puzzando di rosso. Al turno nostro il miliziano aprì il baule dell’Alfa e afferrò un bagaglio. Si accingeva allo stupro, lo sapevo, in più la valigia era mia. E poiché avevo negli occhi l’amplesso al fiato di vino, decisi di non patire quest’altra violenza, stavolta non a danno della immaginaria poveretta ma di me persona.
In Italia mi avevano addestrato per bene: Deutsh Mark perla Miliciao acquisti al mercato nero, calze Omsa per le donne e Marlboro contro ogni avversità. Scartai le calze, per ovvi motivi, palpai la tasca cucita nei calzoni con i marchi, poi decisi di provare con le sigarette. Le mie stecche facevano bella mostra su panni e vestiti, impossibile non vedere, cosicché il poliziotto avvampò di un colore quanto il rosso Marlboro: “Ah! italiani, Alfa Romeo, Chewing gum”, fece, afferrandone una. “Eggià, noi”, finsi, tenendo due dita sopra la bocca. Stavo per rimetterci tre stecche, a causa tua, brutto animale. Lui ne aprì una e vi cavò solo due pacchetti, che ficcò nelle tasche ordinando all’amico al posto di guida: “Va va, Mazzola, affanculo”.
Viaggiavamo su un nastro di asfalto lucente e perfetto, sotto un sole giaguaro che tormentava una piana giallastra. Non c’era anima cristiana, su quella via maledetta, solo caldo, stille e una sete boia, tanto da esserci spogliati e storto i deflettori. Poi, per intercessione del dio dei precotti, il paesaggio mutò espressione. Adesso si bordeggiavano orti riarsi, poderi in rovina e recinti arcani. Come posso spiegare, ospitavano steli piantate nel terreno e, bizzarro su strano, montate da un turbante. Capimmo quando fu il turno di un nuovo recinto, costellato di croci ortodosse.
Ma basta col paesaggio, ora bisognava pararsi da chi veniva di fronte: certe scatole vecchie o arrugginite con un vago concetto della mezzeria. Vuoi per imperizia del guidatore e sia perché il medesimo, scorgendo l’Alfa , si produceva in saluti a due mani. A una pompa di benzina che puzzava di nafta e zolfo, uno evase dalla ferraglia per gustarsi il monumento da vicino: “Italiani, bravo, Alfa Romeo!”, ci benedisse, manco fossimola Madonna.
Adesso si andava come al funerale del tizio del vino, perché da quegli orti malnati sbucavano i carri del fieno, miserabili carri di bionda sterpaglia. Anche i contadini facevano gesti, ma per mandarci al demonio per via del clacson. E strillavano anche quei bimbi scalzi e seminudi che ci accolsero in un villaggio sperduto. Loro il chewing gum lo volevano sul serio, ma per disgrazia dell’Alfa le cicche non sono merce per donne: l’esultanza virò in sputi e calci alla carrozzeria. Meno male che erano bambini.
In quel nostro viaggiare si pose il problema del come e dove cibarsi. Nei paesini nemmeno se ne parlava, nelle piccole città i ristoranti erano merce rara. Allora ci scagliavamo dall’Alfa, accedendo in disadorni locali, e a sensazione pescavamo il cesso. Un luogo di pena, dove la facevi contro arsi pisciatoi in un coro di mosche e nel tanfo di orina.
Con quel viatico nell’olfatto ci si accomodava al tavolo del mangiare. “Che avete da portarci?”, chiedevamo. “Tutto quello che volete”. “Bene, ci faccia vedere il menu”. Alzavano le spalle ridacchiando. C’erano solo due voci su quella fottuta lista: carne de vaca e carne de porco. E poiché la carne de vaca scarseggiava come i datteri al polo, il libero arbitrio imponeva quella de porco, a ferragosto.
Camminavamo, per giungere in tempo alla capitale si avanzava a tappe forzate, il giaguaro mordeva alle spalle. Per scacciare la noia ci si divertiva a scommettere su quandola Miliciaci avrebbe fermati . Avevamo fatto un callo di gibbone a questa tragica operetta, sempre identica a se stessa.
“Documenti!”.
“Pronti”
“Ah, italiani, Alfa Romeo!”
