Narratori vari

di Bartolomeo Di Monaco

Sono brevi recensioni. Gli autori sono indicati in ordine alfabetico. L’articolo si arricchirà via via di nuove brevi recensioni.

Lucio Angelini: “The Wolf of May (Il Lupo di Maggio)”

Ciò che si scrive non è mai inutile. Vi si rifugiano momenti e sentimenti che altrimenti andrebbero perduti.
Lucio lo conobbi tanti anni fa a Roma, in un incontro (ce ne fu poi un altro a Milano) organizzato da Giulio Mozzi e che intendeva riunire, fra l’altro, anche un gruppo di frequentatori di ICL (it.cultura.libri), una piattaforma digitale in cui si parlava di libri. Non so se esista ancora, ma in quegli anni ci era utile per scambiarci idee e consigli. Ci si divertiva, anche, e ci si prendeva in giro. È grazie alla parodia che scrissi nel 2003, intitolata “La rivolta dei leprotti”, che oggi posso rivivere con gioia e nostalgia quei momenti. Qualche nome dei frequentatori, così come si firmavano, alcuni col nome vero, altri con il nickname: Lucangel, (il nostro autore), Maria Strofa, Simone Silvestri, Paolo Beneforti, Alfio Squillaci, Mattia Signorini, Federico Platania, petulia, Ol’ga, Eusebia, Luca Tassinari, Eleonora Cavallini, Michele Governatori, Sergio Garufi, Raffaele Mangano, eusebia, piero sorrentino, Paolo Ferrucci, Giosi, Loreta Cerasi, e così via. Li porto nel mio cuore.
Lucio nel 1967 pensò di prendere la penna in mano e mettere su carta il periodo giovanile della sua vita. Un’opera dunque scritta quando aveva 20 anni, essendo nato nel 1947. Il testo, ora pubblicato, ha due versioni: la prima in inglese e la seconda in italiano.
Morto, nel 1953, il padre “Liviero, detto Cillo”, aviatore, in un incidente dell’aria, l’autore passa qualche anno in collegio a La Spezia. Lascia presto, perciò, i suoi primi compagni di Fano, il suo paese, dove ritorna sempre ad ogni vacanza della scuola. I primi personaggi che assumono contorni definiti sono la nonna Celerina, sempre a recitare più di un rosario al giorno e preda di crisi mistiche (alla quale sarà dedicata una parte centrale, che ci rivelerà come la stessa nonna sia stata una guida quanto meno spirituale nella crescita dell’autore), e la sorella che, golosa di toast soprattutto al prosciutto, ne consumava continuamente durante la giornata. Poi, a poco a poco verranno gli altri. Si noti che la sorella e il fratello non hanno nome.
Ma la vocazione alla scrittura (dichiarata anche nel racconto), già presente a quell’età, diventa il filo rosso che incuriosisce il lettore. (e ci svela anche l’amore che l’autore avrà sempre per la favola – è traduttore dei romanzi di Hans Christian Andersen). I suoi primi esercizi trasformano in parole emozioni e accadimenti che lo accompagneranno lungo la crescita. Sono esperienze che Angelini ci presenta, sia pure con uno stile scanzonato (si veda la storia del Papa che cade dalla finestra durante la benedizione domenicale; non troppo scanzonato invece quando parla di editori), a volte onirico e metaforico (vengono in mente i futuristi e anche certi disegni di Salvador Dalì), come vissute all’interno di un sacrario. Suggestiva e significativa questa immagine: “La luna, una grande luna circolare, lanciava il suono della sua folle risata per il cielo.”.
L’opera giovanile ha in sé il fascino della “prima volta”, dell’occhio e della mente che ci conducono e si traducono in interrogativi e curiosità, alla scoperta graduale, e dolorosa, di un mondo in cui ogni ragazzo, crescendo, è destinato a lottare. I primi tremori, le prime ansie, i primi dispiaceri, le prime delusioni, le prime malinconie, le prime gioie, sono colti da Angelini nella loro fresca fragranza. È un ragazzo, il protagonista, che ancora vacilla, che ancora non ha trovato la sua strada (“Non ne avevo la forza, il coraggio.”). È vivo in lui “il lupo di maggio”, ossia quel sentimento tremebondo e ansioso di una crescita avvertita come inevitabile e dolente. La ragazza agognata (“da me tanto cullata”), Paola Puck, ne suscita continuamente il risveglio. Come accadrà, per una minima parte, anche con Piccola Zoe, Arabella e la brutta Diamante.
È a questo sentimento che si richiama, secondo me, il titolo, aldilà del riferimento che viene fatto alla nota favola di “Cappuccetto rosso”. Non a caso, peraltro, gli occhi di Paola Puck ricordano quelli della bimba della favola). Si leggerà: “la regina cattiva del mio delirante mondo di fanciullo.”.
Il racconto appassiona e incuriosisce, e in più di un caso addolora e fa perfino paura (penso alla tragica fine del compagno di collegio, Davide e dello stupro da lui subito), e ci si immagina che riportarlo alla luce abbia suscitato più di una emozione all’autore e, perché no?, richiesto più di una analisi e verifica sul percorso da lui compiuto fino ad oggi, distante e lontano com’è da quegli anni.
Un libro ricco di humus da cui sprigionano numerose sensazioni e immagini, a volte inquietanti e a volte sotto forma di un caleidoscopio tripudiante e delirante di colori.

10 marzo 2024

Ancora una volta Lucio Angelini ha fatto centro col suo Samizdat

Lucio Angelini: “Armageddon a Villa Eden”

In una bella veste tipografica, l’autore pubblica un altro libro con Amazon editore. Il titolo suscita già da sé molta curiosità: che cosa succede mai a Villa Eden?
Lo scopriremo insieme e presto.
Già nel primo capitolo l’autore, attraverso una conversazione che avviene “a uno dei tavoli esterni dell’Harry’s Dolci davanti al canale della Giudecca” ne stimola abilmente la curiosità. Si tratta di una bella villa, Villa Eden, il cui defunto proprietario ha cancellato un elegante giardino scozzese e lasciato crescere al suo posto un giardino spontaneo e selvatico, vietando l’ingresso, anche dopo la sua morte, a chicchessia. Questa originale scelta darà luogo all’Armageddon, ossia ad un acceso dibattito, perfino in Facebook, che occuperà spazio soprattutto nella parte finale. Si deve o no accettare l’abbandono in cui sembra versare la Villa, oppure la volontà testamentaria del proprietario, un privato che ha il diritto di disporre liberamente dei suoi beni, deve essere rispettata? Un commentatore sostiene: “È un’opera d’arte, bisogna conservarla e difenderla.”. Altri sostengono che ci si debba occupare, invece, delle molte strutture pubbliche lasciate cadere in un più che deprecabile abbandono da parte delle Istituzioni a cui appartengono.
Scrive bene, Angelini, impeccabile la sua scrittura, leggerlo procura piacere e una lieta pacatezza. Ci fa accomodare dentro il salotto buono della narrazione.
Naturalmente, lui che è nativo di Fano ma vive a Lido di Venezia, si occupa anche della città lagunare, sottolineandone pregi e difetti, in modo spesso icastico e sadomasochistico, così che possa suscitare curiosità e interesse modulabili a seconda dei gusti del lettore.
Chi conosce Angelini lo ritrova in questo libro, a volte osservatore nascosto da qualche parte (si pensa sicuramente a lui quando nel dibattito on line sul giardino abbandonato di Villa Eden il barone Fioravante esalta il bellissimo “Saguaro National Park, nel deserto di Sonora” o quando Alvise Forcolin confida all’interlocutore la sua passione di escursionista e soprattutto per la Tofana di Rozes, “la mia partner ideale.”), a volte addirittura erettosi in primo piano, ad ammiccare o a fare l’occhiolino invitante a mettersi in scena. Con una Venezia onnipresente che sgocciola sulle pagine l’acqua, mai quieta, di Canal Grande. I protagonisti, il barone Fioravante e la contessa Maria Antonietta, non sono altro che strumenti, bussole di navigazione con i loro dialoghi, la loro corrispondenza, i loro scambi di composizioni letterarie (racconti dentro il racconto), l’uso dei social con frequenti riporti di chatteraggio, attraverso i quali sono affrontati vari temi, tra cui, cari all’autore, quello ambientalista (la difesa della laguna di Venezia, ad esempio) e quello del mondo letterario e dell’editoria. Non mancano richiami forti e prolungati all’omosessualità e al sadismo, tant’è che ci sfiora l’idea di trovarci in presenza del celebre Marchese (fra l’altro, citato) portato a vivere nei nostri giorni. È un caleidoscopio di sorgenti ispiratrici di varia potenza, di getti d’acqua impegnati in un gorgoglio continuo.
È un romanzo, inoltre, in cui narrazione e teatralità, con vari sipari che si aprono e si chiudono, vanno di pari passo come una coppia di amanti. Le mutazioni scenografiche che incontreremo ne tracceranno il percorso. Non vi è dubbio che l’architettura del romanzo ha una sua intelligente e decisa originalità ed è briosa e fascinosa a un tempo, costruita con un’esattezza raffinata.
Non solo questo: alla fine intuiremo che alcuni personaggi che compaiono via via nel racconto tendono a poco a poco a incontrarsi in una immedesimazione pungente di sofferenza. Scelgo: il barone Fioravante, Alvise e la stessa Venezia.

3 aprile 2024

Lucio Angelini: “Ludovico Ariosto. L’Orlando Furioso al latte e al cioccolato. Adattamento narrativo di Lucio Angelini”

Ho già scritto che conosco di persona l’autore, incontrato in occasione di raduni letterari organizzati dall’infaticabile Giulio Mozzi.
Poi ci siamo continuati a frequentare su Facebook, ed è lì che, specialmente, ho messo a fuoco il valore di questo scrittore, che è anche un esimio traduttore (ricordo ad esempio i romanzi, che erano sconosciuti in Italia, di Hans Christian Andersen), il quale mi si è rivelato uomo di vasta cultura dal carattere, quando occorre, molto caustico, sì da spianare chiunque osi beffarsi di lui. Invece sempre aperto ai confronti leali e genuini.
Mi cita su Facebook: “Come ho scritto a Bart: sto usando Amazon come archivio di tutti i miei lavori dalla Prima Comunione in poi.”. Come dire che ciò che sta facendo è un gioco, uno sfizio. Amazon è il più grande editore in Italia, con queste caratteristiche: la pubblicazione è gratuita e il testo non subisce interventi di sorta, ossia è integralmente quello che è stato ‘caricato’. Inoltre consente all’autore che abbia riscontrato degli errori di scrittura di ‘ricaricare’ il nuovo file, anche più di una volta, e in questo modo il libro messo in vendita è sempre l’ultima edizione inviata. L’autore ha un altro vantaggio, e di non poco conto: se acquista lui il libro (può farlo anche fino a 999 copie) il prezzo riservatogli è modestissimo, spesso non più di tanti euro quante sono le dita di una mano.
Mi ha anche scritto che ciò che pubblica fa parte dei suoi fondi di magazzino che intende, grazie ai vantaggi di Amazon, riportare alla luce. È opera meritoria, poiché si tratta di riesumare memorie sepolte e sotterranee che ci hanno formato e che non meritano il silenzio o il nascondimento.
Veniamo al libro di oggi, già stampato da Loescher Editore qualche anno fa per la scuola, dal titolo lunghissimo.
Affrontare il monumentale e celeberrimo capolavoro cinquecentesco di Ludovico Ariosto, rivisitandolo in prosa e con l’intenzione di divertire e istruire anche il lettore (lo stesso Ariosto scriverà di aver intrapreso l’opera “per spasso et recreazione de Signori et persone di animi gentili et madonne”), non è opera facile. Ma il carattere audace ed ironico di Angelini è tale che probabilmente solo lui poteva osare l’impresa. E secondo me ci è riuscito, come sempre riesce Angelini nei suoi propositi anche bizzarri o straordinari. Ricordiamo che ancora oggi, all’età di 77 anni (è nato nell’amata Fano e vive a Venezia), non disdegna – anzi è felice di intraprenderle – passeggiate e scalate in montagna e gite soprattutto laddove crescono i suoi amati saguari.
Nella Premessa ci tiene anche a sciogliere una mia e vostra curiosità. Eccola: “Volete sapere perché ho intitolato la mia versione L’Orlando Furioso al latte e al cioccolato?
Ma per farvi venire l’acquolina in bocca, che diamine!”.
E voglio farvela venire anch’io, poiché una delle più belle qualità che emergono via via nel corso della lettura, oltre ad una prosa nitida capace di snodarsi abilmente nei numerosi e aggrovigliati percorsi della trama, che vede Angelica, “l’altera figlia del gran Can del Catai”, continuamente in fuga dai suoi innamorati (la fuga e il rincorrersi dei vari personaggi è sostanza nel poema) come, ad esempio, Orlando (la cui pelle, “impenetrabile e incantata dalla nascita, era più dura dell’acciaio”), Sacripante, Ferraù, Rinaldo – che poi passa all’odio dopo aver bevuto a una fontana magica- è quella sottile, quasi minima ironia iniziale (l’ironia è presente anche nel poema) che pare una premessa al lungo e amabile racconto. In realtà, la forza del capolavoro ispiratore è tale che ben presto Angelini ne viene, nella scrittura specialmente, coinvolto e soggiogato, come appare evidente, ad esempio, nella storia narrata, nel lungo, intricato e bel capitolo 23, della crudele e “scellerata” Gabrina, che, fra l’altro, desiderando Filandro, lo induce con l’inganno a uccidere il marito Argeo. Esemplare anche come, in alcuni capitoli, quale, ad esempio, il successivo 24, sia reso il magico e perfido castello del mago Atlante. Memorabile pure la messa in prosa, nel capitolo 25, dell’assalto di Parigi, difesa da Carlomagno, intrapreso dai saraceni comandati da Agramante, e nei quali milita il gigantesco Rodomonte: “il re d’Algeri” e “il Marte africano” (reso con eleganza di stile il suo duello con Ruggero nel capitolo 38). Ma ci sarebbe tanto altro da evidenziare. Che dire, infatti, della prosa con cui Angelini ci narra la storia di Cloridano e Medoro, “mori di oscura stirpe”? O le pagine che traducono in prosa l’impazzimento di Orlando (capitolo 32)?. O il viaggio sulla luna di Astolfo in groppa all’ippogrifo che incontriamo nel capitolo 34? Con lui ci troviamo immersi all’interno di una luna (“il Paradiso Terrestre”) adornata di ogni bellezza e ricchezza, così diversa da quella, desolata, visitata dall’uomo nel suo viaggio del 1969!. Non mancano monti inaccessibili e oscuri, boschi dalla vegetazione fosca e impenetrabile, misteriose grotte profonde, spelonche, torrenti minacciosi, aspri e faticosi sentieri, ma anche splendidi palazzi e armoniosi giardini, e cavalli alati, maghi, mostri e demoni e quant’altro arricchisce l’opera ariostesca, in cui è talmente superlativa la fantasia che perfino le spade hanno un nome: ad esempio, Durlindana quella di Orlando, Fusberta quella di Rinaldo, Balisarda quella di Ruggero, e le enormi distanze tra i luoghi dell’azione sembrano stare dentro il palmo di una mano. Sono sicuro che, se fosse al mio posto, di questo lavoro se ne compiacerebbe, ammirato per l’ardire, anche il sommo Ariosto che, lo ricordo, fu pure governatore di Castelnuovo Garfagnana (oggi in territorio lucchese) dal 1522 al 1525.
Desidero sottolineare, a conclusione, e pienamente soddisfatto, che quest’opera coraggiosa è assolutamente lodabile, visto il suo scopo divulgativo, e non affatto facile, volgendo in prosa un gigantesco lavoro in versi, così come, ma è solo un esempio, fece con l’opera di Ovidio “Le metamorfosi” Giovanna Faranda Villa (1932-2022) pubblicata dalla casa editrice Rizzoli nel 1994.
Al termine, Angelini ci consegna un suo breve e pregevole saggio – anche per le citazioni di numerosi esegeti, che rivelano, dunque, la sua preparazione – sul grande poeta, sul suo capolavoro (un’impresa che durò circa 30 anni), e sul tempo in cui visse: il Rinascimento, nel quale ci ricorda anche che “L’Orlando furioso” deve considerarsi il seguito dell’”Orlando innamorato” di Matteo Maria Boiardo (1441 – 1494).

14 dicembre 2024

Roberto Andreuccetti: “L’elmetto tedesco”

Dico sommersi poiché sconosciuti in campo nazionale, ma con qualità che non hanno nulla da invidiare a coloro che hanno raggiunto la notorietà. Con un merito in più. Che la loro prosa è quella uscita dalla propria penna, non revisionata da mani altrui. Un merito di non poco conto e che si coglie nella fragranza genuina del periodare. Come il pane buono uscito dal forno di una casalinga. Ce ne sono a Lucca, come pure anche in Italia e nel mondo.
Alcuni hanno fatto della narrazione una ragione di vita. Non si sono limitati a uno o due romanzi, ma hanno continuato a scriverne alimentati da una passione per la ricerca, la storia, la fantasia.
Sono, costoro, narratori, che ho già inserito nei miei due volumi “Leggiamo insieme gli Scrittori Lucchesi” e che spero siano ricordati e recuperati in futuro da qualche studioso conscio della rigogliosa fioritura dell’arte nella nostra Lucchesia.
Il primo che desidero citare è Roberto Andreuccetti, di cui è uscito da poco “L’elmetto tedesco” per le edizioni di Tralerighe Libri. Ė l’avvincente e tragica storia di Franz Konemberg, un sergente tedesco che si sente in conflitto con il nazismo, di cui osserva amaramente le crudeltà. Il romanzo è anche un omaggio alla figura del professore Silvio Ferri che più volte si è adoperato per salvare gli abitanti della valle della Celetra (Valdottavo, Partigliano ed altri paesi limitrofi) da cruente rappresaglie.
Coi suoi numerosi e consecutivi romanzi, Andreuccetti ha scandagliato ogni aspetto della guerra nei luoghi in cui è cresciuto ed ancora vive. Valdottavo dovrebbe dimostrargli con qualche omaggio la sua immensa gratitudine.

1 dicembre 2022

Roberto Andreuccetti: “La giunchiglia del monte Croce”

Ho un grosso rimpianto. Non aver potuto dedicare un libro monografico a Roberto Andreuccetti. Alla mia età, infatti, faccio fatica a compiere il mio consueto viaggio nei romanzi che leggo. Andreuccetti è un autore che giudico meritevole di una notorietà che la svogliatezza della critica ufficiale gli ha negata.
Il passo misurato della narrazione è una sua peculiarità. La lettura è sempre piacevole ed io, che conosco l’autore, resto incantato nel comparare l’uomo semplice che mi sta davanti e la sua scrittura, che lo rivela in tutto e per tutto qual è.
Egli si dona al lettore, così come nella vita sociale è sempre disponibile a donarsi in aiuto degli altri. Tale, del resto, è anche Roberta, la moglie, vivace e sempre sorridente. Una coppia di cui il paese dove vivono, Valdottavo, non può che andare fiero.
“La giunchiglia del monte Croce”, pubblicato da Garfagnana editrice dell’infaticabile Andrea Giannasi, è del 2014.
Già il titolo è suggestivo e ne stimola la lettura.
Michele è il protagonista, un giovane pastore di quasi quarant’anni, non sposato (“non si fidava delle donne”), che conduce una vita solitaria portando al pascolo i suoi armenti sul monte Croce nella Valle della Turrite, il cui capoluogo è Fabbriche di Vallico, il paese che ha dato i natali allo scrittore lucchese Vincenzo Pardini. Il paese in cui vive è Palagnana, appena sopra Fabbriche di Vallico. Le altre montagne che vi dominano sono il Matanna, il Piglione e il Prana, anch’esse protagoniste del romanzo.
Attraverso Michele conosceremo la vita di un pastore di altri tempi, quando si poteva attraversare una natura ancora incontaminata e possente.
Ed è sul monte Croce che nei mesi di maggio e di giugno fiorisce la giunchiglia, il cui colore si distende sui prati creando una visione superba e incantatrice.
I contatti sporadici ma significativi con la modernità, creano una situazione psicologica e sociale di forte intensità. Conosceremo Iolanda, venuta in Italia dalla Romania e finita nelle mani della malavita, costretta a prostituirsi. Una storia tragica. Parteciperemo al suo desiderio di riscatto con lo stesso calore di Michele che è riuscito con il suo affetto a farle dire la verità, “disposto a fare di tutto pur di tirarla fuori da una squallida esistenza”; ma, vedremo, non sarà facile lottare contro la criminalità organizzata. Incontrerà Katrina, che viene da Haiti, pure lei sfortunata e alla quale offrirà il suo aiuto, anche per avere una donna accanto a sé che mitigasse la sua solitudine. Potremmo dire che l’uomo e la donna, nella loro natura dell’esistere, sono i protagonisti veri del romanzo, sono la risposta, ossia, alle ragioni dell’esistenza, aiutati in questa ricerca e in questo desiderio dalla bellezza e dalla magia di ciò che li circonda (è da annotare la minuziosa descrizione della natura e dei suoi fenomeni): “Aveva bisogno di un punto di riferimento, dopo anni trascorsi in compagnia delle pecore.”. Anche Helèna, la giovane figlia di Katrina, a mano a mano che si farà donna, creerà turbamenti in Michele: “No! Lontano da lui certi bassi istinti, Helèna era un fiore che andava protetto dalla pioggia e dal sole, era un gioiello prezioso che doveva essere custodito nella sua teca di cristallo.”. Ma i rapporti con la ragazza si faranno sempre più insidiosi, fino a generare gelosie e violenze. Michele, ben presto, diventerà una figura tragica.
Gli ingredienti, dunque, ci sono tutti per rendere la lettura intrigante e appassionata (conosceremo anche alcune attività del pastore, descritte con dovizia di particolari e, fattosi Michele raccontatore di storie, alcuni episodi, superbamente narrati, della locale guerra partigiana con donne, come Anna, protagoniste).
Si parlerà pure di maghi e di streghe che, secondo la credenza popolare, abitavano quei luoghi nonché di suggestive leggende, come quella del Pastore Scomparso. Troveremo una mirabile descrizione dell’incendio che avvamperà sulla montagna, tale da mozzare il fiato. In certi momenti, una situazione di suspense ci intrigherà e coinvolgerà.
Un romanzo ben scritto e dalla solida architettura, da non perdere.

23 giugno 2023

Roberto Andreuccetti: “Il cacciatore di vipere”

Va detto subito che questo romanzo ha una bella presentazione di Vincenzo Pardini, e ciò vuol dire già molto sulla qualità del libro.
Andreuccetti, che ha esordito con il volume di racconti: “Fiori raccolti lungo la strada” del 2009, ha al suo attivo molte opere, che ne assicurano il pregio giacché nessuna di esse ha deluso un lettore come me.
Leggerlo dà gioia.
Un mulattiere (l’autore lo scrive in dialetto: mularo) di nome Gino, dalle gambe arcuate e dal corpo tozzo, detto il Nifido per il suo carattere scontroso, trasporta legname con il suo mulo Fulgido, pieno di piaghe a forza di ricevere frustate sulle natiche dal suo padrone. Siamo nei dintorni di Valdottavo, per la precisione a Tempagnano, una sua frazione, dove scorre la Celetra, il torrente tanto amato da Andreuccetti. I mulari s’incrociano lungo i sentieri, chi va e chi torna; spesso si aiutano, ma anche si fanno i dispetti, soprattutto quando qualcuno cerca di togliere un cliente all’altro.
Siamo negli anni ’50 e ancora la nuova tecnologia non si è affacciata al fine di alleviare quella fatica. Il mulo valeva oro, come oro valeva la vacca per il contadino. Tanto più che l’attività di boscaiolo era la più diffusa ed importante e ai mulattieri in quegli anni non mancava il lavoro. “Le donne erano invece impegnate nella cura della casa e dei numerosi figli.”.
L’autore ci dà anche l’opportunità di conoscere colture e mestieri presenti in quei luoghi, ad esempio il maniscalco, esperto nel ferrare i muli; oppure il castagno che si doveva ‘rimondare’ ogni anno affinché desse i suoi frutti, dai quali si estraeva la farina, buona per fare i necci, di cui ci si nutriva per combattere la fame.
Come su di un palcoscenico i vari personaggi coi loro mestieri si presentano sulla scena illuminati dalla descrizione che di loro e dei loro mestieri ci fa l’autore. Tonio, ad esempio, era troppo povero per permettersi un asino o un mulo e trasportava la legna issandosela sulle spalle. Era sempre accompagnato dal suo cane Poldo e lavorava anche in caso di pioggia; per questo lo chiamavano ‘Gocciorone’. Troviamo poi la moglie di Gino, Adriana, che Gino riempiva di botte (verso il finale una di queste continue liti è esemplarmente resa); sua figlia Mafalda, che va a servizio per racimolare un po’ di soldi per la famiglia e che un giorno lungo la strada vede l’ombra di un uomo che la sta spiando (su questa storia il romanzo assumerà i contorni di un giallo); il bettolaio Astolfo, che ha la passione per i libri; Gaetano (un altro mularo “con il quale era in forte contrasto.”, ma anche “un vicino di casa molto generoso.”, il quale era stato partigiano e ne narrava continuamente l’esperienza, il suo mulo aveva nome Pacioso); ancora un mularo, Umberto (il suo mulo si chiamava Romano); lo strano tipo, un ‘pazzoide’, Ennio, che corteggia l’impaurita Mafalda; il ricco Erminio; il complicato rapporto d’amore tra Paolina, la bella figlia del mularo Gaetano, e Giacomo (uno degli 8 figli di Gino e Adriana, il maggiore, menomato dalla poliomielite, e di tale malattia leggerete la storia; è lui il cacciatore di vipere), e così via. Riguardo alla bettola di Astolfo si legge: “Quel piccolo locale, che sembrava fuori dal mondo perché quasi nascosto in mezzo a vetuste abitazioni, dove regnava sempre una nebbia fitta dovuta al fumo delle sigarette, era tutto quanto avessero potuto desiderare uomini che conoscevano solo il lavoro duro nelle selve e nei boschi.”.
Il paese di Tempagnano diventa così l’emblema della vita agreste di quei luoghi di montagna, dove il lavoro richiedeva sempre grande fatica: “Un andare e venire giornaliero con le nuvole, con il sole, con il vento e con la pioggia; con un malessere interiore dettato dalle scarse entrate a fronte di un duro e pesante lavoro.”. Si legga il modo in cui i boscaioli si predisponevano per il taglio dell’albero, che è una delle più efficaci descrizioni con cui Andreuccetti ci narra di volta in volta i vari mestieri, e la fatica che comportavano. Così pure il traino a valle dei tronchi d’albero trascinati dai muli.
È un riprodurre, insomma, grazie alla chiara scrittura dell’autore, un passato (“C’era molta solidarietà fra i lavoratori del bosco, soprattutto in caso di bisogno.”), per farlo conoscere alle generazioni di oggi, in maggioranza ignare di quanto l’uomo abbia faticato per aprire la strada alle comodità che si possono godere al tempo nostro. Lungo il percorso del romanzo troviamo molti segni dell’amore che Andreuccetti nutre per la natura. Un esempio che ne denota la perspicace attenzione, lo si può trovare qui: “I temporali per gli ultimi giorni di settembre avevano riportato l’acqua nei torrenti e nei ruscelli e la terra aveva perduto la sua aridità, richiamando al piacere dell’erba umida migliaia di insetti che si muovevano secondo il loro perfetto rituale. Tra gli steli si faceva strada il coleottero nero lento ed altalenante, mentre la cavalletta procedeva più sicura aiutata dalle lunghe zampe. Più in alto, nell’aria, era invece un brulicare di api, di vespe e di calabroni gialli intenti a suggere il nettare dai fiori, accompagnando il volo con il suono del loro monotono ronzio. Sopra a quell’universo variegato volavano invece silenziose le farfalle, ora bianche ora gialle ora marroni muovendosi senza una meta precisa cullate dal vento, fino a posarsi delicate sopra i petali di un fiore.”.
Ci accorgiamo presto che nei momenti in cui l’autore descrive la natura, si instaura una simbiosi tra i due, e ne traspare un amore molto intenso.
Il mulattiere Gino (ben resa la sua perfida violenza) e la sua famiglia (in particolare i figli Giacomo, protagonista di profonda intensità: “Era spesso preda della malinconia perché l’immobilità lo tormentava.”, e Mafalda) sono i personaggi guida che, nei loro movimenti e nelle loro amicizie, animano la scena e danno significato agli altri.
Vi è, infine, un altro protagonista che non è citato ma che avvolge ogni pagina del romanzo, ed è l’amore che l’autore nutre non solo, come si è detto, per la natura, ma anche per l’uomo.
Ineccepibile la struttura del romanzo, che, con un’oculata alternanza dei protagonisti maggiori, riesce ad attrarre l’attenzione del lettore e a immettere in lui una frenetica ed ansiosa curiosità.

1 gennaio 2025

Roberto Andreuccetti: “Fiori raccolti lungo la strada. Racconti”

Sono curioso di affrontare questo libro di racconti per 2 motivi: il primo perché esso è, al momento, l’unica opera di Andreuccetti che raccolga i suoi racconti; il secondo perché si tratta del suo libro di esordio, uscito nel 2009. Dunque il primo importante contatto che l’autore ha avuto con la scrittura e con la propria ispirazione.
Di solito, queste prime opere si dimenticano oppure si dà loro poca importanza; invece sono la prima pietra, la pietra d’angolo, per ogni narratore sulla quale si costruisce e si erige il suo impianto d’artista.
Nella prefazione si legge: “La strada di ognuno di noi non è né larga né dritta, non è tortuosa né in discesa, ma è quella che ognuno si porta dentro, preziosa come uno scrigno, inaccessibile, in cui vivono intatti i volti, le figure, le storie, i sapori ed i profumi di tutto ciò che la vita ci ha dato.”.
È la chiave del libro, che ci narrerà racconto per racconto la maturazione di un ragazzo attraverso l’esperienza di un percorso pieno di fiori, nel quale ciascuno di essi rappresenta la lenta costruzione di un uomo e, in questo caso, anche di uno scrittore.
L’autore ha qualche anno meno di me, ma non tale da impedire di unirmi a lui nei suoi ricordi. Si comincia con il 1952, quando aveva 6 anni ed io 10. Il padre lo conduce a Lucca, alla Fiera di Santa Croce. È ammaliato dal venditore di piatti, “un vero giocoliere”. Il venditore di piatti che aveva la bancarella in piazza San Michele in occasione delle feste settembrine della Santa Croce, eccome se me ne rammento anch’io! Lanciava i piatti in aria ed essi ricadevano nelle sue mani con la precisione di un chirurgo. Lanciava più piatti alla volta al fine di raccoglierli intatti e stupire i tanti visitatori riuniti intorno alla sua bancarella.
Era l’attrazione che più radunava i molti venuti alla fiera.
Da questi 13 racconti che segnano l’esordio letterario di Andreuccetti, lo stile della sua scrittura è già ben delineato e maturo. Come sarà per le opere posteriori, vi si avverte ‘il respiro del narratore’. Così io chiamo lo stile di uno scrittore che narra con il piacere ben avvertibile del costruire la sua storia, senza fretta, ma con la calma di chi assapora il gusto della parola che esce dalla sua mente. Tutti i grandi narratori che hanno superato l’esame della Storia, sono forniti di questo importante respiro, che racchiude anche la garanzia di una durata nel tempo, ben oltre la propria vita.
È proprio questo respiro che accomuna quest’opera di esordio alle successive di Andreuccetti e non ne fa assolutamente un’opera minore.
Molte delle fasi narrate della sua vita coincidono con quelle dei tanti ragazzi vissuti in quegli anni. Le ho attraversate anch’io, e potrei affiancare le mie esperienze a quelle dell’autore onde rivelarne la somiglianza.
Leggendole, ho provato tanta nostalgia.
Come non ricordare i bagni nel Serchio, il fiume dei Lucchesi! Come non ricordare Pippo, il nuotatore che ha salvato tante vite, che somiglia come una goccia d’acqua al “re del fiume” ricordato da Andreuccetti. Si legga il mio “Via Pelleria” per confrontare le molte analogie.
Il libro risveglia magicamente anni lontani e dà loro vita, misurando con ciò il veloce passaggio del tempo, soprattutto a chi, come me e come l’autore, li ha vissuti ed oggi ha di fronte una società mutata e intristita.
Emozionante e anche commovente è il ricordo del servizio militare nel corpo degli Alpini: “Nelle fredde giornate d’inverno, quando la neve ed il ghiaccio erano gli incontrastati padroni delle strade e dei giardini di Brunico, quando il vento gelido proveniente dalla Valle Aurina sferzava la faccia, gli alpini della Compagnia Comando del 6° Reggimento preferivano passare le domeniche ed i giorni di festa, anziché in libera uscita, nelle camerate e nel tepore delle brande. Qui passavano le ore ingannando il tempo con la lettura, con l’ascolto della radio, con le lunghe discussioni.”.
Il racconto delle varie esperienze di vita, ci consegna anche un Andreuccetti che non immaginavamo, aperto e gioioso di ciascuna di esse; un animo sempre pronto a cogliere ogni sollecitazione che la giovane età gli suggeriva. È la sua una maturazione vissuta con gioia, nella convinzione che ogni accadimento sarebbe stato importante per la sua crescita.
Tutto ciò che ricorda, anche le cose tristi, è avvolto dall’amore. Così per il gatto Birillo, così per il volenteroso e generoso Giotto, che dà occasione all’autore di parlare delle vicissitudini della squadra di calcio di Valdottavo di cui fu anche presidente, e lo fa con l’abilità di un cronista sportivo. Quando si reca nel bosco per tagliare con la motosega alcune piante, ce ne svela gli abitatori e i segreti, e ci fa conoscere il cane dal manto nero, Balù. È soprattutto in questo racconto (tra i più belli), intitolato “Un amico nel bosco”, che si coglie la capacità di Andreuccetti di dilatare la storia partendo dal suo centro come sa fare un esperto novellatore. Questo movimento, che si allarga come fa l’acqua di uno stagno al cadere di un sasso, crea una sensazione di quiete e di magia.
I 13 racconti (si pensi alla scalata del Monte Pisanino) ci consegnano anche un Andreuccetti dinamico e capofila di molte iniziative tenutesi nelle terre di Valdottavo e ci fa dire che la sua composta e suadente scrittura, capace di fare del racconto anche un reportage affascinante (si legga la scalata al vulcano Stromboli, “una montagna di fuoco.”; e anche la visita in Cina, nell’ultimo racconto), e la sua generosità nei confronti del prossimo rappresentano un prezioso dono per la comunità in cui si è trovato a vivere.

4 gennaio 2025

Luigi Damiano Battistoni “Il sasso”

Damiano non solo è lucchese, ma è del mio paese, Montuolo. Abita non lontano da me. Appassionato di scrittura è membro della “Associazione culturale ‘Cesare Viviani’, nella quale è un importante collaboratore del presidente Martino De Vita.
Il sasso di cui parla il titolo di questo breve romanzo, uscito nel dicembre 2022 (la sua quinta opera) è lo strumento grazie al quale “si può rompere, ma pure costruire, modellare il proprio futuro.”.
Davide (come quello biblico che affronta Golia) è il protagonista di una storia in cui è forte la ricerca di se stessi, come pure il recupero faticoso da un proprio smarrimento. A mano a mano che si scorrono le pagine, la scrittura migliora e diventa partecipativa e coinvolgente, districandosi tra momenti di giallo e momenti di tormentata riflessione.

1 febbraio 2023

Florio Binelli: “Da Fabbiano ad Albona e ritorno”

Si deve alla felice e generosa sensibilità di Roberto Andreuccetti se le memorie di guerra del profugo istriano Florio Benelli sono state ordinate con bella e precisa scrittura in questo libro, edito da Tralerighe Libri.
Il diario va dal 1938 al 1945 e ha la esauriente prefazione dello stesso Andreuccetti, in cui si legge: “Tra i mesi di maggio e di giugno del 1945, migliaia di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, furono arrestati, infoibati, deportati e poi alla fine costretti a lasciare le terre sulle quali risiedevano da anni.”.
A quei tempi, Florio era un bambino che “andava alla ricerca di un roseo futuro”. Vive con la sua famiglia “unita e felice” a Fabbiano, nell’entroterra versiliese. Il padre Nelianto è un cavatore, la madre Luigia, casalinga, deve badare a lui, che ha 2 anni, e alla sorella Franca, appena più grande. Con loro vivono i nonni paterni.
Nel 1938 il padre si trasferisce ad Albona, in Istria, dove c’è una miniera che offre un lavoro più remunerativo. Più tardi lo raggiungeranno i suoi cari.
Il duro lavoro di miniera è ricordato dall’autore anche attraverso le tragedie che vi accaddero, come quella del 28 febbraio 1940 nella miniera dell’Arsia di Albona, con 185 morti e più di 150 intossicati.
La narrazione è coinvolgente e il lettore è condotto per mano all’interno dei momenti felici (quelli precedenti la guerra) e i momenti terrificanti delle vendette delle truppe titine contro gli italiani, che si tradussero in molti casi nel dramma delle foibe. A partire dal 1941 cominciano ad apparire le prime rivolte contro gli italiani e da questo momento il ragazzo Florio vivrà e ci racconterà la sua terribile esperienza, mettendo in risalto particolarità che arricchiranno la conoscenza del lettore di quel segmento di storia, come ad esempio il dramma della Foiba di Vines (o Faraguni) o l’ordine di evacuazione dalla loro casa, come pure gli scontri a fuoco tra i partigiani titini e i tedeschi, con le pozze di sangue nelle strade.
La paura “opprimente” e una intima sensazione di poter essere la prossima vittima, trasmesse dai ricordi di un ragazzo di allora, accompagnano il lettore lungo tutto l’arco del racconto: “La paura si era ormai impossessata dei miei genitori che stavano temendo il peggio.”; “Ora i miei genitori quando parlavano avevano sempre la faccia triste.”.
Al loro rientro in Italia, il dramma, ahimè, non è ancora finito, poiché si troveranno a vivere l’aspra sanguinosa guerra civile: “In quei giorni tutti coloro che erano rientrati dall’Istria dopo la cacciata erano stati infatti catalogati come fascisti e presi di mira dai partigiani.”.
Concludo con un ringraziamento speciale al bravo Roberto Andreuccetti che, con sapienza di narratore, ha reso viva e feconda la testimonianza di un uomo ancora in vita, il quale, pur superati gli 80 anni, non ha mai dimenticato.

20 dicembre 2023

Trudi Birger: Da una vita normale al ghetto, al lager e all’impegno civile

L’amico Giuseppe Iannozzi qualche tempo fa ha recensito 2 romanzi di questa scrittrice, scampata ai lager nazisti.
Grazie a lui, ho potuto leggerla e desidero confermare il giudizio positivo del prezioso e attento amico. Le sofferenze e gli orrori dei lager sono stati narrati da altre vittime (cito ad esempio gli autori che possiedo: Anna Frank, Louise Jacobson, Szac-Wajkranc, L. Weliczker, Salmen Gradowski e naturalmente Primo Levi), ma essi incidono su chi li subisce in maniera non uguale. Ogni esperienza vissuta nei lager, infatti, è sempre un’esperienza unica. Iannozzi addirittura mette la testimonianza rilasciata in questi 2 libri all’altezza di quella del nostro Primo Levi, se non di qualità superiore.
I titoli dei 2 libri, che anch’io consiglio di leggere, sono: “Ho sognato la cioccolata per anni” e “Da bambina ho fatto una promessa”.
Vi si legge quanto l’uomo può scendere in basso e non avvertire le sofferenze e gli orrori che provoca. Ciò che sovente dimentichiamo. Due libri che sono un monito anche per il mondo di oggi.
Per capirne l’importanza mi limiterò soprattutto a riportare alcuni stralci, a tal punto significativi da evitare una mia ulteriore disamina.