“Sissignori”
“Non avete dato la precedenza all’incrocio”
“ E dove sta questo incrocio?”
“Cinque chilometri fa, vi abbiamo seguiti”
“Ah, ho capito, e quindi….?”
“Pagate multa e affanculo”
“Quanto fa?”
“Cinquecento Lei”
“Che a sto cambio del piffero farebbero lire centomila. Senti, qua ce ne sono trenta e statti bene”.
La capitale era una città danubiana con palazzi levantini e orrendi grattacieli. Ai margini delle piazze si scambiavano lire per paccate di carta. Se la Miliciati beccava finivi al fresco, ma la Milicianon ti beccava perché al leader le nostre lire facevano comodo eccome. Con tutti quei soldi prendemmo il migliore albergo del centro: appena entravi eri colto dalla puzza dei tappeti di cui era cosparso. La camera era ampia e di stile che giudicai danubiano anch’esso, pur non avendo la minima idea che diavolo fosse tale stile danubiano. Diciamo che mi venne così e va bene, ma peccato per il cesso. Dopo giorni di astinenza eravamo in quattro ad arricchirne il malloppo. Tant’è che giunto il mio turno fui così munifico che si intasò. Disperato mossi lo sciacquone, e per encomio l’acqua salì tracimando sul tappeto. Anche i cessi arredavano con quella roba maledetta. Tre giorni, furono tre i giorni e le notti di supplice attesa che la direzione provvedesse. Quando lo fece prendemmo a comportarci con estremo giudizio. E però basta! di quel paese dei campanelli al contrario non mi importava una cippa, ero stufo delle multe con scasso, dei negozi deserti ( ma perché li tenevano aperti se non c’era niente da comprare?) dei pasti a base di creme acide, cavoli, cascecavall e le immancabili carni de vaca e de porco, e infine dell’orchestrina del ristorante in piazza maggiore che in nostro onore attaccava con ‘O sole mio e la roba di Claudio Villa.
Per non dire delle donne poverine. Bastava la cena al ristorante del caciocavallo e qualche ora a un locale dove si beveva il liquore Prunella , poi sfregandosi al lamento delle canzoni di Adamò, ed erano tue per l’intero soggiorno. Motivo per il quale alle dieci di sera lo stanzone coi tappeti e dal cesso esitante diveniva un porto di terra. Come ho detto, sin da quando ero entrato in quella caienna di paese mi ero giurato di mai imbarcarmi in certe faccende. E non perché il periodo fosse un po’ così, ma per sorda pervicace rivolta a ciò che ritenevo una giostra infelice. Vallo a spiegare agli amici ingrifati, quando nel letto accanto alla finestra già confidavo in morfeo, dalla strada ne avvertivo gli schiamazzi – ma a voce bassa, se nola Miliciasi incazza – congiunti ai gridolini delle donne di avventura. Il tempo di coprirmi col cuscino e la camera diveniva la succursale di un casinò senza accentazione. Allora gettavo in aria le lenzuola e mi rivestivo con furia, senza curarmi del ribollio di succhi e sospiri. Basta, ho detto, domani vado all’Alitalia e torno a casuccia. Ma avevo anche fame, quella sera, avevo voglia di creme acide e verze farcite, e stranamente pure di un cabernet speziato. Ne avevo le tasche e qualcos’altro pieni, di quel vino abboccato, dolciastro e spiritato, ma lo riscrivo, un perentorio vuoto allo stomaco mi spingeva all’azione.
Attraversai le vie del centro in solitudine, un senso di sperdutezza che ancora oggi rivivo. In quei giorni c’era un meeting dei ministri economici dei paesi amichetti. Dovunque scorgevi manifesti inneggianti al leader, o gigantografie di mentre baciava in bocca i suoi ospiti, e l’immancabile inno al dio delle zeppole “Traiaska eccetera eccetera”.