“Ho sognato la cioccolata per anni” (la traduzione è di Maria Luisa Cesa Bianchi)

– “Poi nel giugno del 1941 le nostre vite cambiarono radicalmente. Venimmo a sapere che i russi avevano deciso di deportare in Siberia tutte le famiglie borghesi ebree, e sapevamo di essere sull’elenco. La parola ‘Siberia’ evocava immensi orrori nella mia mente.”.
– “I lituani che erano stati i nostri vicini, nostri clienti o nostri soci in affari, si dedicarono al vantaggioso passatempo di ammazzare gli ebrei.”.
– “I nazisti non sono mai riusciti ad inculcarmi l’idea che essere ebreo è un peccato.”.
– “È difficile esprimere lo strano senso di dissociazione che ci affliggeva. Il tedesco era la mia madrelingua. Nella mia famiglia ci vantavamo di parlarlo bene. I libri per bambini che amavo erano tutti in tedesco. I miei amici e i miei insegnanti nella scuola di Memel erano stati tedeschi. Ma adesso i tedeschi erano diventati dei nemici. Non ci si poteva più fidare di quello che dicevano. Tutto mascherava la loro smania di uccidere.”.
– “I sogni mi incoraggiavano. Mi davano la forza e la volontà di vivere, mi aiutavano a non spegnermi.”.
– Il 24 marzo 1944 nel ghetto di Kovno viene perpetrata una strage che coinvolgerà 2000 bambini: “Conoscevamo i bambini che erano stati portati via. Erano nostri fratelli, nostri cugini, nostri nipoti. Il loro sangue era il nostro. Camminavamo con gli occhi bassi, per non guardare le finestre e cogliere lo sguardo disperato di una madre.”.
– Siamo ora al campo di concentramento di Stutthof: “Dietro di noi, la selezione continuava. Sentivamo i passi strascicati delle donne, i loro singhiozzi quando venivano separate dai loro cari, le grida delle guardie che le spingevano verso il loro destino.”.
– Ora siamo al campo polacco di Torun (o anche Thorn): “Il vento umido e freddo penetrava sotto i nostri indumenti. Non avevamo riparo all’infuori di un capannone improvvisato, non c’era un posto dove lavarsi. Il freddo screpolava la pelle e il sudiciume penetrava nelle escoriazioni. Non riuscivamo quasi a piegare le dita.”.
– “Quando una donna si ammalava senza possibilità di recupero, veniva rispedita a Stutthof per essere mandata nelle camere a gas. La morte era un fatto quotidiano.”.
– “Lavoravamo tutto il giorno sotto la pioggia pungente, senza protezione, immerse fino ai polpacci nella fanghiglia che risucchiava gli zoccoli, rendendoci difficile ogni movimento.”.
– “Poi una giovane prigioniera ci notò e si offrì di aiutarci a raggiungere il treno. Fu un gesto molto generoso, nemmeno lei poteva essere sicura di farcela e, se non ci fosse riuscita, sarebbe stata uccisa insieme a noi. Lo sapeva, eppure quando vide che avevamo bisogno del suo aiuto, affrontò il rischio. Le devo la vita e non ricordo nemmeno il suo nome.”.
– “Ovunque girassi lo sguardo c’erano emaciati corpi nudi, così raggrinziti dalla prolungata denutrizione da non sembrare più nemmeno donne. Quegli esseri che una volta avevano fatto l’amore, partorito e nutrito figli erano adesso ridotti a una parodia di umanità. Solo gli occhi avevano ancora qualche traccia umana: erano occhi che chiedevano pietà, che esprimevano il desiderio muto di poter morire in pace.”.
– “Vedevo i prigionieri in piedi davanti alle bocche dei forni che gettavano le Musulmane nel fuoco. Erano così prossime alla morte, che non avevano nemmeno la forza di ribellarsi. I nazisti non si preoccupavano nemmeno di mandarle nelle camere a gas prima di cremarle. Le gettavano nei forni vive.”.
– “Adesso ero così vicina che vedevo le facce dei prigionieri polacchi mentre gettavano i corpi vivi nel fuoco. Afferravano le donne in qualche modo e le spingevano dentro con la testa in avanti. A volte, se una donna era troppo alta per entrare interamente nel forno, bruciavano prima il torso, poi le gambe e i piedi.”.
– Salvata in extremis (il lettore leggerà come e perché, e il fatto sarà meglio precisato nel secondo libro), l’autrice, al momento che stava per toccare a lei di essere bruciata, ci fa sapere: “Poi, quando vidi che stava per arrivare il mio turno, mi raggelai. Diventai di pietra, come le altre. Non avrei gridato, né mi sarei dibattuta quando quelle rozze mani mi avessero afferrata. Non avrei fatto nulla per ricordare a quei feroci criminali che ero un essere umano.”.
– “Lo scopo del campo di concentramento era quello di uccidere gli ebrei, perché allora fare qualcosa per tenerli in vita? Sono convinta che fosse solo per prolungare la nostra sofferenza. Non solo ci volevano morti, volevano torturarci, spezzarci nell’anima. Glielo leggevi in faccia che si divertivano a vederci soffrire.”.
– “La gente moriva di tifo a un ritmo impressionante. Il crematorio non riusciva più a fare fronte alla quantità di cadaveri, così costruirono un’immensa pira per affrontare l’eccedenza. Il fumo denso e il fetore dei corpi che bruciavano riempivano l’aria notte e giorno.”.
Arriva la liberazione:
– “Fisicamente, non ero quasi cresciuta in quei quattro anni di stenti. Dopo la liberazione cominciai immediatamente a crescere di nuovo. Fui reintegrata nel tempo reale.”.
– “Quella parte di me vuole scrollarsi di dosso i ricordi. Ma io non fuggo, perché un’altra parte in me dice che cancellare il passato è un’offesa alla memoria di chi ha sofferto e all’immensa moltitudine che non è sopravvissuta.”.
– “Nessuno, eccetto un altro sopravvissuto all’olocausto, può pienamente comprendere quello che ci è successo. Questi ricordi non sono come degli indumenti, qualcosa di cui ci si può spogliare e mettere nell’armadio: Sono incisi sulla nostra pelle! Non possiamo liberarcene.”.
In questa tragica vicenda rifulge un grande amore, quello tra l’autrice e sua madre, Rosel, entrambe sopravvissute alla tragedia: “Non mi sento di andare al cimitero, se non a trovare mia madre, cosa che faccio ogni venerdì.”. La madre è morta nel 1991. L’autrice è morta a Gerusalemme il 18 luglio 2002-

“Da bambina ho fatto una promessa” (traduttrici: dall’ebraico Elisa Carandina e dall’inglese Carmit Gai)

È il libro che ci parla della promessa fatta dall’autrice al tempo della prigionia, ossia di adoperarsi, se sopravvissuta, affinché nessun’altro bambino potesse subire la sua stessa sofferenza. Vi ritroveremo anche accadimenti già narrati nel primo libro.
Scrive l’ex sindaco di Gerusalemme Teddy Kollek nella introduzione: “Trudi è un’associazione fatta da una sola persona. È lei stessa un’organizzazione. Nel corso degli anni gli abitanti di Gerusalemme hanno tratto un grande beneficio dalla sua meravigliosa attività e la vita di molte famiglie è cambiata grazie a lei.”.
Trudi ha fondato la clinica dei dentisti volontari per prestare le necessarie cure ai bambini bisognosi sia ebrei sia arabi: “Nel corso delle visite quotidiane presso le cinquanta famiglie ho scoperto che molti bambini soffrivano di gravi problemi ai denti, una cosa di cui poteva accorgersi solo chi andava a trovarli con regolarità.”.

– Dio ti prometto che, se mi lasci vivere, se mi concedi di nuovo una vita normale, mi impegnerò a fare del bene nel Tuo mondo, affinché nessun bambino soffra come ho sofferto io.”; “Non dimenticai mai la mia promessa, ma sarebbero passati molti anni prima che fossi riuscita a mantenerla.”.
– “A poco a poco imparammo a rallegrarci di essere sfuggite agli artigli della morte. Come la maggior parte dei sopravvissuti, gioivamo di cose semplici e avevamo un’innocenza quasi infantile.”.
– Sposatasi con un scampato al lager di Dachau, Zeev Birger, la cui famiglia era stata “interamente sterminata”, e uniti alla madre s’imbarcano per trasferirsi in Israele: “Mentre la nave entrava lentamente, quasi solennemente, nel porto di Haifa, dentro di noi l’emozione crebbe fino a straripare. Vedemmo le colline boscose intorno alla città e, quando fummo vicini alla banchina, trovammo una folla di gente – ebrei come noi – venuta a darci il benvenuto nella nostra terra.”.
– Ha un principio di tubercolosi (analoghi problemi ha Zeev, conseguenti alla prigionia), ma continua a lavorare: “La promessa che avevo fatto anni prima rimaneva incisa nella mia mente e nel mio cuore e io sapevo che, se non mi fossi data da fare per costruirmi una vita solida, non avrei mai avuto abbastanza tempo libero né forze per aiutare gli altri.”.
– Ha un figlio, Doron (che significa “dono”; ne avrà altri due, Oded e Ghil), e un lavoro stabile: “Già allora, mentre lavoravo al laboratorio, cominciai l’attività di volontariato a favore degli indigenti di Haifa. Ogni volta che potevo, portavo loro vestiti, cibo e denaro e cercavo di rendermi disponibile, a dispetto del poco tempo libero che avevo.”.
– Con altre cinquanta donne sceglie di interessarsi di due quartieri poveri di Gerusalemme: “La cosa che più ci colpi fu che queste persone non erano in grado di esprimere le loro necessità e i loro desideri. O forse il loro silenzio era dovuto al fatto che si vergognavano di chiedere o erano troppo orgogliose per farlo; dovevamo provvedere noi a tutto, avanzando proposte per migliorare la loro vita e aiutare i loro figli.”; “Una dopo l’altra le volontarie abbandonarono il progetto perché avevano troppi impegni e alla fine mi trovai da sola a occuparmi dei problemi di cinquanta famiglie e di cinquecento bambini.”.
– Le famiglie benestanti di Gerusalemme non vedono di buon occhio il lavoro di Trudi a favore delle comunità povere di Romema e di Lifta: “A dire il vero tutto ciò mi importava poco. Volevo bene a quelle famiglie e il grande piacere che traevo dall’aiutarle rendevano Romema e Lifta più importanti e più veri di tutte le soirée e le boutique dei quartieri alti della città.”.
– Ci narra ora la storia di alcune famiglie “che si sono salvate dall’antisemitismo” di cui si è presa carico. I loro viaggi, a piedi o su asini o cavalli, diretti verso la Terra promessa per sfuggire alle persecuzioni presenti in tanta parte del mondo ci narrano di tribolazioni e di persecuzioni subite lungo il percorso, da cui il lettore trarrà l’immagine di un massiccio esodo per allontanarsi dalla sofferenza e dalla discriminazione e con la speranza di riuscire a giungere in Israele, la loro nuova Patria.
– “La verità è che quando voglio aiutare una delle mie famiglie, niente mi può fermare e, anche se il mio modo di fare talvolta può sembrare importuno, ciò che conta sono i risultati che ottengo”.
Trudi è una donna tenace, e molti devono la loro uscita dalla miseria e dalla rassegnazione alla sua ostinata volontà. Una delle sue protette, venute dalla Persia (l’attuale Iran) Rahel, “ricorda che i musulmani erano soliti andare in cerca degli ebrei per picchiarli, al punto che questi ultimi a volte avevano paura di uscire di casa ed erano costretti a nascondersi.”.
– “Yokeved soffre di un grave problema alla schiena e avrebbe corso il rischio di rimanere paralizzata, se non l’avessi fatta operare e non le avessi pagato le cure.”. Un medico che ha visitato Trudi e che lei vuol pagare, le risponde: “Quello che lei ha fatto e fa per tutti i poveri è il pagamento per i miei servizi.”.
– “Queste sono alcune delle cinquanta famiglie che ho aiutato in tutto ciò che ho potuto. Per quello che ho dato, comunque, ho ricevuto un compenso dieci volte maggiore: ciò che ho avuto in cambio dai miei assistiti è non meno, e forse di più, di quel che io ho dato loro.”.
Non vi è dubbio che ci troviamo di fronte ad un esempio di altruismo e di solidarietà esemplare che contrasta con alcuni sopravvissuti che si sono limitati a ricevere riconoscimenti per il loro tragico passato e ne hanno fatto specialmente un titolo speculativo, soprattutto in politica. Scrive l’autrice: “sono sempre più convinta che un giorno passato senza aver aiutato qualcuno è un giorno perduto.”. Riguardo all’importanza della Clinica odontoiatrica (ne narrerà la storia), avendo costatato che molti bambini ne avevano bisogno, scrive: “I problemi dentali sono una faccenda seria, in quanto hanno ripercussioni sullo stato di salute generale di una persona, sul suo benessere e anche sul suo aspetto.”. Inoltre: “Secondo noi, l’atmosfera della clinica crea legami e aiuta a costruire la pace tra i popoli, anche se i bambini non vengono qui per socializzare.”. Ne è entusiasta: “La clinica è l’opera della mia vita, cominciata con una promessa e conclusasi con la sua realizzazione.”.
Il lettore troverà altri ricordi e il segno delle cicatrici psicologiche rimaste all’autrice a seguito della feroce prigionia, al punto che leggerà: “Noi, sopravvissuti alla Shoah, possiamo perdonare, ma non potremo mai dimenticare.”; “I ricordi sono annidati nel profondo della mia anima e, ogni giorno, dovunque vada, possono riaffiorare e squarciare la mia mente come lampi e improvvise associazioni di idee.”; “Non dormo bene, ho spesso incubi. E ogni incubo mi riporta al passato.”.
Non manca il riferimento all’attualità: “la difficile storia di Israele, dai fatti successivi alla fondazione dello Stato e fino ai conflitti e agli attentati di quest’ultimo periodo, mi rammenta che il mio popolo e io siamo ancora costretti ad affrontare nemici crudeli, che non ci permettono di vivere in pace e tranquillità.”.

Sono due libri che narrano una tragedia cupa che, anziché in odio, si tramuta in amore.

6 giugno 2024

Paolo Buchignani: “L’orma dei passi perduti”

Il libro (edito nel 2021 da Tralerighe Libri di Andrea Giannasi) è la ristampa di due opere già pubblicate singolarmente: “L’orma d’Orlando” (volgarmente detta “La pedata d’Orlando”, del 1992, ma la stesura del testo è del 1988) e “Santa Maria dei Colli” (del 1996, con la prefazione di Vincenzo Pardini). Il primo rappresentò l’esordio di Buchignani nella narrativa, lui che fino ad allora era conosciuto come importante storico del periodo fascista, al quale ha dedicato più volumi, tutti ben documentati, recensiti da personalità importanti, quale ad esempio Paolo Mieli. “L’orma d’Orlando”, quando uscì, fu presentato nientemeno che dallo scomparso Guglielmo Lera, uno dei più amati studiosi della storia di Lucca. Con lui erano anche, in quell’8 maggio 1992, nella sala Maria Luisa in Palazzo Ducale, Guglielmo Petroni e Daniele Luti.
Devo subito dire che il libro vale già tutto per la parte introduttiva, in cui l’autore ci racconta della sua conoscenza e frequentazione di Mario Tobino, Romano Bilenchi, Geno Pampaloni, personaggi che hanno segnato la storia della letteratura italiana. Sono ricordi emozionanti.
Di alcuni suoi libri di narrativa (tra cui “Santa Maria dei Colli”), tutti attrattivi, mi sono occupato qui: https://www.bartolomeodimonaco.it/buchignani-paolo/, da cui si evidenzia la maturazione stilistica di Buchignani.
Riguardo a “L’orma d’Orlando” (composto di quattro racconti: “La finestra di Rolando”, “L’orma d’Orlando”, “La grotta dell’aquila” e “Il passo di Dante”), basti dire che Romano Bilenchi, gli disse: “Non sono degni di pubblicazione, sono belli, e li voglio vedere stampati.”.
Vi compaiono personaggi avvinti dai ricordi, come Rolando e Marta (“con la mente a quanto il mondo era cambiato dai tempi della sua infanzia”, tratto dal secondo racconto, “L’orma d’Orlando”, di armoniosa bellezza, in cui spicca la figura della zia Olimpia, detta ‘la matta’). Nel racconto “La grotta dell’aquila”, viene ricordata una pagina di guerra partigiana, che ha, tra i suoi protagonisti, un gigantesco Maciste, che era riuscito da solo a far fuggire quattro repubblichini armati di manganello: “Alla fine lo uccisero ed appesero il suo cadavere col filo spinato intorno al collo ad una grande quercia sulla via principale che conduce al paese di C. Una piccola croce di legno, semisommersa dalle erbacce, ricorda ancora oggi il suo sacrificio.”. Assisteremo anche alle furiose prediche di don Alfonso e ai suoi esorcismi, in un tortuoso e sorprendente cammino nei meandri della grotta che a poco a poco si fa onirico: “Unico uomo scampato all’apocalisse desiderai la morte, la invocai con tutto il mio essere.”. In certi racconti come questo or ora citato e l’ultimo “Il passo di Dante”, che sfocia anch’esso nell’onirico (è da annotare l’efficacia con cui in poche righe è descritto un improvviso temporale), non è difficile immaginare come protagonista l’autore stesso. Ma anche nei primi due, egli appare sottotraccia.
Riguardo alla sua passione per la narrativa, che è continuata e continua impellente anche dopo le pubblicazioni dei vari testi sul Fascismo (editi da Il Mulino, Mondadori e da Marsilio), scrive: “… non mi bastava: quei libri di taglio scientifico non riuscivano a dare voce a quella folla di personaggi, di emozioni, di immagini, che sempre più spesso e con sempre maggior urgenza mi s’agitava dentro.”.
Da condividere nell’ultimo racconto, la denuncia di una umanità spietata e cinica che sta distruggendo la Terra, nonché l’avvio di una palingenesi, di un ritorno ai valori di un cristianesimo per troppo tempo trascurato: “Accogliere quel messaggio nel suo significato più autentico non comportava invece un grande coraggio? Era davvero facile spogliarsi della scorza del proprio egoismo ed entrare in comunione con gli altri? Dare anziché ricevere?”.

24 giugno 2023

Paolo Buchignani: “La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato”

Quando si scrive su Paolo Buchignani non si può fare a meno di ricordare innanzi tutto che è uno storico del fascismo e vanta al riguardo alcuni volumi che hanno avuto eco nazionale, rivelando del fascismo particolari innovativi sfuggiti ad altri studiosi.
Ma Buchignani ha coltivato nel frattempo un’altra sua passione, quella di scrivere racconti e romanzi in cui, a ragione, la storia ha occupato sempre gran parte. Un fatto storico, un ricordo, un oggetto sono stati fonte di un’ispirazione sempre feconda.
È il caso di questo suo ultimo lavoro, un romanzo storico, uscito, pochi giorni fa per i tipi della Casa editrice Arcadia: “La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato”.

Si tratta di una rivisitazione della Storia sia come studioso, sia come persona che in quel periodo ha vissuto la propria esperienza umana. Nel romanzo l’autore assumerà il nome di Lapo Bonaccorsi.
Un album di famiglia e soprattutto una spilla d’oro “dalla testa rossa” di cui la nonna Esterina si serviva “per difendersi dai molestatori nel loggione del Teatro del Giglio di Lucca.”, danno l’abbrivio al romanzo: “Fora fora la spilla d’oro dalla testa rossa, fin dove, fin dove?”. Essa sarà uno dei principali motori del racconto, e presto entrerà in simbiosi con Lapo, che ne diverrà lo strumento narrativo: “Fora i decenni la spilla d’oro dalla testa rossa”; “la sua punta acuminata sa forare solo il passato”.
Si comincia con la morte del padre Orlando, avvenuta il giorno di Natale del 2001, per passare rapidamente ad un periodo di morte collettiva causata a partire dal 2020 dal Covid, che ha trasformato gran parte del mondo in una tragica terra di silenzio.
Nel mezzo, si allunga e occupa sempre più spazio una rievocazione che si fa esigente e intensa e penetra, ricca di emozioni, gli anni degli inizi del secolo scorso ed entra nella vita dei nonni Isidoro, infermiere al vecchio ospedale Galli Tassi, e Esterina, sigaraia presso la locale Manifattura Tabacchi e, attraverso di essi, nella Storia.

Ben riproposte le aspre discussioni tra i socialisti massimalisti e i socialisti riformisti, che, soprattutto a causa delle posizioni intransigenti dei massimalisti che erano in maggioranza, causeranno, unitamente ad altri fattori, la nascita del fascismo, il cui primo fattivo incontro lo avremo nel capitolo intitolato “La spedizione punitiva”. È l‘aprile del 1921 e conosceremo il risoluto padre di Isidoro, Assuero, bisnonno di Lapo. Importante la rievocazione, arricchita da sorprendente documentazione e che occupa più capitoli, della mortale imboscata di Valdottavo, sfociata in un eccidio, attribuiti entrambi allo stesso Carlo Scorza (“inchiodano Scorza”), “il ras calabrese trapiantato a Lucca”, avvenuta il 22 maggio 1921 e per la quale furono condannati, invece, 3 innocenti antifascisti. Vi giganteggia la figura del priore di San Pietro a Vico, don Giovanni Andreini, che sa la verità e per questo motivo sarà ucciso. Un’altra figura importante di sacerdote sarà quella di don Giuseppe Benassi, “un santo” che “sa parlare al cuore”, parroco di Santa Maria dei Colli negli anni Trenta, anch’egli vittima, a 32 anni, della violenza fascista: “un san Luigi Gonzaga martirizzato”. Come pure quella di don Roberto Tofanelli, che teneva le sue omelie antifasciste nella cattedrale di Lucca, gremita per l’occasione.

Lucca, coi suoi luoghi e i suoi personaggi storici (la Manifattura Tabacchi, il Caffè Caselli, Pascoli, Puccini, Pea, Viani il “guerrafondaio” Papini, Ungaretti e altri, anche minori come Quartuccio), ricopre un ruolo importante nella rievocazione dei fatti che Lapo ricostruisce, narrando tratti della sua vita di ragazzo, di adulto e di professore di storia contemporanea, del quale ultimo si avverte la forte mano nella costruzione del solido impianto. Grazie allo storico, infatti, incontreremo rivisitazioni molto stimolanti, una per tutte quella di Giovanni Papini in un discorso guerrafondaio al Caffè Caselli. Il Lapo di oggi, il Lapo “maturo e professore”, non solo ricostruisce quegli accadimenti culturali e politici, ma si pone e ci pone degli interrogativi, talora inquietanti, che contribuiscono a stimolare la riflessione del lettore. Si veda, ma è solto un esempio tra tanti, l’intervista del 1988 al novantenne Mino Maccari, il fondatore e direttore della rivista fascista “Il Selvaggio”, amico di Ottone Rosai (di cui si narra un’impresa eroica e lo si descrive mentre dipinge), di Lorenzo Viani e di Berto Ricci, tutti fascisti della prima ora, e di cui viene più volte sottolineato l’entusiasmo fascista. Così anche per Vittorini, Brancati e Pratolini. Tornano nel romanzo altre figure care a Buchignani come Marcello Gallian e soprattutto Romano Bilenchi. Come pure ritorna uno dei motivi che hanno attratto il lavoro del Buchignani storico: il passaggio dalla fede fascista a quella comunista, favorito dall’azione politica di Palmiro Togliatti.

La sapienza del narrare è da tempo acquisita e consolidata nel Buchignani e il ponderoso romanzo (oltre 400 pagine dai capitoli ben distribuiti e irrobustiti da molti richiami agli studi dell’autore nella sua qualità di storico con abili passaggi dal passato al presente, dal Lapo ragazzo al Lapo adulto) emana un’attrattiva speciale, coinvolgente e trascinatrice per la ricchezza di documenti e testimonianze, ricca di umori, composto com’è dalla Storia che coinvolge tutti e dalla storia che si riversa nel microcosmo personale (del quale cito, come esempio, alcuni personaggi di rilievo: oltre al padre Orlando, alla energica e risoluta madre Anna (“la bontà in forma di donna”), ai nonni Isidoro e Esterina e allo zio Rinaldo, troveremo Remo Martini, Alvaro Gigli, Luisa Mordini, Isacco Zevi, Gastone Danovaro, Stefano Fabbri detto Stefanino, il prof. Ferro, il medico Osvaldo Pilade Nardi, il giovane partigiano Sandro). Come in altre sue opere, il paese natale di Santa Maria dei Colli (anch’esso vittima della ferocia nazifascista nell’agosto del 1944) vi recita la parte del cuore. E il cui archivio parrocchiale sarà per lui fonte di nuove rivelazioni, come la scoperta del diario del parroco, qui chiamato don Ugo e in realtà don Pio Serafini, in cui si ricordano per il loro impegno antifascista mons. Roberto Tofanelli e don Arturo Paoli, nonché un contadino di Formentale di nome Gigi, che tiene nascosti e protegge dei bambini ebrei. Don Arturo Paoli testimonierà all’autore sull’impegno eroico del campione di ciclismo Gino Bartali in favore degli ebrei. Si ricordano l’eccidio della Certosa di Farneta e le stragi commesse da un terrificante sergente delle SS, Papuska. Un breve capitolo sarà dedicato al paese tripudiante in occasione della caduta del fascismo il 25 luglio 1943. Assisteremo anche, seguendo la fuga di Orlando, il padre dell’autore, allo scompiglio che causerà nell’esercito italiano l’armistizio dell’8 settembre 1943.

È un altro bel dono che ci fa questo autore: un romanzo impegnativo, pieno di passione, che erompe specialmente nella succinta, ma saporosa ed emotiva, Parte Terza (che ci porterà ai nostri giorni e ci racconterà, tra l’altro, degli “Anni di piombo” e del compromesso storico), ricco di scoperte e di denunce, sapientemente miscelato, vivo, che solo lui poteva scrivere con le sue precise e preziose, e non sempre conosciute, ricostruzioni storiche e anche coi suoi ritratti di personaggi che hanno fatto la storia politica e culturale italiana. Ma avremo anche ritratti ben disegnati di personaggi minori, come Marianna e il selvatico Libero che consegna a Lapo il suo crudo diario: “m’aggregai alla schiera dei braccianti giornalieri che ogni mattina, all’alba, sul ponte San Pietro, elemosinavano una giornata di lavoro nei campi dei ricchi.”. Un altro scritto rivelatore, e ancora più importante, sarà consegnato a Lapo da Stefano Fabbri, detto Stefanino. Vi si legge della morte di Giovanni Bolcioni e della strage del Monte Romagna (dietro il mio paese di Montuolo), avvenuta nella notte tra il 6 e il 7 agosto 1944. Un monumento la ricorda.
Non mancano delicate descrizioni anche di paesaggi. Questo un esempio: “Ecco, ora si scorge, in lontananza, sempre più nitido, il paese di C.: un ammasso di casupole ammontichiate l’una sull’altra, un animale acquattato nei barbagli del tramonto.”. Segnalo il capitolo dedicato al paese di Minucciano e ai suoi cavatori, dove incontriamo uno di loro, l’anarchico Leo.
Una lettura robusta, dunque, forte e appassionante, quasi una confessione sofferta e dolorosa, un testamento.

16 gennaio 2024

Loretta Caselli

Trovandomi ormai al tramonto della mia vita, e soprattutto al tramonto della mia attività letteraria, un giorno chiesi allo scrittore lucchese Vincenzo Pardini, che mi onora della sua amicizia, di non dimenticarmi (l’oblio mi terrorizza, lo confesso). La sua risposta fu fulminante: Come potrei mai dimenticarti se mi hai dedicato un libro! Il libro è “Omaggio a Vincenzo Pardini. Tra racconti e romanzi”.

Così succede a me nei confronti di Loretta Caselli, una poetessa lucchese in lingua e in vernacolo (classe 1951, vive non lontano da casa mia), i cui versi sono sempre teneri, anche quando smuovono il riso; ciò che avviene spesso nella sua poesia vernacolare.
L’amico Domenico Bertuccelli (in arte Gavorchio) le ha riservato uno spazio qui: https://www.gavorchio.it/Amici_Caselli.htm dove è possibile rendersi conto della sua bravura. Scrisse anche un libro: “Pagine di vita”, in cui raccolse alcune sue poesie in lingua.

Perché non dimenticherò Loretta Caselli? Perché nei primi anni di vita dell’Associazione culturale ‘Cesare Viviani’ volle dedicare all’Associazione e a me queste tre splendide poesie (in quegli anni gli incontri si tenevano tutti i martedì; oggi invece tutti i mercoledì):

IL MARTEDÌ POESIA

“Son più vecchia di te cara figliola,
tu co’ la poesia mi voi fà fessa,
vorei sape’ chi c’è che t’interessa,
il martedì indù’ vài, chi vai a trovà …?”

“O mà n’ho conosciuti d’ogni sorta,
gente comune e gente prestigiosa,
dentro la poesia cerchin’ qualcosa,
che questo mondo ormai ‘un pol’ più dà.

Neolaureati e gente pensionata,
persone esperte che han’ giro tutto il mondo,
lo so che ‘un son’ all’altezza ‘un mi confondo,
ma la poesia ‘un sai quel che pol fà;

fa conto te d’avecci un pa’ d’occhiali
che fan vede’ il di dentro della gente,
‘un’enno mia così ‘en’ diferente,
e ogn’uno c’ha qualcosa da insegna.

Per questo il martedì alla LUCCA LIBRI,
nella saletta di CESARE VIVIANI,
ci vò esse anch’io a battini le mani,
almeno se mi risce ci vò andà.

Ma pò ‘un ti so ridi quel che ci trovo,
lo so che è roba che a te ‘un t’interessa,
ma io quando sorto fori ‘un son’ la stessa,
c’ho un qualcosa in più che ‘un so spiegà.

Li ‘un c’en’ razze né età religion’ o ceti,
la poesia ci rende tutti uguali,
li sento come me alla mi pari,
e io al pari loro … se posso recità.”

A BARTOLOMEO DI MONACO

Ho visto pietre luccicare anch’io,
lungo la strada della mia esistenza,
ma solo un’illusione una parvenza
era ogni volta il loro luccichio…

Per questo incredula sono rimasta,
ma siamo in tanti a vedere lo splendore,
di una “pietra” che non so il valore,
ma so che esiste e questo già mi basta.

GRAZIE ANCORA

Giunta a metà della mi’ esistenza,
o forse anco un popoin più sù,
m’ero fatta oramai la mi’ esperienza,
di come van le ‘ose suppergiù.

Io della gente mi fidavo pogo,
(avevo ‘uto le mi’ fregature)
ogn’un pensa per sé e guarda al sodo
e chi ha bisogno che s’arangi pure.

E pò per caso, con qualche poesia
conobbi una persona “diferente”
è qui, lu’ c’é anco se é ito via
lu’ qui fra noi, sarà sempre presente.

C’ha dato il tempo, c’ha misso la passione,
e ‘un si sa i sordi che c’ha lascio …
a me m’ha dato davero una lezione…
“‘un si poi mai fà di un’erba un fascio”.

È grazie a lu’ alla poesia e alla prosa,
che io vi stimo tutti, tutti appietto,
di ogn’un di voi piglierei quarcosa,
per aggiustà qua e là quarche difetto.

‘un mi dilungo… ringrazio il presidente,
voi che ascoltate e chi mi fà discore,
ma non scordianci mai a chi veramente
dobbiamo tutti quanti questo onore.

18 aprile 2024

Marisa Cecchetti: “Occhidisole. In cammino”

Chi tra i Lucchesi che seguono il mondo dell’arte, e in specie della letteratura e del teatro, non conosce Marisa Cecchetti. Oltre che narratrice di romanzi e racconti, scrive poesie e pubblica articoli su varie riviste del settore, sempre attenta alle novità. La ricordo quando – l’amico Cesare Viviani ancora vivente – veniva a teatro per recensire sul quotidiano locale le sue divertenti commedie in vernacolo lucchese.
Nata a San Giuliano Terme, in provincia di Pisa, è lucchese di adozione, e a Lucca ha insegnato Lettere e vive da moltissimi anni. Gli autori lucchesi la conoscono anche perché spesso è la relatrice, sempre generosamente disponibile, alle presentazioni dei loro libri.
Ho letto alcune delle sue opere e mi sono interessato a “Il fossato”, un romanzo uscito nel 2014 per conto della Giovane Holden Edizioni, la stessa che a settembre 2023 ha stampato “Occhidisole. In cammino”, di cui mi occuperò qui.
Si tratta di racconti brevi distribuiti su 3 parti. La prima raccoglie quelli che ci tramandano il passato (quasi una dichiarazione d’amore che ci accompagnerà per tutto il percorso); la seconda e la terza gli anni più vicini a noi, compresa l’attuale tragica guerra in Ucraina (“ma la guerra no. Non si deve mai.”).
Ci troviamo di fronte a una scrittura dolce, quieta, descrittiva che sentiamo nostra compagna e amica confidente.
I personaggi sono avvolti dalla tenerezza e dall’amore dell’autrice, la quale sarà la vera protagonista di ogni spazio materiale e spirituale dell’intera raccolta.
Sentiamo che nel tempo da lei rievocato e amato sta il sapore della vita. Leggeremo: “Questa rivalutazione del passato è parallela al mio pensiero”. L’amore e la rievocazione del passato saranno i motivi dominanti dell’opera, accompagnati dalla descrizione di scene e paesaggi che ci sembreranno immortali.
Nella seconda parte troviamo il bel racconto che contribuisce al titolo del libro, “Occhidisole”, che altro non è che il nomignolo di una bambina che, andata a vivere in città, si sente triste e non sa con chi giocare. Ecco che cosa le suggerisce la madre, un concetto al quale anch’io sono legato: “Quello che non puoi avere, cercalo con la fantasia. Sarà un bel gioco, vedrai. Chiudi gli occhi un momento: se tu lo vuoi, sarai dove più ti piace.”.
Nel libro passa anche il dolore (“c’è troppo dolore intorno.”). A mano a mano che i racconti si succedono nella seconda e nella terza parte avvicinandosi ai problemi dei nostri giorni, e i personaggi si presentano coi loro sentimenti, avvertiamo i fili spezzati della vita che faticano a ricucirsi. Ma l’autrice non abbandona il lettore, non demorde, non rinuncia, ci fa respirare sempre più forte la speranza, così che il racconto talvolta si fa poesia. Si legga “L’invisibile” per averne conferma.

28 gennaio 2024

Pier Giuliano Cecchi: “Barga. La storia del Teatro dei Differenti”

Dopo Lucca e il mio paese natale di San Prisco, in provincia di Caserta, Barga è la cittadina che amo di più. Ho partecipato per 2 anni di seguito al campeggio che vi organizzava il Patronato C.I.F. (Centro Italiano Femminile) e vi ho poi fatto qualche visita al tempo che vi era ricoverata la mia tata Umiliana presso il Centro Anziani, collocato davanti al campo sportivo. Mi ritrovo perciò nella poesia che alla città dedicò un suo figlio illustre, Mario Mazzoni, nella quale ad un certo punto si legge: “o mia Barga, città di cortesia/ d’aria, di cielo, e di soavi donne.”.
Pier Giuliano Cecchi, barghigiano doc, ne traccia un breve storia nel volume dedicato al glorioso Teatro dei Differenti, uno di quei teatri paesani che hanno allietato e fatto la storia di molte piccole comunità. È uscito grazie all’impegno profuso dalla Unitre di Barga. Il titolo è: “Barga. La storia del Teatro dei Differenti”, giunto già alla seconda edizione nel gennaio 2024.
Il Teatro dei Differenti fu costruito nel 1688, abbattuto e poi ricostruito negli anni 1793-1795; ha visto sfilare sul suo palcoscenico personaggi importanti della cultura nazionale, tra i quali Giovanni Pascoli che il 26 novembre del 1911 vi pronunciò il famoso discorso: “La Grande Proletaria si è mossa”. La celebre Eleonora Duse vi recitò da bambina con la compagnia del padre Alessandro Vincenzo Duse.
Il teatro è stato riaperto il 29 novembre 1998 (ore 16,30, ci fa sapere l’autore), lo stesso giorno, ossia, in cui nel 1924 moriva a Bruxelles Giacomo Puccini. Negli anni della chiusura, ci furono molte sollecitazioni a riaprirlo. In un articolo apparso sul giornale La Corsonna (è il fiume di Barga) a cura di Alfredo Stefani, se ne narrano i meriti: “ininterrottamente per quasi tre secoli si sono dati gli spettacoli più attraenti, dalla stagione d’opera a corsi di recite di buone compagnie di prosa, poi conferenze, serate di filodrammatici, musica, lezioni e letture.”. E ancora leggeremo: “si andava a teatro come ad una chiesa”. La giornalista Eleonora Facco scriverà su “Il Giornale di Barga” dell’ottobre 1973: “è caro al cuore dei Barghigiani quasi come il vecchio Duomo”.
Erano gli Accademici di Barga (Accademia dei Differenti), gruppo costituito da personalità del territorio a interessarsi del Teatro, fino al punto anche di indebitarsi per sostenerne le spese di ristrutturazione e manutenzione. Grazie alla presenza e all’attività del Teatro, nacque presto “un’Accademia Musicale.”, “in virtù di una volontà propria di facoltosi cittadini barghigiani”. La funzione del Teatro (vi si rappresentarono anche opere di Voltaire) fu rilevante: “Certamente era piacevole e interessante andare a teatro, perché è lì che le idee si potevano scambiare, si facevano nuove amicizie e magari parlare insieme anche di politica”. E ancora: “Il Teatro ormai è il luogo, l’ambiente più ricercato, anche consono, per ospitare di queste manifestazioni patriottiche” Negli anni sarà sede anche di locali turbolenze di protesta, talvolta violente.
L’autore, che ha al suo attivo altre pubblicazioni che riguardano il suo territorio tanto amato, ha voluto raccogliervi gli articoli di sua firma, 31 ci fa sapere, ospitati dal Giornale di Barga online diretto dal benemerito Luca Galeotti, arricchendoli con i risultati di altre minuziose ricerche.
È un testo puntiglioso che ci immerge in una storia movimentata (si accenna anche all’assedio di Barga del 1437 e al terremoto del 7 settembre 1920, che causò “non poche macerie”), legata sempre e fondamentalmente alla vita e al bene della comunità. Si ricordano anche i pittori che decorarono il Teatro nel dopoguerra: Antonio Da Prato e Michele Tonini. Nonché il regista inglese Peter Hunt e la moglie Gillian Rodhes Armitage, pittrice e scenografa (si trasferirono e presero la residenza a Barga nel 1963), che rianimeranno a partire dalla metà degli anni Sessanta la vita artistica del Teatro e della cittadina, finanziando loro stessi le attività promosse.
Il barghigiano vi troverà, insomma, più di un motivo di interesse, finendo con l’amare sempre più il luogo in cui vive. Si deve sapere, infatti, che un tempo essere barghigiano era un segno distintivo e si diceva di lui: “Homo de Barga”. L’autore auspica il ritorno a quei fasti e a quel prestigio, ricordando anche che ai suoi tempi: “il Teatro dei Differenti si mantiene e sempre più si connota nel suo ruolo di tempio laico di Barga, dove trova il suo vero, il sentimento della barghigianità.”.
La narrazione è storicamente articolata (sono dettagliatamente indicati i numerosi spettacoli che vi si rappresentarono) e rende comprensibile i passaggi che hanno condotto alla Barga odierna.
Molte le illustrazioni allegate e ricchi fin nei particolari i riferimenti nel testo a documenti e avvenimenti, anche minuti, dell’epoca (tra questi spiccano le visite, seppur fugaci e avvenute in tempi diversi, della ex regina delle due Sicilie, Maria Isabella di Spagna e Maria Ferdinanda, vedova del granduca di Toscana Ferdinando III), alcuni finora inediti. Più volte si ricorda il “Bargeo, il poeta di Barga Pietro Angeli, che tanto fece dire di sé nel corso del secolo XVI, uno dei massimi letterati nel suo tempo in tutta l’Italia.”. Si ricorda anche un personaggio conosciuto a Lucca e non solo (io stesso lo vidi più di una volta), cantore e menestrello, con barba e capelli lunghi e folti, che si esibì nel Teatro con la sua speciale chitarra che chiamava “chitarpa”, Italo Meschi. In una lettera all’amata Carla dell’11 agosto 1943, che si trova nel libro “Italo Meschi. musico cantore della Terra Lucchese. Poesie, riflessioni, testimonianze”, edito nel giugno 1993 da NerosuBianco a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea in Provincia di Lucca, così scriveva: “”ho sempre detto che, Iddio, mi ha dato una moglie di legno, la mia chitarra.”
Infine, un ringraziamento speciale e i più sentiti complimenti vanno indirizzati all’autore che si è sobbarcato con entusiasmo e sagacia un lavoro immane, tale da poter destare invidia in un archivista di professione.