Ero deciso a guadagnare il ristorante dell’orchestrina quando vi scorsi una tavolata di uomini assorti e abominevoli matrone (ossignur, i russi! chi li aveva mai visti da vicino!) e perciò ebbi un crollo di succhi gastrici. Riemersero di lì a poco, appena inquadrai il neon di un pesce con ciglia femminili che sorrideva (meno male, almeno lui). Era caruccio, di qualunque animale acquatico si trattasse, ma poi, al desiderio di porco maledetto si era sovrapposta la voglia di pesce, unitamente alla speme che in quel paese si producesse anche vino bianco. Bello, dritto e non abboccato. Insomma entrai, accorgendomi che in tanti avevano identica speme. Il cameriere non si scoraggiò, in una lingua che voleva essere francese mi indicò un tavolo di fondo, dove era seduta l’immancabile senorita. Guardi, lasci stare, torno dopo. Desolè, tres desolès, cher ami, alle undici chiudiamo. Occhei, allora domani, buna saera. E il nostro bianco di Ploiesti, monsieur, tu non assaggia? C’est delicieux avec poisson de la mer Noire.
Ora io pensai le seguenti cose. Intanto al ristorante dell’animale acquatico non sarei mai più tornato, giacché l’indomani partivo, ma non reputavo giusto andarmene senza gustare un pasto di pesce e, io speravo, innaffiato da buon vino. Quanto alla bionda dagli occhi chiari e i capelli lunghi e ricci, chisseneimportava, quattro fregnacce, il tanto da farle capire che con me non attaccava, e sarei stato tranquillo.
Vabbene, mi siedo, dico al maitre di portarmi la lista e lui fa toc toc con le nocche su quella che la ragazza consultava. Bussò più volte al portone, perché lei non aveva intenzione di aprire. Riapparve , sbattendo il menu sopra al tavolo, il viso appena imbiondito, per iniziare a discutere col maitre. Tant’è che ritenni non avesse trovato il piatto che cercava. L’uomo si giustificò indicando la sala gremita alle spalle. Quando si allontanò presi la lista e ci non capii una canna, ero abituato ai termini di carne e ortaggi ripieni, quelli ittici risultavano oscuri. Guardai intorno per beccare il cameriere ma era sparito, tornai a compulsare. E mentre mi immergevo fui colto dal puzzo di una sigaretta romena. La bionda si era accesa una ciga senza filtro e fumava guardando altrove, il viso un po’ scuro. Ma guarda un po’ che situazione, ora mi alzo e vado. Poi, per una di quelle pulsioni che in seguito ti chiedi come venne fuori, pensai di chiedere alla dirimpettaia. E dissi in sequenza ‘scusi, sorry, s’il vous plait, perché continuava a fumare guardando altrove. Stavo per darle della scostumata – e pure zoccola, se continuava a ignorarmi – quando si degnò di guardarmi distratta e fece: “Please?”
Notai allora che a un lato dei capelli portava un fermaglio dorato, un po’ dozzinale, con su un orsacchiotto. Era carino, credetti che sorridesse, l’orsacchiotto voglio dire, in quanto lei insisteva con l’espressione infastidita, se non proprio imbronciata.
“Le spiace spiegarmi che significano i nomi?”, domandai allora in inglese.
Aveva le dita sottili e le unghie curate, me ne accorsi perché, dopo un lungo silenzio, carpì la lista e chiese a sua volta, sbrigativa:
“Cosa vuol sapere?”
Mi sbagliavo, gli occhi erano di un celeste profondo, recavano sul bordo inferiore un tocco di matita, ma lieve, le ciglia erano appena tinte col rimmel.
“Niente, se magari mi consiglia che pesce ordinare”.
“Io ho preso pastrev in folie”.
Sì, buonasera. Feci un cenno a significare ‘ mi prende in giro?’
Mi guardò e sorrise, o almeno oggi ritengo che così fece. Spiegò in inglese:
“Trota al cartoccio, right?”
“Altroché, e da bere?”
“Non sono il cameriere, chieda a lui”
“Ma no, dicevo che vino consiglia, tutto qui”
“Che domande, sul pesce va il bianco, o vuol fare come il killer del film“
“Ma per piacere…. e quale sarebbe il film?”
“From Russia with love, giusto ?”
Sospirai in modo evidente, dunque guardavano anch’essi i film del James Bond. Ma il problema rimaneva: di cosa diavolo parlava quel film? Se non sbaglio era di una decina di anni prima.
“Certamente, e cosa fa quel killer?”