2 giugno 2024

Michele Cecchini: “Un morso all’improvviso”

Non conoscevo questo scrittore lucchese, classe 1972, che è professore di lettere e insegna e vive a Livorno. Mi è stato segnalato dalla valente professoressa, altrettanto lucchese, Daniela Marcheschi. Ha già al suo attivo alcuni romanzi, e questo è uscito nel maggio 2023 per i tipi di Bollati Boringhieri; dunque è ancora fresco di stampa.
Ci troviamo davanti a uno scrittore di vivida intraprendenza e che si fa piacere grazie ad una scrittura briosa, di chi ci racconta una storia a cui siamo liberi di credere o non credere, tanto a lui importa soltanto di averla scritta. La sintassi fa i suoi salti in qua e in là, ma tutti sono acrobatici e di successo. Anch’essi, come gran parte della storia, faranno sorridere il lettore.
Figuratevi che inizia col darci a intendere che suo padre Beppone è stato rapito dai marziani. Da apprezzare i termini gergali, puntuali e opportuni.
Chi sa che l’autore non abbia conosciuto e frequentato il Borzacchini, lucchese pure lui, ma di genitori livornesi e che al secolo si chiamava Giorgio Marchetti, detto anche il Pierin lucchese morto a 70 anni, nel 2014. Faceva l’architetto e amava scherzare con la parola. Collaborava al celebre giornale livornese “Il Vernacoliere”, dove si presentava col nome d’arte di Ettore Borzacchini.
Il protagonista del piacevole romanzo è uno spilungone magro magro, Caramelli Pino, soprannominato Beo, abbreviazione di scarabeo, che di mestiere fa il custode di una palestra locale, nato e residente a Valdirozzi, che il lettore farà bene a non andare a cercare sulla carta geografica. Dice di sé: “Con il senno di poi invece me la cavo benone. A cose fatte, capisco al volo.”. È ossessionato dall’idea che, non solo suo padre si trovi su Marte, ma che egli stesso da un po’ di tempo sia spiato dai marziani. È pure un po’ balbuziente (“Io, per dire, piango le parole.”).
Assisteremo a vari siparietti di vita moderna, tutti godibili, presentati con un linguaggio vicino al parlato. Numerosi i personaggi che via via interpreteranno tali quadretti e ci resteranno simpatici: il figliolo di Nando il macellaio, Mimmo, che somiglia a “un indiano Sioux”, Luridano accanito lettore dei giornalini pornografici, Luciano insistente donnaiolo, un po’ dandy e molto chiacchierone (“Cassonetto delle chiacchiere, raccatta tutto. Poi al primo che gli capita, glieli rivomita addosso.”), Brilly la cantante, “l’ingegnere cinese detto Gazzosina”, di nome Toshiro, Remigio il tabaccaio, la vecchia signora Melarosa che dalla finestra di casa spia il prossimo e Beo la crede al servizio dei marziani, l’anziano Maurizio “il lampione spilungone”, e altri. È un romanzo, ossia, costruito per la gran parte sui personaggi.
Ben presto, però, si capirà che i marziani altro non rappresentano che le complicazioni della vita. Tutto ciò che ci accade non è per caso, ma voluto da quegli impiccioni, che si divertono a intromettersi nella nostra esistenza per renderla sempre più complicata: “Voler bene è un morso all’improvviso.”; “Dopo essersi presi il babbo è me che vogliono”; “Io questi esseri terribili erano qui e li ho visti per davvero.”; “i marziani mi metteranno di sicuro i bastoni tra le ruote.”.
Il lettore si divertirà a seguire Beo nei molti accadimenti che gli succederanno dal 16 al 24 dicembre di un anno non identificato (che ci porta alla vigilia di Natale, e si leggerà: “Stanotte è la notte di Natale. Don Mauro dice che è un momento di rinascita e di rinnovamento.”), nel corso dei quali il lettore riconoscerà che quegli accadimenti sono anche i suoi. Cosicché, invece di arrabbiarsi, ci farà sopra una gran bella risata. Rideremo, ossia, sui nostri guai. Ma fino ad un certo punto.
Infatti, non avevo mai trovato tra i Lucchesi un narratore tanto scanzonato da saperci guidare col sorriso sulle labbra incontro alla morte. Non solo, ma pure in grado di attraversarla e viverla, continuando a raccontare con la stessa verve lo straordinario tempo che lui chiama “Da senza di me in poi”. Sarà, il nuovo che incontreremo, un mondo in cui la scrittura funambolesca di Cecchini ci strapperà ancora altre risate, come quelle che ci prenderanno allorché nella nuova vita rievocherà la sua prima notte di nozze.
Ma…
C’è però un ‘ma’.
E infatti nessuno si aspetterà il modo in cui l’autore concluderà la sua storia, che sarà una autentica sorpresa, tale da lasciarci a bocca aperta.
L’intenso affetto per la figliastra Laurina e soprattutto l’affannosa ricerca del padre Beppone (“Io lo troverò. Dovessi andare in cima al mondo.”) rappresentano le correnti carsiche che alimentano il romanzo.

23 gennaio 2024

Giuseppe Ciri: “Luoghi ameni”

L’Associazione culturale “Cesare Viviani” il 5 febbraio prossimo compirà 31 anni. La fondai organizzando, per il 5 febbraio 1993, un pomeriggio culturale presso il salone del Centro Anziani di Sant’Anna. Il nome dell’Associazione, lo Statuto e la sua Dirigenza vennero dopo, durante la presidenza di Claudio Villani, che prese il mio posto, permettendomi di occupare la carica di Presidente Onorario, che ancora conservo. Dopo di lui, vennero Vittorio Baccelli, prematuramente scomparso, Marco Vignolo Gargini e Martino De Vita, che ha dovuto lasciare per problemi di salute la sua carica a Andreina Manfredini, che, dunque, è l’attuale presidente dell’Associazione. Vice presidente è Giuseppe Dovichi.
Ieri pomeriggio (gli incontri si tengono tutti i mercoledì dalle 16 alle 18, nella casermetta di Porta Santa Maria, conosciuta come Porta Giannotti) ho partecipato all’incontro culturale per augurare a Andreina buon lavoro e per ascoltare le poesie dell’autore di turno Giuseppe Ciri, che fu preside del Liceo Scientifico “Vallisneri” al tempo in cui i miei 3 figli lo frequentavano.
Ho fatto un’eccezione, poiché non partecipo più a causa della mia sordità (nonostante le protesi), e infatti ieri pomeriggio ho faticato nell’ascolto.
Giuseppe Ciri presentava il suo ultimo libro di poesie “Luoghi ameni” (è il titolo di una delle 66 poesie che compongono la raccolta) pubblicato, come tutti i precedenti, dal suo editore di Massarosa Marco Del Bucchia. Introducevano l’incontro le professoresse Ave Marchi e Giovanna Miglio.
Ciri ha già all’attivo 10 libri: 7 di poesia, 2 di racconti e 1 romanzo. In primavera uscirà l’undicesimo che sarà, pure questo, un romanzo.
La poesia di Ciri è delicata, ma proviene da “una mente mai doma”; “Eppur non mi arrendo/e cerco uno spiraglio”. Il suo è un pellegrinare intimo nella natura e nella vita (“Siamo esseri transumanti”), alla ricerca di risposte che squarcino il velo del mistero. Non è mai sazio di conoscere e di scoprire (“in cerca di luce”), assistito com’è da un anelito fecondo che gli consenta di raggiungere finalmente un suo rifugio intimo e spirituale: “sogno mondi novelli dove/riparo i pensieri insoluti.”. Forte è anche il sentimento dell’appartenenza: “per sfogare il desiderio/di uscire per le strade/che allietano i passi.”; “domani potremo uscire di nuovo.”; “occorre sapere scegliere/il momento in cui uscire/dal momentaneo rifugio.”; “Ci sentiamo parte viva d’un tutto/in questo quieto inizio d’autunno.”.

La seguente poesia, la n. 8, può dare il senso della raccolta (ma segnalo anche la n. 35: “Il glicine”; la n. 46: “In un giorno gelido”; la n. 48: “Dimora in collina”):

Calma sul lago

Nella riva deserta
si culla l’acqua,
solo un sordo rumore
nella calma del giorno.
L’anatra scruta attenta
e s’immerge in cerca
di cibo poi, altera, riemerge
nell’indifferenza del cigno
intento a curare
le candide piume.
Son ferme al pontile le barche,
regna un salutare silenzio
in queste ore velate.

18 gennaio 2024

Giuseppe Ciri: “Quell’unica bella occasione. E altre storie”

L’esergo è di Orazio: “Se ho un po’ di quiete, mi diverto a scrivere”. Che è una dichiarazione d’amore verso la letteratura.
Di solito si scrive quando si ha un’anima travagliata. Grandi capolavori sono nati da questa condizione psicologica, ma Giuseppe Ciri, ex insegnante e ex preside del prestigioso “Liceo scientifico A. Vallisneri” di Lucca trae la sua ispirazione dalla quiete della sua esistenza. Non che manchino, credo, i soliti problemi quotidiani che accompagnano la vita di tutti noi, ma il fatto è che non arrivano a minacciare la sua quiete interiore. Da essa possono nascere ovviamente storie tormentate, però tali da raggiungere prima o poi una ricomposizione ciclica e un ritorno, dunque, alla reale natura della serena fonte ispiratrice.
Anche incontrandolo, si avverte questa sua speciale serenità, ed è piacevole conversare con lui.
Con l’editore Marco Del Bucchia di Massarosa (Lucca) ha fatto uscire tutti i suoi libri, molti di poesia, e con questa raccolta di racconti raggiunge gli 11 titoli, un traguardo lusinghiero.
Mi sono già interessato di alcuni di essi ed è quindi con gioia e curiosità che mi accingo alla lettura.
Quanto scritto sopra a riguardo della circolarità della storia è già presente in modo esplicito nel primo racconto che dà il titolo alla raccolta: “Quell’unica bella occasione”.
Abbiamo 2 coppie di sposi: Marco e Lia da una parte e Cosimo e Leda dall’altra. Marco e Cosimo sono amici e Lia e Leda sono sorelle. Marco, sin da ragazzo, ha però sempre avuto un debole per Leda, la moglie dell’amico, ora divenuto cognato, e avvia una relazione con lei, condivisa.
Ma sarà solo per poco, e quell’esperienza si chiuderà con il ritorno di Leda nelle braccia del marito.
Anche nel secondo avremo dei ritorni, e Giulio, che aveva amato Silvia e ne era stato allontanato e aveva sposato Vera, si prenderà cura, a causa della prematura morte di Silvia, del figlio illegittimo Ivano, e lui e la moglie Vera lo adotteranno. Entrerà la felicità nella loro casa, poiché Ivano s’innamorerà e sposerà la figlia legittima dei genitori adottivi, Chiara.
Ci rendiamo conto da subito che saranno tutti racconti (ove l’amore predomina) molto succinti e costruiti con una scrittura precisa e limpida.
Anche per Roberta e Riccardo, protagonisti del terzo racconto – separati e lui arrestato per spaccio di droga – tutto avrà un lieto fine.
Le vicende degli altri racconti sono tutte legate da un filo rosso e si somigliano, come si somigliano i protagonisti.
L’autore ci mette di fronte, ossia, agli imprevisti e ai travagli della nostra società, ma non li evolve mai in tragedia, sibbene in una ricomposizione (“qualcosa che ora riemerge”) in cui a prevalere è la buona volontà, ossia la positività della vita.
Nelle storie di Ciri, infatti, non c’è disperazione ma speranza. E, a volte, una rivincita quietamente intrapresa contro la cattiva sorte.
I brevi intermezzi che compaiono tra un racconto e l’altro (sono IX contro XI racconti, più un’appendice dedicata alla propria esperienza, delicatamente descritta al modo di un diario, al tempo della pandemia da Covid: è in tale occasione che nasce l’idea di questo libro) sono minuti trait d’union che promanano dalla stessa fonte ispiratrice.
L’intermezzo V che ci narra la storia dei 2 gatti mi ha gratificato di una vicenda che ancora in famiglia viviamo: un gatto, che abbiamo chiamato Sultano, viene a trovarci tutti i giorni e spesso dorme con noi, sdraiandosi sul nostro letto.
La raccolta ha la presentazione, limpida e ordinata, di Mery Baldaccini.

17 aprile 2025

Valeria Conca: “Frammenti d’oblio”

L’autrice lucchese mi è stata segnalata dalla mia amica e compaesana Enrica Modena, e dunque sarà sicuramente di valore.
Ha scritto, edito ad aprile 2023 da Tralerighe libri, un romanzo dal titolo “Frammenti d’oblio” che sembra un giallo, ha le particelle di un giallo ma lo è soltanto apparentemente e la prova si ha nel fatto che, una volta scoperto il colpevole, il romanzo avrà ancora da dirci qualcosa: “Era giunta al capolinea del suo viaggio che, in realtà, stava solo per iniziare.”.
Vi si raffigura, in realtà, un’epoca tragica, e precisamente quella degli anni Trenta in una Germania già afflitta dalle atmosfere inquietanti del nazifascismo che poi diventeranno Storia, e che triste Storia.
L’autrice è classe 2001, giovanissima e quindi in grado di esaudire le attese che questo suo primo romanzo suggerisce. Già si notano la sua forte personalità e la sensibile ricchezza interiore.
Siamo nella Germania degli anni Trenta, come si è già detto, e precisamente a Berlino.
Else, la protagonista, fa la giornalista, è piena di curiosità. Lasciata Berlino alla fine della Grande Guerra, vi è ritornata 10 anni dopo, trovandola completamente cambiata, più movimentata e chiassosa.
L’autrice conosce bene Berlino e sa mostrarcela nei suoi aspetti vitali, con pignoleria e determinazione. Il lettore ne avrà sempre davanti strade, coloriture (“i colori suscitavano emozioni irrazionali”) e movimenti. Ben descritte le proteste di piazza coi suoi crescendi e le atmosfere che si respirano nei differenti locali frequentati dai protagonisti.
Per la città gira un assassino che lascia sulle vittime una x rossa. Else segue il caso per conto del suo giornale, accompagnata dal fotografo, giovane come lei, Hugo Schülte. Sembra che i delitti abbiano una matrice politica in linea con il partito nazista che sta riscuotendo sempre più successo. Per il giornale, Else svolge anche altri servizi che saranno minutamente descritti e nei quali, anche lì, si cominceranno a respirare i prodromi di quella che da lì a poco sarà la tragedia hitleriana.
Ne esce fuori un quadro storico inquietante, in cui Else, che si rivelerà in certi momenti una vera e propria pasionaria e in altri una donna fragile, dovrà pensare anche a se stessa e alla sua vita, compreso il suo passato che ogni tanto affiora e la spaventa coi suoi dolorosi ritorni (“frammenti d’oblio”), e soprattutto dovrà interrogarsi, inserita com’è, essendo tedesca, in quel contesto pericoloso e drammatico: “doveva conoscere di nuovo se stessa.”.
La gradualità nella formazione e nello sviluppo dei sentimenti e il lento disvelamento dei medesimi sono componenti essenziali della scrittura in progress della brava autrice che comporrà, subito dopo i primi passi dall’avvio, molte pagine maiuscole con un controllo emozionale di indiscutibile qualità. Anche i dialoghi ben presto matureranno in una narrazione essenziale.
È un romanzo ponderoso, di oltre 400 pagine, ove la passionalità della protagonista sembra nutrirsi in molte parti di quella dell’autrice, soprattutto in alcune situazioni allorquando la pericolosità del nascente nazionalsocialismo è al centro di analisi e discussioni. Alcune figure come quella del comunista Jan Jasinski, del nazista Ludwig Hartmann, del terrificante dottor Gerard Durchdenwald che ha in cura il povero fratello di Else, Max, tornato psichicamente stremato dalla Grande Guerra, della sofisticata, ambigua e infine delirante amica di Else, Margot (“io sono Dio”) nonché alcuni ambienti, come il cabaret promiscuo Eldorado e l’elegante Esplanade, saranno il paradigma di una situazione che, sotto un’oscillante parvenza di normalità, sta per esplodere e svelarci la sua tragica natura.

26 gennaio 2024

Mauro Cristofani: “Prima che il sogno finisca”

Mia moglie sostiene che è un genio. Lucchese, si trasferì tanti anni fa a Pisa e la sua vocazione è stata sempre la pittura, finché anni fa non scoprì di essere bravo a raccontare. Li trovate tutti su Amazon, i suoi libri, digitando il suo nome.

Ma il volume, che è uscito proprio oggi, ha qualcosa di speciale: riporta i giudizi che sul suo lavoro, tanto di pittore che di scrittore, hanno espresso vari critici, tra cui il sottoscritto. Ma non solo, esso è corredato da ben 46 suoi dipinti inediti a colori.

Mauro mi ha regalato sin dai suoi primi esordi in bianco e nero abbastanza quadri da immaginarmi ricco quando le sue quotazioni, come succederà, arriveranno alle stelle. In Italia, e oggi forse nel mondo addirittura, non esiste più uno stile come il suo, che fu di artisti del calibro di Aubrey Beardley e Léon Bakst, e anche di Gustav Klimt.

I suoi gatti (ne ho uno ben in vista) non trovano riscontro nel mondo intero.

11 marzo 2024

Martino De Vita: “Lettera da Racalmuto”

Martino De Vita non solo ha la passione del raccontare, dimostrata dai suoi numerosi libri, ma è impegnato anche attivamente per la diffusione della cultura. È presidente infatti dell’Associazione culturale ‘Cesare Viviani’ che dal 1993 tiene riunioni settimanali (attualmente i mercoledì alle ore 17 nella casermetta sopra Porta Santa Maria, conosciuta come Porta Giannotti) invitando artisti a presentare le proprie opere.
Devo gratitudine a Martino De Vita, poiché quell’Associazione la fondai io (l’intitolazione all’amico Cesare Viviani venne in seguito) con il primo degli incontri che si tenne il 5 febbraio 1993 presso il Centro Anziani di Sant’Anna.
De Vita vi si dedica con un impegno costante e appassionato. Viene dopo altri presidenti che si sono succeduti a me nella carica, e tiene le redini dell’Associazione dal 2015, aiutato in particolare da Andreina Manfredini, anch’essa al servizio dell’arte e della cultura.
Ultimamente di De Vita è uscito “Lettera da Racalmuto” (editore Tra le righe libri). Già il nome è attrattivo. Il paese si trova nella Valle dei Templi in provincia di Agrigento e vanta tra i suoi figli Leonardo Sciascia.
Una lettera anonima arriva presso un affermato studio legale lucchese e dà l’avvio a indagini che ci porteranno in terra di Sicilia, tra intrighi mafiosi (coinvolgenti anche apparati dello Stato) i quali ci faranno rivivere episodi di storia, di cronaca e di suspence. Non mancano analisi e critiche sulle relazioni tra mafia e Istituzioni.

13 gennaio 2023

Giampiero Della Nina: “Giacomo Puccini. Familiari, amici, amori”

Quando ci mette le mani Giampiero Della Nina, si può essere sicuri che il risultato sarà ottimo.
È già successo con le sue opere sul folklore (soprattutto del capannorese, località della campagna lucchese in cui vive da sempre) e con le sue commedie popolari. I tanti premi vinti stanno lì a dimostrarlo.
Succede così anche con l’ultimo lavoro, dedicato a Puccini, nel centenario della morte avvenuta nel 1924. Il titolo: “Giacomo Puccini. Familiari, amici, amori”, edito da Tralerighe Libri.
L’abilità di Della Nina sta nella sua capacità di far viaggiare una di fianco all’altra la semplicità della scrittura e la semplicità della composizione dell’opera, che vanta un’architettura tale da avvicinarci ai vari personaggi. Ne discende che ci troviamo di fronte a un lavoro empatico, dalla lettura attrattiva e coinvolgente.
Tra le tante curiosità e notizie di cui Della Nina, con uno studio e una ricerca encomiabili, ci fa dono, quella che più mi ha colpito riguarda le parole con cui Puccini comunica alla sorella Ramelde, la morte del fratello minore Michele, avvenuta in Argentina per febbre gialla, a 27 anni. Ne è talmente sconvolto che non ha più voglia di vivere: “Non vedo l’ora di morire anch’io: che ci faccio nel mondo?”. Ci fa sapere, inoltre, che Puccini era “assai timido, evitava di parlare in pubblico, non amava i ricevimenti, né la vita mondana.”. E ancora: “A me un invito a pranzo mi fa star male una settimana. Son fatto così e non mi si cambia a quasi quarant’anni! È inutile insistere, non sono nato per far la vita di salotti e di ricevimenti. A che pro espormi a fare la figura del cretino e dell’imbecille?”.
Nonostante ciò, aveva degli amici coi quali si trovava a suo agio nel combinare marachelle. A Torre del Lago, dove aveva trasformato un casolare di contadini nella villa che ancora oggi si può ammirare, fu costituito da costoro il Club Bohème con uno statuto che è quanto di più sbarazzino si possa pensare. Il lettore si divertirà a leggerlo. E che dire del ‘pretino don Pietro Panichelli che adorava Puccini, che lo ricompensò con la sua amicizia? Di questo affettuoso rapporto don Panichelli ci ha lasciato memoria nel suo libro “Il pretino di Giacomo Puccini racconta…”.
Oggi si parla, spesso a sproposito, di doversi dichiarare antifascista per essere accreditato come uomo libro e democratico. Puccini, come riportato dal suo amico Guido Marotti era un fervente fascista e glielo confidò con queste parole: “Io sono per lo stato forte. A me sono sempre andati a genio uomini come Depretis, Crispi, Giolitti, perché comandavano e non si facevano comandare. Ora c’è Mussolini che ha salvato l’Italia dallo sfracello… Ecco perché sono un fascista.”. Lo sarà per poco, però, poiché mori nel 1924.
Ampio spazio è dato agli alti e bassi del rapporto tra il Grande Lucchese e Arturo Toscanini, l’illustre direttore d’orchestra. Come pure al rapporto con altri grandi del Novecento, come Pascoli e D’Annunzio. Alcune pagine, assai documentate, sono dedicate a chiarire la tragedia della domestica Dora Manfredi, creduta dalla moglie Elvira Bonturi l’amante di Puccini, e che, per quest’accusa menzognera, si tolse la vita. Puccini ne rimarrà molto scosso.
Naturalmente, per un lucchese come me, risulta molto interessante anche il rapporto descritto tra i due grandi musicisti della mia città: Puccini e Alfredo Catalani, di lui più anziano di 4 anni. Affettuosa l’amicizia con il più giovane Pietro Mascagni, il quale, il giorno dei funerali di Puccini, tenne l’elogio funebre.
Alla fine, il lettore si accorgerà che, al di là dei trionfi ottenuti nel mondo dalle sue opere immortali, il Grande Lucchese ebbe una vita travagliata che lo portò spesso a invocare la morte.
Corredano l’opera numerose fotografie, tutte preziose.

2 maggio 2024

Marileno Dianda: “Monte Purgatorio”

Di me, Bartolomeo Di Monaco, il grande studioso della letteratura italiana, Giorgio Bárberi Squarotti, scrisse che mi ero creato una specola in quel di Lucca, sottolineando la mia attitudine alla vita solitaria. Ma se penso a Marileno Dianda mi sento inadeguato al confronto. Ex insegnante di filosofia nei licei, egli vive isolato dal mondo, assicurandosi di restare tale con la rinuncia alle nostre modernità come la televisione, il telefono, il cellulare e così via. Ho potuto contattarlo qualche volta, indirizzando una e-mail ad una sua conoscente. Sicuramente non saprà di queste righe che scrivo su di lui, a meno che qualcuno di FB che lo conosca non vada a riferirgliene.
Appassionato della montagna (“Quando sentirete l’odore che, in Appennino, ha la neve sotto il sole primaverile, o l’odore dell’erba all’inizio dell’estate su quelle montagne, io sarò insieme a voi.”), le ha dedicato numerosi volumi, uno dei quali “La Regina”, magnifica la nostra Pania della Croce alla quale anch’io ho dedicato una poesia: “La mia Pania”.
Della montagna sa tutto, e ne fa respirare al lettore le magnificenze e i profumi. Sono, le sue, storie ricche di considerazioni sulla vita e sulla natura dell’uomo. Spesso s’incontrano riflessioni sulla religione e sull’anima. Leggere questo autore vuol dire cimentarsi in un confronto serrato e profondo sulle ragioni della nostra esistenza. Non è mai un’occasione di svago, bensì di impegno.
L’ultimo suo lavoro “Monte Purgatorio” (una Summa in cui sono toccate tutte le corde del pensiero e del sentimento) è diviso in 3 Sezioni e 4 brevi Appendici, grazie alle quali si prende conoscenza della vita di Claudio (non è difficile identificarvi l’autore) e del perché egli si trovi, nella prima e nella terza Sezione, a salire il Monte Purgatorio. Infatti, in esse vi si narra di un uomo, Claudio appunto, che dopo la morte approda con tanti altri, condottovi da una barca, ad una Montagna, il Purgatorio, che dovrà scalare prima di raggiungere il Paradiso. Il ricordo dell’opera dantesca è continuo, ma Dianda vi mette dell’ironia icastica e accusatrice della società italiana del nostro tempo, mostrando quanto ridicole e artificiose siano le scelte moderne dell’intelligenza umana. La religione cattolica, e soprattutto la sua Istituzione, la Chiesa, sono presenti, quasi come un’ossessione dalla quale si può uscire soltanto mettendone in evidenza difetti e contraddizioni. Suggestiva la scalata del Monte Purgatorio, con la descrizione dei vari stadi simil infernali in cui vengono scontati i peccati commessi in vita (e ancora una volta vi traspare l’amore per la montagna con stimolanti e impareggiabili immagini). Numerosi gli incontri con personaggi del nostro tempo. Culturalmente rimarchevoli le numerose note. Come nel racconto dell’altro lucchese Fabrizio Puccinelli, “Fabulator qualis humanus” (“La Fiera Letteraria”, numero 52, giovedì, 28 dicembre 1967] ogni tanto Dianda traduce con parole latine (messe tra parentesi) alcune situazioni e concetti espressi in lingua. Le altre parti fanno risaltare come in vita, Claudio sia sempre stato un indomabile ribelle nei confronti delle regole che governano la società: “da anni continua a rivolgersi contro la religione e la morale, e contro ogni ordinamento politico e sociale”.
Chi possiede il libro vada alla pagina 286 da cui si avviano due descrizioni mirabili: quella di Lucca e quella della Pania della Croce. Bella anche questa definizione, a pag. 413: “il presente è un attimo inafferrabile, contenente ogni forma del mondo e il senso stesso dell’eternità.”.

12 dicembre 2022

(Marileno Dianda) Soccorso Alpino Stazione di Lucca: “65 anni di interventi in montagna1957-2022”

Un libro per gli amanti dell’Alpinismo, che istruisce e commuove

È una raccolta di testimonianze circa l’attività di Soccorso della Stazione di Lucca. Vi hanno contribuito: Davide Barsetti, Marco Bertoncini, Roberto Biagi, Alessandro Bianchini, Roberto Cagnacci, Guglielmo Cecchi, Dino Ciuffi, Marileno Dianda, Andrea Ferrari, Andrea Gobetti, Alessandro Lanciani, Angelo Nerli e Marcello Pesi.
Nel corso della lettura ci si rende conto che dedicarsi al soccorso alpino non è impresa facile. Occorrono una preparazione fisica e mentale, un continuo addestramento e soprattutto una carica di forte umanità. Soccorrere chi è in pericolo di vita richiede un grande amore per il prossimo e per la vita, che per ciascuno è unica e sacra.
La più innocente distrazione per un alpinista come per un soccorritore può avere conseguenze estreme. La montagna quasi mai, per non dire mai, è colpevole. Colpevole è più spesso l’uomo che non sa misurare il rischio e non sa attenersi alla prudenza. I soccorritori sono per lo più persone sconosciute, fatta eccezione per l’ambiente in cui vivono, e conducono una vita normale fino a quando la montagna non li chiama ad esprimere i loro alti valori di solidarietà, di dedizione e di coraggio.

Da segnalare il corposo (più di 100 pagine), prezioso e coinvolgente contributo di Marileno Dianda, che alla montagna ha dedicato tutta la vita (e molti libri), un contributo che, con competenza tecnica, che farà la gioia degli amanti dell’alpinismo e con descrizioni ricche di poesia (e talune da antologizzare), ripercorre in modo esaustivo la storia del Soccorso Alpino non solo lucchese.
Ad un certo punto, scrive: “Se, nel limpidissimo cielo invernale, queste montagne innalzano sul mare il loro sfolgorio di neve, o sfumano in uno scenario grandioso nei colori del tramonto, comunque, viene ancora da pensare che, simili a una balconata regale, diafane e immacolate, facciano parte di un sogno.”.
Dianda ricorda alcuni personaggi (in qualche caso con veri e propri ritratti) che hanno animato il Soccorso Alpino di Lucca e lo fa con tale commozione e trepidazione che i loro nomi si scolpiscono nella mente del lettore.

Sia nella sua testimonianza, non priva di critiche costruttive, sia in quella degli altri coautori (che raccontano, alcuni con bella calligrafia, specifiche emozionanti esperienze; da quella del medico Alessandro Bianchini emerge l’importante ruolo di collaborazione svolto dall’Arma dei Carabinieri, confermato pure da altri contributi), troviamo incredibili e commoventi episodi di soccorso (non solo sulla montagna; sono arrivato a contarne intorno alla quarantina), anche di notte tra condizioni meteorologiche infernali, che rendono questi uomini, valorosi e altruisti, ricchi di spirito di abnegazione e di sacrificio, degni della massima ammirazione e del massimo rispetto. Scrive ancora Dianda: “Senza una sia pur minima dose di rischio e senza una benché piccola lotta contro le proprie paure, l’alpinismo non è più alpinismo.”; “L’unica vittoria possibile sulla morte, allora, è prepararsi continuamente ad essa, riflettendo che ogni giorno moriamo un po’ di più, e in modo tale che quando sarà giunto il momento, possiamo affrontarla con coraggio e senza rimpianti.”.

Il medico Alessandro Bianchini nell’ultimo contributo scrive: “Far parte del soccorso alpino è un’esperienza complessa, importante e unica nel mondo del volontariato che non si può facilmente dimenticare perché, in definitiva, si parla di uomini che hanno vissuto insieme momenti difficili e pericolosi e si sa che le difficoltà cementano le amicizie.”.
Documenti e fotografie, anche a colori, corredano l’importante volume.

4 gennaio 2024

Maria Rosa Foscarini: “Rime intrecciate tra realtà e fantasia. Poesie e racconti”

Questo libro, donatomi dall’autrice in occasione di un incontro presso la sede della “Associazione culturale ‘Cesare Viviani’”, da me fondata nel febbraio del 1993, mi dà l’occasione di confermare un mio pensiero: ossia che la scrittura è sempre sacra. Da quando esiste una modalità di espressione della specie umana, tutto ciò che ne è uscito è impresso dal sigillo della sacralità. Essa è il vero valore intrinseco di ogni opera dell’uomo. Quella della scrittura è la più semplice e a portata di tutti. Ci consente in modo minimale (bastano una penna e un foglio di carta) di esprimere la propria intimità, la propria anima, il proprio essere persone viventi, il proprio passaggio su questa Terra. Chi pratica la scrittura, infatti, desidera lasciare un segno di sé, ossia una dimostrazione che è stato presente anche lui su questa Terra tra miliardi di altri esseri umani tanto del passato, quanto del presente e del futuro. E non vi è dubbio che chi lascia un segno di sé, lascia un’impronta d’amore.
È ciò che ha fatto Maria Rosa Foscarini con questo libro uscito nel 2023 per Book Sprint Edizioni. Scrive nella quarta di copertina: “nata nel 1950 passo la mia infanzia nel comune di Porcari dove frequento le scuole fino alla quinta elementare; a vent’anni mi sposo, faccio tre figli e vado ad abitare a Lucca. Nel mio tempo libero scrivo, nonostante una vita di continue lotte rivelo nei miei scritti una ferrea volontà di andare oltre.”.
È la conferma di quanto ho scritto più sopra, ovvero della sacralità di ogni opera, espressa dall’autrice con parole semplici, chiare, e perfino commoventi.
Il volume è composto prevalentemente da poesie (molte dedicate) e con esse e con la parte scritta in prosa si fermano ricordi e immagini della propria vita. Quasi un diario (si veda “Frammenti di vita”), una poetica rammemorizzazione. Il tutto avvolto da una dolce malinconia, ma anche da una resistente fiducia verso il futuro. Nella malinconia della Foscarini, è racchiusa tanta speranza. La bontà della sua anima le consente di superare i momenti difficili della vita. Non è mai rassegnata. Ne dà esempio questa poesia intitolata “Avanti”: “Andare avanti/ senza guardarsi indietro/ dimenticare il passato/ non avere pensieri di odio/ per raggiungere la pace.”. E, con lo stesso fiducioso sentimento è composta anche: “Per Gianni”.
Da segnalare, inoltre, il breve scritto-poesia, “A Rosanna”, che ricorda la sorella gemella morta appena 5 giorni dopo la nascita. Un testo originale e commovente. Ed anche: “A un bimbo mai nato”; “Al mio bambino”, quasi una ninna nanna al proprio figlio che è diventato una stella; “Amore senza confini” ispirata al film omonimo; “Cercata” e, notevole: “Dedicata a Rosaria mia suocera”; “Riuscita”; “Ho”; “Il cassetto”; “La magia della Torretta”; “La neve”; “Mare”; “Pallida luna”; “Preghiera rivolta al Signore”, un quasi testamento spirituale e anche la poesia in vernacolo “Dedicato a Porcari”. Ma soprattutto “Ricordo” dedicata al marito defunto”. Molto rappresentativo del sentire dell’autrice è il breve racconto “Al sorriso di mio nonno”. Ben riusciti (una piacevole sorpresa l’agile stile della narrazione) i racconti “Casa Vittoria” e “Frammenti di vita”, il primo è un piccolo gioiello.
Brava Maria Rosa, dall’animo sensibile; hai saputo raccontare con delicatezza e amore la tua vita.

18 maggio 2024

Olivo Ghilarducci: “La solitudine della sera”

Ho fatto notare all’amico Olivo Ghilarducci che il titolo da lui dato al suo ultimo romanzo, pubblicato dall’editore lucchese Tralerighe Libri e uscito in questi giorni, è molto bello, ricco com’è di intimità e vocazione spirituale, ma allo stesso tempo è anche molto impegnativo.
Sta a te decidere se sono riuscito nell’intento, mi ha risposto. Ho già letto altri romanzi di Ghilarducci e non sono mai rimasto deluso. Mi ha annunciato che sta finendo un nuovo romanzo il cui corpo centrale sarà la politica coi resoconti di quanto è accaduto in questi decenni e che l’autore ha vissuto anche direttamente come uomo delle Istituzioni, avendo ricoperto vari incarichi politici, tra cui quello di sindaco del popoloso comune di Capannori. Lo attendo con ansia. L’autore è stato anche assistente universitario.
Ma intanto veniamo a questo racconto, dal bel titolo fascinoso e attrattivo, e al contempo tragico e ricco di amore.
Lara è una bellissima e corteggiatissima ragazza di cui Marco si innamora e, grazie a lei, vive i primi turbamenti del sentimento.
Lui è un cattolico fervente (troveremo profonde e drammatiche riflessioni teologiche e spirituali verso la fine, e sul perché nella sofferenza e nel dolore “si presenta il percorso dell’amore di Dio”), corroborato nella Fede dalla sua famiglia; lei invece non è credente, ma il loro è un rapporto vivo, e di reciprocità formativa. Non crede possibile che quella bella ragazza sia toccata a lui, e soprattutto che ami proprio lui che bello non è, anzi, sembra un ‘rantacchio’ e un ‘povero in canna’, “con gli orecchi a sventola, ma con due occhi che giudicava di rara bellezza.”.
Il rapporto tra i due giovani esalta l’amore (a pag. 75, nei giorni successivi al conseguimento del diploma di ragioniere, ne darà una dolcissima definizione), e tuttavia non avrà vita facile. Il padre di Lara, un importante e “potente” dirigente regionale del Partito Comunista, la tiene sotto stretto controllo, auspicando per lei un matrimonio all’altezza della loro agiata condizione sociale. Anche il padre di Marco è impegnato in politica nelle file della Democrazia Cristiana.
Segna il percorso della storia una prosa semplice (ottima e funzionale la scelta di capitoli brevi), con cui empatizza il lettore che vi si immerge e la sente, sempre più fluente com’è, anche sua. I Lucchesi, poi, vi ritrovano nomi, fatti e località conosciute.
Il racconto, infatti, ha molto di autobiografico espresso con precisione, sincerità e affetto nel ricordo del passato; e si intravvedono personaggi veri, disegnati con la loro carnalità. Si ricorda, e l’autore la rievoca con molto sentimento, anche l’alluvione dell’Arno che squassò Firenze nell’autunno del 1966.
La politica si prende la sua parte con la messa a nudo della ragnatela dei rapporti, non sempre accettabili, che essa intrattiene al solo scopo di esercitare e mantenere un forte potere. Quando Marco, laureato in statistica, andrà a specializzarsi all’Università di Chicago, avremo un bel ritratto, con una bella progressione dell’intensità narrativa, della comunità dei Lucchesi ivi residenti, legati fortemente e nostalgicamente alle tradizioni dei loro paesi di origine.
Un racconto doloroso, sincero, cronologicamente indirizzato, vero che, mi si lasci dire, è anche un monumento a Lara (e di conseguenza all’Amore) che le erige Ghilarducci con il suo sentimento e il suo ricordo (“Il vero aiuto in questa impresa gli era venuto come sempre, da Lara.”; “Sentiva che la sua era sempre e comunque una risposta al grande amore di Lara, era lei che meritava ogni suo impegno per la sua grande capacità di amare.”), così come un monumento all’altra più celebre Lara, eresse Boris Pasternak con il suo capolavoro “Il dottor Zivago”. Il lettore si accorgerà, alla fine, che nel titolo (che appartiene anche ad uno degli ultimi capitoli) c’è tutta la storia e la forza di Lara, nonché tutta la religiosa e profonda sensibilità dell’autore.
E ora una piccola nota personale: Lara e Marco s’incontrano e si innamorano in occasione di una gita parrocchiale in bicicletta alla località lucchese detta “Le Parole d’Oro” lungo le arcate del magnifico acquedotto di Lorenzo Nottolini, il grande e geniale architetto lucchese. Nel libro si ricorda spesso quell’occasione. Ebbene, proprio all’acquedotto e alle Parole d’Oro ho dedicato una delle mie 50 leggende. Si può leggere qui.

31 marzo 2024 (giorno di Pasqua)

Angelo Giammarresi: “Ai tempi della natura antropomorfa”

Lo sapevate che agli esordi del nostro mondo anche le pietre parlavano? Lo sapevate che prendendo i resti di un uomo morto e disponendoli su un’amaca, e facendola dondolare, ad un certo punto il morto tornava vivo?
Oppure lo sapevate che in quei lontani anni la terra e il cielo si toccavano e bastava recarsi al confine del mondo per salire in cielo? E chi saliva in cielo diventava una stella?

Giammarresi ha passato molto tempo in Perù a contatto con due popolazioni antiche situate nella Selva tropicale della Foresta amazzonica: gli Ashaninka e gli Yanesha.
Vi ha raccolto un così abbondante materiale che ancora oggi che ha pubblicato già diversi volumetti (ciascuno con un proprio soggetto) non si è esaurito.
Giammarresi è mio amico; non ci siamo mai incontrati di persona, ma restiamo sempre in contatto. Lo eravamo anche quando si trovava in Perù, nel mezzo della foresta.
Il materiale che ha già prodotto nel suo lungo lavoro di studioso e ricercatore, tra documentari filmati in tanti parti del mondo con itinerari innovativi e tra i libri pubblicati, è ormai così numeroso che, prima o poi, gli studiosi dovranno rivolgersi a lui per i tanti approfondimenti necessari, poiché Giammarresi ciò che ha scritto e ciò che ha filmato, li ha visti e vissuti personalmente. Ho la fortuna di possedere quasi tutta la sua opera omnia.