“Ordina vino rosso sul pesce, possibile che da voi non sia mai uscito?”
Cosa rispondere, che siete alla Berta che fila? Accondiscesi:
“Sì, adesso ricordo. Ehi maitre! camerieeeere, guarda ‘sto cretino se viene …. Senta un po’, prendo anch’io la trota al cartoccio e poi bianco, il bianco di Ploiesti”.
Il maitre accennò un inchino di approvazione, gli dissi a seguire: “Lo metta in conto mio”.
Il di lei tovagliolo mi sfiorò l’orecchio e volò oltre. Nello stesso momento la vidi avvampare, ma era una rabbia lieve e al biondo zuccherino. Non so, come se per incanto fosse aumentato il fondo tinta.
“Guarda, italiano son of beach, che a me le calze piacciono di lana”.
Era in piedi e inclinava il busto verso me. Aveva bei seni, tenuti insù senza supporto. E per somma fortuna ( o disgrazia? Va a sapere) nell’impeto le partì l’orsetto. Ci avevo preso, rideva con i dentoni all’infuori, che amore.
“Ma guardi, si calmi, io non credevo, ……resti qui, la prego”.
La fissavo negli occhi, alla stessa sua altezza. Sfiorai la sua mano e con l’altra porsi il fermaglietto. “Se no, si scompiglia tutta, e non va bene”.
Annuì, a capo chino, e dopo un fremito lieve del busto si ripose a sedere. Dopo di che fermò una ciocca di riccioli col fermaglietto.
“Facciamo alla romana, occhei?”, proposi.
“Che vuol dire?”
“Ognuno paga per sé”
“D’accordo – disse annuendo -in fondo avevo già ordinato”
“Ci diamo del tu?”
Lo dissi in italiano, scordando che non lo capiva.
“In inglese è come se fosse, no?”, rispose.
“Perché non mi hai detto che parli italiano?”
“Perché non volevo che equivocassi”
“Questo l’ho capito, sai? A momenti il tovagliolo mi portava via mezzo orecchio”
“Bad guy!!! – scoppiò a ridere come l’orsetto: ehi, aveva i dentoni anche lei!- aggiùstati quei capelli, piuttosto, che sembri spennacchiotto”
“Uh, scusa, e come ti chiami?”
“Che ti importa? Tra mezz’ora non ci vedremo più, mai più”
“Che c’entra, facevo per dire. Io Massimo”
“Quintus Fabius Maximus Cunctator”, disse in tono solenne.
In latino ero abbonato al tre. Non lo digerivo, ecco tutto, figurarsi la storia patria.
“Ah, sì il Conducator”, mi venne da dire.
Maledetto che ero, qualcuno aveva di nuovo esagerato col fondo tinta.
“Lascia stare quel signore, su queste cose da non si scherza, chiaro?”
“Era per dire, dai, tanto per stare alla battuta”.
Alzò gli occhi al cielo, poi li mosse verso il cameriere che nel frattempo ci serviva. Nel farlo storse i tendini di un collo che a me parve freschissimo.
“E questo nome? il mio te l’ho dato, se non mi dici il tuo sei brutta e cattiva…. no, brutta proprio no….sei bellissima”
Sorrise. Un mare profondo, quegli occhi.
“Mister spennacchiotto, la trota si fredda, mangia”.
Me lo disse quel nome, dopo due bicchieri di Ploiesti. Grazie al quale appresi che stava per laurearsi in statistica e che presto si sarebbe trovata di fronte a una scelta che proprio non le andava:
“Qui da noi occorre la tessera. E se sei donna i dirigenti del partito pretendono altro”
“E poi dici di noi italiani”.
Ma dai, ho sbagliato di nuovo!, già mi aspettavo un orsetto nell’occhio. Nadia sorseggiò dal bicchiere e mi stese con i suoi:
“Tu sei diverso”.
Non so, fatico a ricordare, quest’aria oppressiva mi annebbia i pensieri. Del resto Jan me l’ha detto: “se non smetti ti piglia malatia”.
Passeggiammo per strade che non conoscevo, tutte uguali, Nadia parlava e parlava, io non mi stancavo di ascoltare. Cosa disse e di chi disse non ricordo, ero troppo preso dai suoi occhi. Perché di profilo, voglio dire camminandole accanto, li trovavo più belli e profondi. Ad un tratto fece ‘devo andare’, lasciandomi come perduto. Mi attraeva, e l’aveva capito – forse già dal primo sguardo al ristorante – ma c’era un problema: non voleva. Neppure quando, distrattamente e furtivo, avevo provato a tenerle la mano, si era data. Una benigna guardataccia e affrettava il passo.
“Ma è tardi, tu sola, posso accompagnarti a casa?”
“Mi porti in braccio? È lontano”
Le spiegai che degli amici avevano lasciato l’Alfa davanti all’albergo, e non c’era percolo che la reclamassero, assolutamente alcuno. Scosse un po’ il viso, smuovendo la cascata di riccioli, nell’oscurità credetti si mordicchiasse il labbro. Alla fine, sospirando, fece:
“Te lo concedo, ma se ti azzardi ti meno un cazzotto”.
Guidai per strade lunghe quanto l’angoscia di una galera, passammo sotto gli orrendi grattacieli. Nadia mi conduceva per un tragitto sconosciuto, ma che sospettai lungo e apposta tortuoso. Ma quanto sei fesso, te l’ha detto che non vuole, è un’illusione. Figurarsi però se non mi andava bene, purché l’ascoltassi mentre parlava e parlava. Ebbi anche l’impressione che a un tratto accennasse un motivo, Lallarallelo, oh lallalarà. “ Sei felice, Nadia?” “Tu pensa a guidare, stupido mio”.
Ho sempre creduto che se una donna da cui attendi risposta ti associa all’aggettivo ‘mio’, beh, almeno un po’ si sente attratta. Con la scusa che uno stop non funzionava, fermai l’Alfa lungo un viale male illuminato, mi curvai verso lei per accedere al tirettino col libretto istruzioni, ma a metà del movimento decollai al cielo e la baciai, profondamente ricambiato. E così saremmo restati, a baciarci sulle labbra, la fronte, la punta dei nasi, se il fiotto di luce non ci avesse sorpresi. Proveniva da una torcia, del tipo, io presunsi, in uso ai militari. Nadia si staccò, e coprì il viso con le mani. Prima che il miliziano spalancasse la portiera lato suo e ne pretendesse i documenti, ebbe il tempo di dirmi, tutto di un soffio, “siamo persi, scappa!”.
No, scusi miliziano cazzone, guardi che non si stava facendo niente di male…..ah, capito, la multa, e me lo poteva dire subito, no? ecco tutti i soldi che vuole.
Ma Nadia e lui discutevano in questa lingua che vorrebbe esserci amica e che mai come allora avvertii oscura e ostile. Non piangere Nadia, amore mio… ..,ma sì, un po’ di carta straccia a questo magliaro e tutto si aggiusta. Adesso eravamo circondati, un poliziotto ad ogni lato dell’Alfa, e quello verso me sghignazzava, ma vai al diavolo te e il porco che ti aziona. Sul lato opposto il miliziano controllava i documenti di Nadia. Brutto verme, la vuoi fare a lei la pagliacciata di multa? Nadia, stai calma, non t’agitare, perché tremi tutta, amore mio? Prima che cinque dita dalle unghie nere l’afferrassero, mi guardò in lacrime e disse:
“E’ una legge di Ceausescu in persona, dopo le undici noi romene non possiamo stare in auto con gli stranieri. Scappa, spennacchiotto mio, ti prego, ora vai”.
La estrassero, Nadia mia, spingendola in quella trappola. Io balzai fuori e mi avventai contro la portiera dietro cui era obbligata. Un braccio nodoso, che puzzava di tanghero e sudore, mi strinse al collo e troncò il respiro. Col primo alito d’aria scalciai dimenandomi alla cieca. Mentre la morsa si riduceva vidi l’auto con Nadia che sfrecciare via.
“Tu guarda italiano che non vogliamo farti male, sparisci”
“Me ne vado un corno, è assurdo, pazzesco, il vostro matto non può fare il cavolo che gli pare. Non si stava facendo niente, niente, ho detto, lo capisci? domani vado al Consolato e vediamo!”