Questo ultimo libro (che è dedicato anche a me, come un altro libro precedente, e di nuovo lo ringrazio), contiene quattro racconti ancestrali raccontati dal saggio Mankori, scritti e tradotti nello stile vocale in cui sono stati narrati, ed è prezioso, al pari dei precedenti, perché non esiste e non esistono al mondo libri come questi, riguardanti due etnie molto interessanti e finora sconosciute.

12 marzo 2024

Angelo Giammarresi: “Nonno Angelo raccontava… così”

Angelo Giammarresi vive nel Nord Italia da molti anni, ma è di origine siciliana e come i siciliani porta nel cuore la sua terra.
In questi giorni è uscito un nuovo libro, “Nonno Angelo raccontava… così”, in cui con un Prologo e 10 racconti ci narra storie udite nella sua infanzia che ci riportano alla Sicilia degli anni ’60 del secolo scorso. In realtà anche più indietro, giacché alcuni di questi racconti narrati ai nipoti da nonno Angelo (Nannu Ancilu) risalgono a tradizioni e usanze e lingua assai più lontane.
La voglia di raccontare è innata in Angelo Giammarresi che può vantare maestri conterranei insigni come Verga, Pirandello, Capuana, per ricordare solo i maggiori.
È stata sua figlia Aisha a stimolarlo a rivalutare “i miei vecchi scarabocchi e appunti” e metterli in ordine. Occorre precisare che il libro uscì già nel 2022 ma nel solo dialetto siciliano. Questa nuova edizione è in italiano con il testo siciliano a fronte. Ed è grazie a ciò che possiamo constatare quanto nella versione italiana sono conservati abilmente nella scrittura i ritmi e i sapori del dialetto. Si legge: “ho deciso di creare un formato nuovo di racconto, ‘il pensiero o racconto vivo’ che viene scritto solo nello stesso istante in cui arriva l’energia dell’ispirazione.”. Un esperimento riuscito e gradevole.
Angelo Giammarresi è soprattutto noto come originale documentarista e studioso di etnie rimaste ferme alle usanze di tempi lontani. Opere e ricerche pregevoli, alle quali oggi si accompagna degnamente, direi con le stesse finalità, questo libro di racconti.

4 dicembre 2024

Rossana Giorgi Consorti: “I misteri della casa sul fiume”

Sono poche le mie “letture-viaggio” dedicate al romanzo giallo. Non perché sottovaluti il genere. Infatti ho scritto anch’io otto gialli, anche in questo caso cercando di innovare (sperando di esserci riuscito), e forse sono stato il primo ad ambientarli nella mia città di Lucca, come forse sono stato il primo a introdurre gli extra-terresti a Lucca in un mio racconto intitolato: “Il Natale dell’anno 5325”. Il motivo di questo ridotto interesse sta nel fatto che il romanzo giallo è un veicolo più limitato rispetto al normale romanzo nei valori tanto universali che speciali legati all’uomo e alla società in cui vive.
Rossana Giorgi Consorti (che è stata insegnante di lettere nelle scuole medie superiori) è una scrittrice di gialli, e nei suoi riguardi ho il torto di non averle dedicato l’attenzione che merita. L’ho avuta per Stelvio Mestrovich, per Giuseppe Calabretta e forse qualche altro, ma la Consorti mi è sfuggita, pur avendola conosciuta e apprezzata tanti anni fa presso l’”Associazione culturale Cesare Viviani” che ho avuto l’onore di fondare un tempo in cui le energie non mi mancavano sia per organizzare gli incontri culturali sia per pubblicare e distribuire personalmente in tutta la Provincia dal 1992 al 1997 il quadrimestrale “Racconti e Poesie”, aperto alla collaborazione dei Lucchesi appassionati di scrittura, e la cui raccolta (ormai divenuta un cimelio) si conserva presso la Biblioteca Statale della città.
Quando, come succede alla Consorti, ma anche ad altri narratori, si scrivono libri per anni (di lei sono usciti almeno altri 6 romanzi), e quando lo si fa in un genere che apparirebbe minore, come il giallo, si ha diritto all’attenzione di chi, come me, segue la letteratura in generale, e in particolare quella lucchese. Fra l’altro, il libro di esordio dell’autrice “Il delitto del reliquario”, uscito nel 1999 per i caratteri della Ibiskos Editrice, vinse il primo premio al Concorso letterario Internazionale Giovanni Gronchi e il secondo al Premio Viareggio Carnevale.
Così, anche per farmi perdonare dall’autrice, sono andato a cercarmi l’ultimo suo giallo pubblicato da Tralerighe Libri nel 2022 e intitolato “I misteri della casa sul fiume”. Il fiume è, ovviamente, il Serchio, che ha fatto dannare i Lucchesi nel corso dei secoli e per il quale sono stati spesi molti quattrini allo scopo di domarne la furia.
Veniamo al libro.
I protagonisti iniziali (cinque cugini) possiedono un palazzo a 3 piani di proprietà dei genitori. L’appartamento al piano terra è in totale degrado. Vorrebbero venderlo, ma nessuno vuole comprarlo, e se volessero restaurarlo non basterebbero i loro risparmi.
C’è un mistero, però, che li ossessiona. Ogni tanto qualcuno vede in mezzo a loro un personaggio dall’aspetto evanescente. Procura loro ansia e insicurezza: “Chi si mischiava sempre tra loro, indesiderata presenza?”.
Decidono di restaurarla con le proprie mani.
I fatti si svolgono nel periodo del Covid, in cui si dovevano usare le mascherine per proteggersi dal contagio. La città che fa da cornice al racconto è Lucca, come sempre avviene nelle opere della Consorti.
In quel palazzo si sono uditi anche degli spari. E si sente pure il suono di una pendola che nessuno riesce a vedere, e che “suona a ogni ora” (“Ma come può continuare a suonare?”). In sovrappiù vi soffia un vento “che non soffia all’esterno, all’aperto.” Il questore Antonio Spaino (commissario nel libro di esordio), napoletano, “Alto, magro, con i capelli neri un po’ lunghi sulla fronte e sul collo.” (ha anche “lunghi baffi neri” e “occhi verdi da gatto”, “bello e sensuale”), vi si reca per cercare di capire. Ma sembra che nessuno sappia ciò che sta succedendo. Finché non vi si trova un morto.
È un’ottima partenza, quella dell’autrice, poiché subito s’innestano molti interrogativi e la curiosità del lettore è fortemente stimolata. La scrittura è pulita e lineare. La descrizione dell’ambiente degradato è coinvolgente e sollecita il lettore a domandarsi chi sia lo sconosciuto trovato morto. Polvere e calcinacci sembrano nascondere un mistero. Finalmente, murata in un’intercapedine, viene rinvenuta una pendola di un certo valore. Perché la si era nascosta?
I paesaggi che si aprono di volta in volta al lettore, pur nei limiti spaziali del palazzo in cui si trovano ad operare i personaggi principali, hanno sempre qualcosa di magico e misterioso, talché può capitare di sentirsi immersi in una realtà diversa dall’ordinario.
Si arriva a pensare, perfino, che certi rumori provengano dall’aldilà.
Quando si giunge al capitolo XXXVII, un’ombra, con indosso una tuta nera, si muove guardinga nella notte… È l’agente Poli, incaricato di vigilare e controllare eventuali movimenti sospetti. Scorge un’ombra e ode il tocco di una pendola. Da questo momento cominciano a sciogliersi gli enigmi, i misteri di questo giallo ricco di dettagli e assistito da una logica ferrea. Come in quelli di Agatha Christie, che vedono protagonista il celebre detective “belga” Hercule Poirot, l’assassino sarà smascherato nel corso di una riunione collettiva comprendente tutti i personaggi implicati nella vicenda. Il questore Spaino, dopo aver riassunto i fatti, indicherà il colpevole.

10 aprile 2024

Enzo Guidi: “Breve storia di ‘Lucca Beat’”

Ho avuto la fortuna di ricevere dalle mani dell’autore questo interessante libro, stampato nel 2002 dalle edizioni ETS, che, ripercorrendo un’esperienza personale vissuta negli anni immediatamente precedenti al Sessantotto, ci riassume la storia di un movimento che anticipò i tempi della contestazione e fu il primo in Italia: Lucca Beat.
L’autore, ancora oggi, coi suoi lunghi capelli (uno dei segni distintivi di quel movimento), ne porta i tratti nella coriacea personalità.
Cinema e Chiesa, allora, erano gli unici punti di riferimento e di aggregazione della discreta e sospettosa città di Lucca. Nient’altro si muoveva e tutto pareva destinato a continuare senza alcun guizzo di novità. Una città assonnata e chiusa egoisticamente in se stessa, ci fa capire l’autore. Ma ecco arrivare all’improvviso il boom economico e il processo, che ha tutta l’aria di essere imperioso e irreversibile, della industrializzazione. Attraverso correnti sotterranee tutto comincia a muoversi e soffia nell’aria un venticello nuovo che invita a non indugiare e a farsi coraggio. Il nuovo diventa sempre più percettibile. In Italia, in Europa e oltre oceano. Lucca, pur essendo amministrata da una classe politica sedentaria e tradizionalista, ne è prontamente investita, grazie ad una gioventù inquieta, delusa, annoiata e, soprattutto, molto sensibile. All’inizio è il circolo di cultura cinematografica CATRO a spargere i primi semi (“Non sarà un caso che alcuni dei membri più acculturati del futuro gruppo dei BEAT, avessero fatto l’esperienza del CATRO.”. Ma anche la nuova dirompente musica di complessi stranieri divenuti leggendari, come ad esempio i Beatles e i Rolling Stones, ebbe la sua parte nel suscitare curiosità, interesse e risveglio delle coscienze. Questi giovani erano mossi da “una suprema, incontenibile speranza: quella di poter cambiare il mondo partendo da ciò che loro stessi erano… Quindi utopismo, anarchismo, nichilismo rabbioso, ma anche tanta, tanta salutare ironia e gran fede nella boutade dissolvente, nell’eleganza verbale.”.
Troveremo nel libro episodi (ad esempio il convegno degli anarchici, tenutosi a Carrara il 2 giugno 1967; la veglia per la pace del 4 giugno successivo svoltosi a Lucca nonché gli arresti del 4 novembre dello stesso anno di alcuni Beatnik durante la sfilata a Lucca dei Bersaglieri) e nomi dei componenti del nascente movimento Beat (Bruno, Mauro P., Barabba – nella cui casa-stanza-antro confluiranno alla fine le ultime riunioni del gruppo nel “più torbido momento di regressione” -, Jure ed altri) ed è grazie a questa preziosa e meritoria testimonianza scritta di uno dei suoi componenti, Enzo Guidi, che questo quasi sconosciuto segmento della cultura lucchese (segmento “controculturale”, precisa l’autore) non è andato perduto: “Il posto di ritrovo di questa gente, erano le pubbliche panchine di pietra di via Roma, proprio davanti a palazzo Cenami, all’incrocio con la centralissima via Fillungo, il corso cittadino.”. Poi questi futuri Beatnik si crearono una sede fissa in uno scantinato di Piazza Santa Maria Bianca: “la Cantina del Mariani”, dove si ritrovava una variopinta e multiforme umanità (“fauna eterogenea di questo piccolo universo sotterraneo”). Migrati poi di là, si ritrovarono al famoso Caffè Di Simo, “dove sedevano con sconcerto dei benpensanti”. Usciti di lì si riunivano in altri variabili punti di ritrovo. Tra questi una bettola, oggi scomparsa, in piazza Cittadella, al n. 13, e la C e il numero 13 entreranno a far parte della denominazione definitiva del movimento: “GRUPPO BEAT C. 13” (“alias Gruppo Beatnik lucchese”, poi “Hippies”). Erano i “primi di Febbraio del ‘67”.
Correda questa testimonianza, che è anche una puntuale e coraggiosa ricostruzione critica che riesce a catapultare il lettore nel clima inquieto di quegli anni, una nutrita documentazione, tra cui quella relativa ai vari volantini, distribuiti su temi via via più scottanti (si pubblicheranno anche il giornalino dal titolo “Noi la pensiamo così… e via”, e poi un altro intitolato: “Esperienza 2”, su cui saranno ospitati anche articoli provenienti dall’estero). Ma solo una parte del mondo cattolico fu disponibile al dialogo e al confronto delle idee, e l’autore ne dà atto precisando: “per il resto ostilità, dileggio e discriminazione”. Qualcosa cambierà di lì a poco con l’adesione dei giovani militanti dei partiti dell’arco costituzionale, preludio ai fatti del Sessantotto.
Dolenti sono, infine, le annotazioni che registrano il declino del movimento sintetizzate da uno dei suoi componenti, Jure. con i 3 versi di questa poesiola: “Fratello/Ti ho lasciato solo/Sul Golgota.” e dalla manifestazione tenutasi davanti alla Colonna Mozza di Piazza Santa Maria Bianca negli ultimi giorni dell’aprile del 1968 dal titolo: “per la libertà degli Stiliti”, “che rappresenta un po’ l’atto conclusivo e anche il testamento del loro movimento.”.
Non si sentono in sintonia con il nascente Sessantotto, da cui “In genere tutto è parso cambiare, per tornare ad essere come prima.”.
Un libro prezioso, non solo per i Lucchesi.

17 maggio 2024

Oriano Landucci: “Storie (di) corte”

Lo feci anch’io con il mio libro “Via Pelleria”, ambientato negli anni ‘50/’60 del secolo scorso con lo scopo di fotografare la realtà del mio rione (uno dei più popolari della città di Lucca) e farne un documento storico a disposizione di chiunque desiderasse scoprire la vita che vi scorreva in quel tempo lontano.
Anche l’ultima fatica letteraria di Oriano Landucci, lucchese di S. Angelo in Campo, mira allo stesso fine: immortalare abitudini e costumi che si vivevano negli stessi anni, ma in campagna, al punto che potrei dire che il mio e il suo libro completano una visione complessiva della società lucchese di quegli anni.
La lettura si fa subito interessante sin dai primi dei numerosi racconti brevi che formano la raccolta. Sono dedicati al simpatico nonno Bidia, che per la sua altezza aveva fatto il granatiere e più volte la guardia a Roma del grandioso monumento ai Caduti della Patria. La scrittura limpida di Landucci, che già conosciamo per aver letto altri suoi libri (anch’essi di contenuto storico) e averli recensiti con interesse e piacere, facilitano e rendono gradevole la lettura. Si tratta soprattutto di accadimenti vissuti da ragazzo dall’autore. Si pensi all’episodio, tra i migliori, della caccia in Padule alle folaghe (il lago di Massaciuccoli, dove cacciava anche Giacomo Puccini) sul barchino guidato dallo zio Egisto. Ma anche la narrazione di come in corte si facesse il bucato ha il suo incantamento. Di grande interesse il capitolo dedicato alla storia della Corte Landucci, che “potrebbe essere sorta intorno al Mille o addirittura nell’VIII o IX o X secolo.”.
Meravigliano, inoltre, la precisione e la qualità dei ricordi che vengono riportati come stessero accadendo oggi, nonostante li avvolga una calda e nostalgica atmosfera del passato. L’autore, al termine dell’opera, confesserà: “Non c’è dubbio mi piaceva più la società del passato, con le sue stonature, rispetto a quella cosiddetta ‘evoluta’ del presente.”. Alcuni di essi ci rivelano cose che a certuni, come a me, erano per lo più ignote. Ad esempio, ci viene raccontato come un italiano di origine ligure, Amedeo Peter Giannini, fondi la Bank of Italy, e come questa divenga nel 1930 la Bank of America, a quel tempo “la più grande banca del mondo”. Di lui scrive: “era un mito, l’uomo che aveva ricostruito San Francisco; era colui che dava credito anche senza garanzie, guardandoti in faccia e verificando i calli sulle mani; era colui che aveva aiutato l’emigrato italiano a risollevarsi dalla miseria e dall’umiliazione e a costruirsi una nuova vita di speranza e di dignità.”. Anche il piccolo bar nominato il ‘Clubbino’, tuttora esistente, fa parte dei ricordi e ci viene narrato come nacque. Di questo bar, iconico del paese, fu anche amministratore contabile il mio defunto zio Giuliano Ragghianti. Commovente la storia d’amore tra Ida e Giovanni, quest’ultimo ritornato ricco dall’America. Tragico il momento in cui Mussolini, per sostenere le spese di guerra, confiscò il risparmio degli italiani costituito da titoli azionari stranieri: “Mio nonno si ritrovò di colpo da ricco a povero.”. Ma forse a S. Angelo c’è anche un tesoro nascosto: “sta sparso in un campo sotto un braccio di terra.”. Veda il lettore di che si tratta. E del popolare bruscello, tipico dei tempi andati, vuole il lettore conoscere l’importanza? Troverà verso la fine una esauriente risposta anche a questa curiosità, sapendo fin da subito che “Bello come il bruscello di Sant’Angelo non ce n’erano altri.”. Gli rimarrà impressa la figura del calzolaio Ermanno Locci, un tempo tra i migliori bruscellanti, e anche un’anima inquieta e sensibile, capace di dipingere quadri che l’autore, sorpreso, non immaginava di una tale bellezza.
Il libro, che ha come percorso fondante la famiglia e la vita dell’autore, e che per il suo contenuto appartiene già alla Storia delle abitudini delle corti rurali lucchesi (descritte doviziosamente, anche riesumando saporosi termini dialettali), è anche un inno alla vita d’una volta, dispensatrice di gioie e anche di comunioni solidali divenute oggi sempre più rare: “Si avvertiva un contagio generale di positività, di voglia di ridere e di divertirsi.”.
E ancora, sempre a proposito della vita di corte: “La corte non era soltanto luogo di lavoro e di fatica, ma anche di incontro, di convivenza, di lunghe chiacchierate e di grandi risate.”.
Landucci coglie pure i momenti di curiosità e di meraviglia allorché le nuove tecnologie (si pensi alla televisione e al telefono) s’impattano con l’antico. Nonna Ida Biancalana, di cui si parla spesso e, soprattutto, intensamente, a partire da pagina 125, può essere considerata l’archetipo, nel bene e nel male, di tale mutazione.
Non mancano personaggi a tutto tondo, come Sprecafichi, gran bestemmiatore, “il bestemmiatore più accanito di tutti i tempi, che sia mai esistito sull’intera faccia della terra.”. Leggerete pure di un altro personaggio, Delio, dall’aspetto sfortunato.
Due giovani ragazze, bellissime, Anna e Zaira, seppure appaiano poche volte, e all’improvviso, profumano di sé tutto il libro. Di Anna scrive: “Era meravigliosa. I capelli biondi, lunghi e riccioluti erano fermati sulla testa in un disordine solo apparente e lasciavano scoperto il candido bellissimo collo. Un vestitino stretto in vita esaltava e slanciava tutta la sua figura e valorizzava il suo seno. Camminava con eleganza e sensualità.”.
Di Zaira, un’acrobata del circo (intensa e tragica la sua storia d’amore con Ermanno, il calzolaio più sopra citato), si legge: “Era bellissima. I suoi movimenti erano sicuri, decisi, ma nello stesso tempo graziati, naturali e molto femminili. Era uno spettacolo di sensualità. I capelli volavano leggeri come lei. La sua gonna corta era strapazzata dall’aria, mai sazia, che la accarezzava.”.

26 dicembre 2024

Romina Lombardi: “Qualcosa fa Rumore” e “Plutino, il cane dell’Appennino”

Romina, una bambina che da grande voleva vivere tra i libri

Al quadrimestrale “Racconti e Poesie” che avevo fondato per stimolare i Lucchesi alla scrittura (era aperto solo alla loro collaborazione, e non di autori al di fuori della provincia di Lucca) e che ebbe vita dal 1992 al 1999 (una raccolta di tutti i numeri si trova presso la Biblioteca Statale di Lucca) giungevano puntualmente le poesie di una bambina che frequentava la scuola elementare. Un giorno suonò il campanello di casa mia, mi affacciai e al cancello c’erano una bambina e una signora anziana. Volevano parlarmi. Li feci entrare e li conobbi: erano la bambina che mi inviava puntualmente le sue poesie e sua nonna, una persona energica e spigliata. La bambina altri non era che Romina Lombardi. Parlammo a lungo e capii che, a quella tenera età, amava la letteratura. Già aveva programmato il suo futuro.
Passò il tempo e ogni tanto chiedevo a sua nonna che cosa facesse Romina, finché un giorno seppi che lavorava a Roma come collaboratrice dell’Agenzia Ansa. Non solo, ma s’interessava di letteratura. Ne fui contento. Ma Romina stava facendo solo i primi passi. Presto divenne una fervida creatrice di eventi letterari. Tornata a Lucca nel 2017, inventa, insieme con altri, il Festival Lucca Città di Carta, una manifestazione che vede coinvolte molte case editrici cosiddette minori, ma che hanno nei loro cataloghi opere di qualità e preziose. Presso il Circolo culturale Artemisia, con sede a Capannori, organizza presentazioni di libri; e non c’è giorno che non si dedichi a curare questo suo amore, che l’ha portata a scrivere anche libri, a due dei quali (un romanzo e un libro per bambini, entrambi editi da Casa Inverse: www.casa-inverse.it) dedico queste note.