Rientrai inauto e feci per avviare. Lo stesso braccio che poco prima mi soffocava si introdusse nel suo modo brutale, stuprante. La sua mano mi tenne il polso.
“Non ci puoi far niente, è deciso, va a goderti le tue troie”
“Nadia non è, te lo giuro”
“Da , lo sappiamo”
“E allora, perché l’avete presa?”
“Perché siamo impestati di …come si dice….lue! la sifilide”
“E che, Nadia lo porta scritto in fronte? Ma vai a farti fottere, vai”
Fu l’attimo, ebbi l’impressione che traesse un sospiro. Aggiunse:
“Doveva davvero essersi presa per te, da, lo sapeva che rischiava grosso. Va via tu, io t’inguaio”
“Dimmi almeno dove la portano, ho soldi, lo sai”
“In centrale, tre isolati da qua. Adesso va a crepare, ché puzzi di italiano”.
La centrale della Milizia la potevi assaltare senza colpo ferire. Semplicemente a quell’ora era deserta. Entrai in un atrio spettrale illuminato dai neon, non senza guardarmi annichilito. Di fronte all’ingresso, spostato a sinistra, c’era un corridoio con porte serrate. Alla destra vidi una guardiola socchiusa. Vi fuoriusciva una luce inerte insieme a un odore che percepii di frittura. Entrandovi per poco non finii contro un miliziano, era seduto a un tavolaccio col berretto sul viso.
“Nadia? Sa dirmi dov’è Nadia?”
Sobbalzò temendo in me un superiore. Accortosi che ero io, e dagli abiti certamente straniero, si stiracchiò pigramente: “Da?”
Dadaumpa! poteva dirmi, piuttosto, dove trovare una ragazza bionda così e cosà, arrivata lì da non più di un quarto d’ora ? Mi fece cenno portando due dita alle labbra: “non capisco” . Capisco io, estrassi un fascio di soldi e allungai. Rifece il gesto. “Che ti manca ora? Aaah, sigarette? ”. Picchiai il tavolo col mio pacchetto. Ne accese una con massima calma, non senza aver preteso anche lo zippo, e indicò la seconda porta in corridoio.
“E’ lì che la tengono? capisci che dico? Lì, guarda il mio braccio, è quella la stanza?”
Alzate di spalle, come a dire ‘che ne so, tu prova’.
E va bene, camminai nella direzione indicata facendo chiasso coi mocassini. Ma intanto che mi avvicinavo sentii voci da tutt’altra parte. Fottuto, non ci stava un cristo di nessuno! Le aprii tutte, le dannate porte, ed ebbi riprova. Ma le voci, anzi degli scoppi di voci, non erano affatto una fregatura, nel silenzio le avvertivo distinte e nemmeno lontane. L’attimo successivo ci fu un cardine che strideva e dei passi di uomo. Tornai in fretta nell’atrio e apparve un secondo corridoio. Da una cui apertura sboccava luce.
“Nadia!”
Era lì dentro! e perciò andai col cuore a pezzi e il timore che non mi facessero entrare. Ma le sigarette, o i soldi, che speravano di percepire produssero il miracolo. Nessuno si era curato di serrare l’uscio, perciò giunsi all’altezza e adesso la vidi. Aveva gli occhi lucidi, il fondotinta ancora più scuro.
“Massimo, va, te ne supplico”
“Sei scema? resto fin quando non ti fanno uscire. Ho capito come vanno qui le cose, sai, una levata di testa a te, un po’ di marchi a loro e domani mattina…..”
Mi carezzò il viso. Lo feci pure io. Mi arrestò il gesto e disse secca: “Domani mi portano in ospedale”
“In osp…..stai male, Nadia, t’hanno fatto qualcosa i bastardi?”
“No, te la ricordi la disposizione?”
“Vuoi dire Ceausescu?”
“Mi terranno in quel posto 15 giorni per farmi tutti gli esami, tipo Wassermann. Fossi anche un angelo del paradiso fanno a tutte così. Scappa, Massimo, ti scongiuro”.
“Ti scongiuro io, Nadia immensa, sei nei guai per causa mia! Ma dov’è il direttore, dov’è ‘sto grande bastardo?”
A questo punto i ricordi mi lasciano, non lo so, vedo come attraverso dell’acqua in cui s’è versato anisetta. Avvenne tutto in rapida sequenza: io che prendo a urlare forte, poi senza voce mi arresto, un istante di tregua ed emetto un urlo assassino, ultimativo. Allora seguono le grida di due o tre, forse quattro ( ma quanti erano in quella stanza ? e tutti per me e Nadia? ) , dicevo che ci furono le imprecazioni di una banda di molossi, sbucati da non so dove, che mi tennero per le ascelle. Stupidi, ignoravano la forza di un assassino. Mi divincolai scagliandomi contro un quinto (o sesto?) che sopravveniva. Fui talmente svelto da non poter evitare che l’afferrassi al collo e serrassi sul pomo di caino. Strinsi, premei da ossesso senza che la banda di tripponi riuscisse a fermarmi. L’avrei steso morto, il tipo, se un colpo alla nuca, secco e incisivo, non mi avesse spento ogni luce.
Al carcere in fondo ci si abitua, specie se trovi un compagno di cella come Jan. E’ bravo e gentile, il mio amico romeno, e a lui ho raccontato la mia storia. Con oggi fanno due anni da quella sera benedetta. Lo so che può risultare da incoscienti definirla così. Ma io sono convinto che quella notte per noi due è solo un antipasto un po’ andato a male. Ad esso seguirà un pranzo dolce e leggero a base di trota al cartoccio e vino di Ploiesti, ne sono certo. E poiché io sono, devo essere ottimista, se no ammattisco, al termine della cena servirò anche la frutta, qualcosa di raro qui in Romania.
Ma tutto questo sarà l’inizio, quando esco troverò lei ad aspettare, la vedo già che sorride e corre ad abbracciarmi. La bacerò sulla bocca, le sussurrerò parole le più lievi, e poi via al consolato per il suo visto di espatrio. Ho tutto qui nella testa, niente ci potrà più fermare.
———————————————————————————–
Per chi volesse saperne di più, dico subito che sono Matteo Serra, uno degli amici di Massimo Castelli in quella sventurata estate romena. Guardando tra le sue carte, ho trovato questo scritto e mi ha preso un colpo. Tutti avevamo dimenticato la sua grafia. Ho inteso ribatterlo a macchina e lo passerò alla Farnesina (che ringrazio per averlo tirato di galera) perché, come suol dirsi, nella vita non sai mai. Massimo è morto il giorno della sua estradizione, cioè il 29 agosto 1977, 5 anni dopo il fatto. La direzione del carcere ci comunicò di un fatale malore e questo è strano. Massimo era sano, dalle sue lettere non erano mai trasparsi cenni a malattie. Non dobbiamo però trascurare che, malgrado le bugie dei funzionari, il regime di detenzione rumeno, specie per uno che abbia tentato di ammazzare un militare, è duro, assai crudele. Ma c’è un’altra supposizione, sulla fine di Massimo, tutta mia, e la espongo perché da un po’ mi viene in testa e non smette di argomentare. Io credo che a nessun costo lui volesse staccarsi da quella terra. Sapeva che il giorno in cui l’avesse lasciata avrebbe perso ogni speranza di ritrovare Nadia. Un dolore troppo grande per il suo cuore. Insomma fu l’amore ad ammazzarlo, presumibilmente.
Di Nadia, ignorandosi il cognome, non si è potuto sapere che fine abbia fatto. Qualcuno disse che dopo il soggiorno in ospedale l’avevano internata, ma è una sciocchezza. Il regime di Ceausescu, che si sappia, gulag non ne ha mai costruiti. Per una questione di fondi, non altro. Né ci è stato detto se la ragazza abbia tentato di avvicinarsi a Massimo attraverso il carcere. Le autorità rumene mantengono il più ostile mutismo, ma è opinione di tutti che, l’avesse fatto, e di ciò nutriamo bastevole certezza, la Milizia avrà trovato i modi per scoraggiarne gli approcci.
Ciao Nadia, mi auguro che tu abbia una vita felice. Te la meriti più di noi tutti.
Commenti
2 risposte a “L’amore, presumibilmente”
Ho letto con piacere, Carlo. Grazie.
Grazie a te, Felice.