Cominciamo dal romanzo, intitolato “Qualcosa fa Rumore”.
Folgorante l’avvio sotto il titolo enigmatico “Prologo-Epilogo” (che si ripeterà anche nel finale, come se inizio e fine fossero sempre state un’unica entità, un’unica misura), in cui si trova questa bella frase: “Perché quando non ti vedo, sei il tempo che passa inutilmente.”. Più avanti, troveremo un’espressione altrettanto bella: “Quando sei sparito dentro il tempo degli errori…”. È un romanzo carico di adrenalina; è qualcosa di più della storia di un amore difficile e dolente, litigioso, tra Emma Lazzarini (vicina ai 30 anni; è lei che racconta e rappresenta molto l’autrice) e Effe, un pittore comparso nella sua vita all’improvviso e che sta tentando di prendere il posto di Marco, il fidanzato quarantenne che vive a Parma. È, questo inizio, il grido straziato di una incomprensione che non riesce a sciogliersi, di un travaglio che non trova vie d’uscita. Questo grido, questo dolore lo si avverte tra le righe, anche nel percorrere il loro rapporto d’amore, che ha momenti di contagiosa tenerezza e levità e momenti d’intensa delusione e di tristezza, in una altalena di sentimenti (in qualche modo un ritratto dei nostri tempi) che arriva perfino a sfiorare la tragedia. L’autrice ha trapassato se stessa dentro le parole che descrivono quei dodici giorni di contraddizioni, di buio, di disperazione, di confusione, e anche di una sorda, malata e gravida paura (“Smetteremo mai di avere paura di noi stessi?”).
Lucca e specialmente il fiume Serchio partecipano come lenitori del dolore, come una breve pausa dalla sofferenza, ma non sufficiente. Così pure Roma, dove l’autrice ha vissuto per alcuni anni. Assisteremo a prolungate fasi in cui la sofferenza è lancinante. Si trasforma pure in una inquieta e attrattiva storia di sequestro (con la suspense di un giallo) di cui è vittima la protagonista e che, più che fisico quale appare, è soprattutto un sequestro psicologico. A questo riguardo, va annotato che il libro si divide in 2 filoni che qualche volta si intrecciano, uno, quello del rapporto tra Emma e Effe, che va sotto il titolo di Capitolo, e quello del sequestro che va sotto il titolo di Giorno, affiancati, entrambi, dai numeri in successione. In qualche modo rappresenteranno il passato e il presente. Da segnalare per armonia e bellezza di scrittura, a metà del lungo Capitolo 6, la festa di compleanno di un amico di Effe, Emanuele detto Highlander, che si svolge di sera intorno ad un grosso falò in un paesino di montagna. Scriverà Emma: “uno dei più bei ricordi della mia vita.”. Ciò nonostante, alla fine, il lettore si troverà di fronte, soprattutto, al diario radiografico di uno smarrimento dei sentimenti, o meglio ancora, di una perdizione dell’anima, di una fatica immane a risalire e a recuperare i rumori della vita: “Ecco perché se nella nostra vita c’è qualcosa di profondo che ci tormenta, in senso positivo o negativo, esso ci parlerà. Al di là di tutto, della gente, persino di noi stessi, il rumore verrà fuori e cambierà la nostra vita.”.
Ma se ci si sofferma un poco a riflettere, questo romanzo è anche una storia di solitudine.

Il secondo libro, “Plutino, il cane dell’Appennino”, con belle illustrazioni colorate di Elisabetta Donaglia, è una raccolta di 3 avventure che vedono implicato un cane di nome Plutino, solitario e scontroso, ma colmo di curiosità.
Vi si respira un’autrice diversa da quella incontrata nell’altro libro: serena, impegnata con gioia a dare felicità agli altri: ai suoi personaggi e soprattutto ai bambini che leggeranno le sue storie. Gli animali, come succede sempre nelle favole, parlano e Plutino, che somiglia al Pluto della Disney, viene rimproverato dai suoi 4 fratelli e sorelle per il fatto che rifugge la compagnia. Il nome glielo dà Lorenzo, un vivace ragazzino che lo ha scelto per i suoi giochi. I 5 cuccioli (3 maschietti e 2 femminucce) sono stati abbandonati davanti a una casa, ma presto vengono adottati da più famiglie. Li seguiremo e soprattutto seguiremo Plutino, che a poco a poco scoprirà se stesso e il mondo. Da segnalare la terza avventura, che vede il cane Ben cadere nel pozzo e gli altri a cercare di tirarlo fuori.

30 dicembre 2023

Luciano Luciani: “Rossa e plebea. Pisa, mezzo secolo fa”

Nato a Roma, è un lucchese d’adozione.
Gli anni Settanta, presi in considerazione dai ricordi personali di Luciani contenuti in questa sua ultima opera, uscita a novembre dell’anno scorso, li conosco bene anch’io. Avevo un incarico sindacale di responsabilità ed ero a contatto con il mondo dei lavoratori (ho tenuto anche assemblee nelle fabbriche). Erano anni di lotta per guadagnare alcuni diritti che lo Statuto dei Lavoratori, proprio nel 1970, aveva riconosciuto al mondo del lavoro. Non era facile trasformare quelle norme in realtà.
Nel mio rione di Pelleria, uno dei più popolari della città, vi era una Sezione del Pci, situata subito dietro la fontana della Piazzetta San Tommaso. In quel rione erano quasi tutti comunisti e se ne respirava la forte atmosfera rivendicativa e ribelle. A lato della fontana, al secondo piano di quello stabile, abitava nientemeno che Sergio Gigli, che fu senatore del Pci e segretario della CGIL di Lucca, oltre che attivo partigiano nel tempo di guerra. Una figura luminosa per umiltà e dedizione.
Il libro di Luciani, in cui ci consegna molta parte di se stesso, compresa la delusione per come sono andate le cose (“Se mi ripenso, mi vedo impegnato in una rincorsa continua, un inseguimento in cui qualcuno spostava sempre in avanti la linea del traguardo.”; “Vi osservo con distacco, e anche la pretesa di cambiare il mondo mi suscita solo un tiepido calore di fiamma lontana.”), ci riporta suggestivamente ai quei tempi, e i passi che l’autore muove riescono a rendere presenti (e perché non anche attuali?) quei giorni.
Chi ha la mia età prova un sentimento di riconoscenza verso l’autore per averceli ricordati e fatti rivivere e per averli ricordati soprattutto ai giovani di oggi che forse nemmeno immaginano i sacrifici che quei diritti sono costati.
Luciani aveva sui vent’anni, veniva da Roma a cercare lavoro nel mondo della scuola, appena laureato in lettere, e più precisamente ad insegnare nei Centri di formazione professionale (Cfp), messi a disposizione dei lavoratori e che l’autore s’impegna con altri a valorizzare e a promuovere. Un lavoro assiduo, ostinato e faticoso.
Uomo di sinistra, frequenta l’ambiente di sinistra. Ma allora la sinistra non era quella di oggi: il suo legame con i lavoratori era costante ed incisivo. Ricordo il sostegno dell’allora PCI alle battaglie sindacali. Poi il lento declino verso un partito radical-chic a cominciare, a mio avviso, dagli anni del “compromesso storico” (più volte ricordato anche nel libro) realizzato negli anni 1976-1977 con la Democrazia cristiana. Un mondo, dunque, scomparso.
Anche per questo, l’opera di Luciani, che non risparmia critiche alla sua parte politica (la sua stella polare don Milani), oltre che avere un suo valore letterario, è, grazie ad una formidabile memoria, una testimonianza storica (che si allarga anche fuori dei nostri confini) di alto profilo e significato.
E ora una nota per il piacere del lettore. In una delle prime pagine, troviamo un verbo poco usato ma garbato e suadente: “immegliare”, che sta per “migliorare”. Ancora: l’uso del meno noto “rostinciana”, anziché “rosticciana”. E ancora: l’italianizzato, dal francese, “Va senza dire”. Oppure espressioni belle come questa: “Intanto, a mia insaputa, avevo compiuto trent’anni”. Anche per queste preziosità, per queste rare perle, il libro merita la lettura. Un libro, va sottolineato, dettato dall’amore e dal piacere di raccontare.

30 marzo 2023

Giovanni Mariotti: “Carpae dies”

Scriveva Mariotti su Facebook il 24 luglio scorso: “Alcuni anni fa pubblicai da Franco Maria Ricci, in edizione numerata, “La carpa del sogno”: era voluminoso (360.000 battute) e farraginoso; una discarica abbastanza informe di pensieri e di sensazioni.” E, più avanti: ““Carpae dies” è il tentativo di riparare a quella mancanza che percepivo anche come una mancanza verso di me: da 360.000 le battute sono diventate 140.000; mi sono sforzato di scrivere un racconto perfetto e ho l’impressione di esserci riuscito.”.
“Carpae dies” è qui, nelle mie mani. Un libriccino di 171 pagine, in una elegante edizione cartonata che ne attira l’attenzione.
Mi accingo a leggerlo con grande curiosità, poiché Mariotti è uno scrittore perspicace e sottile, capace di intuire e di afferrare ogni minimo sussulto dell’anima nell’incontro con la realtà. L’opera è stata appena pubblicata ed è uscita nelle librerie il 25 luglio scorso.
Quanto detto su Mariotti poco fa, è rappresentato anche da questa immagine in cui il monaco giapponese Köji, pronto a farne il disegno, dice al pescatore Bunshi, “uomo piccolo, storto e peloso”, di liberare un pesce appena pescato, gettandolo nell’acqua del lago Biwa, giacché: “I guizzi convulsi di quegli esseri durante la traiettoria aerea trasmettevano alla sua mano una scossa che la percorreva sino a scaricarsi sulla punta del pennello”. Il monaco sognava sempre di essere un pesce, e in specie una carpa, specie che abitava il lago. Da esso dunque, come per magia, fuoriusciva un’ispirazione che si traduceva in un immediato disegno, espressione intima di sé.
È questo uno dei fili nobili della trama, tessuti con la mano abile dell’autore, tanto sensibile e veggente. Vi compare anche una stretta correlazione tra sogno e realtà, per cui diventa impossibile distinguere il monaco dal pesce amato, tanto che gli spostamenti temporali e spaziali in cui si sente coinvolto si traducono sempre in un eterno presente.
Köji muore, ma certi misteri lo riportano alla vita; subito si parla del pescatore Bunshi che va in giro per il villaggio nel tentativo di vendere un grosso pesce, che nessuno vuol comprare. Che cosa ci nasconde questo passaggio? Mariotti lo rende semplice e implicito, ma il lettore avverte la magia e l’imperscrutabilità dell’esistenza: “Era in momenti del genere che Köji raccontava com’era diventato pesce e quel che gli era accaduto fino al momento in cui Bunshi lo aveva pescato.” (nella seconda parte assisteremo al dialogo tra Bunshi e il grosso pesce in cui era stato trasformato Köji, che il pescatore si porta sulle spalle).
Vengono in mente le ultrarealtà, il velo che divide il reale dall’irreale cari a Carlo Sgorlon, ma qui realtà e irrealtà si mescolano in un presente e in una compartecipazione straordinaria avvertibile solo con gli intimi strumenti dell’anima: “Ne deduco che le forme possibili sono un numero limitato e che i mondi giustapposti sono un unico mondo dove tutto consiste in una scomposizione e ricomposizione ininterrotta di fisionomie.”.
È un romanzo di grande spessore che, sotto l’apparenza di una scrittura semplice e accattivante, da favola (si veda il racconto che di sé fa Köji e la sua trasformazione in pesce, nonché il suo incontro con la polla della dimenticanza), nasconde le molte inquietudini e i molti misteri presenti non solo nella vita dell’uomo, ma nell’intero universo: “Ogni individuo aveva infinite sfaccettature e la gerarchia degli esseri era oscura: accadeva di sfiorare dèi e demoni senza saperlo.”.
Si fa sempre più chiara la convinzione che lo straordinario racconto sia soprattutto un’ironica, ma malinconica, metafora della società umana, e vieppiù dell’esistenza.
Il romanzo ha un’appendice, il racconto intitolato “L’appuntamento dei crisantemi”. Ha lo stile garbato ed umile della fiaba.

28 luglio 2025

Giovanni Mariotti: “Piccoli addii”

Ciò che ci colpisce di questo autore di origine lucchese è la scelta dei temi che occupano il suo lavoro, tutti nel segno della originalità e guidati da un’intelligenza curiosa e sopraffina. Si può dire, dunque, che qualsiasi libro ci capiti tra le mani di Mariotti, esso non sarà mai banale, e di più, non ne avremmo mai potuto leggere un altro simile a meno che l’autore non corrispondesse in tutto e per tutto a lui.
Credo perfino che le qualità complessive di Mariotti siano irripetibili e ne costituiscano il suo punto di forza a tutto tondo.
“Piccoli addii” è un libriccino che, per le sue piccole dimensioni, sembrerebbe non volere farsi notare; addirittura il prezzo di vendita è di 5 euro. Uscì 5 anni fa, nel 2020, per Adelphi, una casa editrice raffinata ed esigente.
Nella breve nota introduttiva, Mariotti ci informa che il libro contiene parti di una sua rubrica intitolata “Piccoli addii alle cose della vita” che teneva nel 2004 sul “Corriere della Sera”: “Ho accorciato il titolo, aggiustato i testi e aggiunto materiali dispersi qua e là, per esempio fogli o ritagli conservati da mia moglie in una scatola delle scarpe.”.
Si tratta di ricordi di oggetti, animali, abitudini, persone che hanno caratterizzato il vissuto dell’autore, che li rammemora con nostalgia e tanto affetto. Le calze ambite dalle contadine, la pelliccia di volpe che sua madre indossava la notte di Natale, il salvadanaio, la carta assorbente, la carta moschicida (solo qualche esempio) diventano personaggi compiuti, accarezzati da una scrittura a volte ridente (“Vi erano salvadanai spensierati, per esempio a forma di porcellino; il mio era riflessivo e quando lo guardavo mi sembrava preoccupato.”), ma soprattutto tenera e malinconica. Scriverà più avanti, nella seconda parte: “avevo capito che ironia e autoironia potevano diventare per me la salvezza.”.
Ecco una notte di Natale di un tempo che fu: “Illuminando il sentiero con un lanternino camminavamo sino alla chiesa; era umile e disadorna ma piena di luci e di fiati; avrò avuto quattro o cinque anni e prendevo posto nella parte riservata alle donne con mia madre e la volpe.”.
Bella quest’altra descrizione di lui fanciullo che siede vicino al fuoco del camino: “Così passavo le ore: con viso, mani tese e gambe larghe arrossati dal fuoco contro cui mi stringevo, seduto su una scranna da bambino piccola al punto da trovare posto sotto la cappa; da dietro mi arrivavano spifferi gelidi, pugnalate di ghiaccio che trafiggevano la schiena.”.
C’è tanta poesia in questi ricordi e numerosi sono i passaggi che andrebbero segnalati. Mariotti li ripercorre con una memoria ancora calda di intimità. La lettura non fa una grinza ed è sempre piacevole e leggera.
Nella seconda parte brani di letteratura vengono scossi dal brivido del ricordo nostalgico (Jules Verne: “Cinque settimane in pallone”). nonché brani di vita dell’autore adolescente o poco più vengono percorsi col triste sentimento del non ritorno (si leggano le belle pagine che segnano il suo arrivo, negli anni Sessanta, a Milano, dove Mariotti andò ad abitare e ancora vive. Ha con sé una valigia di cartone). Qui incontra un altro lucchese, che anch’io ho conosciuto, Romeo Giovannini, che gli sarà d’aiuto nella nuova città.
Termino, scrivendo che a tratti mi sono commosso, poiché alcuni di quegli accadimenti li ho vissuti anch’io (pure mia madre mi lavava nell’acquaio; mio padre doveva uscire guarito dall’ospedale e invece il giorno dopo era morto, come sua madre) e anch’io ho passeggiato tante volte “per le quiete, ronzanti vie di Lucca.”. Il libro, benché riguardi un passato che non ritorna se non con la memoria, è, proprio grazie alle eccellenti qualità del suo autore, sorprendentemente vivo.

29 luglio 2025

Giovanni Mariotti: “Il bene che viene dai morti”

Con questa lettura si conclude il mio breve omaggio, per quello che vale, a quest’autore a cui mi sento legato per il suo amore verso la stessa mia terra, la Lucchesia.
Oltre a “Storia di Matilde”, “Piccoli addii” e “Carpae dies”, ho altri suoi romanzi, che acquistai a suo tempo: “Lazzaro o Le tribolazioni di un risorto”, “L’amore lungo”, “Gabbie”. Soltanto a sfogliarli, se ne avverte l’originalità. Ma ho addosso i miei anni e Mariotti mi perdonerà se mi fermo qui e se le mie letture sono diventate minime rispetto a quelle di alcuni anni fa che occupavano una media di 7/8 pagine, e qualche volta di più.
Il romanzo “Il bene che viene dai morti” vinse il Premio Bagutta nel 2012 e, dunque, un qualche suo valore deve averlo e lo si deve ammettere anche prima si affrontarne la trama.
Ma leggere Mariotti è anche, e sempre, un piacere tonificante, e perciò, cercherò di trasmetterlo anche ai miei pochi lettori.
Subito entrati in città dalla porta San Donato, a Lucca, a destra c’è un grosso edificio oggi adibito a manifestazioni d’arte. Lì un tempo sostavano gli autobus della Saca, che vi venivano anche riparati. Era il mezzo di trasporto diffuso nella Lucchesia, insieme con la Lazzi che, quest’ultima, ancora perdura.
Mariotti la ricorda in apertura del suo libro. Vi saliva a Viareggio per raggiungere il paesino di Pedona, dove abitava.
Il libro ci narra una storia d’amore (si tenga conto anche della nota finale) che coinvolse l’autore in gioventù, e che viene fatta rivivere dallo stesso, con malinconia e rimpianto, visto che non si è potuta concludere in vita per la morte dell’amata Bruna, ancora giovane, in un incidente stradale.
È non solo un ricordo, però, ma anche una confessione di sé, un tentativo di capire le ragioni della propria esistenza. L’autore ci coinvolge e sentiamo pure noi palpitare la vita che non è mai di uno solo, ma tutti ci accomuna, ci rende consimili.
Pedona, il suo paese, diviene il centro del mondo, un’area in cui sgorga una raggera che ci lambisce. E il viaggio diventa un cammino verso il proprio destino: “Ignoro quando sia entrato in me quello che sarebbe diventato il ‘motivo’… la figura intorno alla quale la mia vita ha finito per disporsi. ‘Motivo’ che mi ha accompagnato fino a oggi.
Probabilmente fu allora, negli anni della Saca.”.
Bruna gli riserva sempre sulla Saca un posto accanto a lei e durante il viaggio chiacchierano poco (lei legge “Bolero”, lui i classici, tra cui “L’educazione sentimentale” di Flaubert) e tuttavia la sola contiguità approfondisce miracolosamente la loro conoscenza. Lui è ansioso, ha paura del mondo, per strada cammina veloce, non guarda nessuno. Sempre pellegrino, sempre eremita: “Mi occupavano la vergogna di esistere, la paura del futuro, il pensiero intermittente del suicidio.”. Solo quando è con Bruna scopre di essere vivo: “Nemmeno mi chiedevo se fosse bella, bruna, oppure no; o se ne fossi attratto. Era una ragazza di Pedona: senza civetterie, appannata, silenziosa; prigioniera di un impalpabile ragnatela di stanchezza alla fine di giornate di lavoro tutte uguali.”. Bruna, di sedici anni, lavorava in un calzaturificio, lui, ventenne, era studente alla università di Pisa: “Di ritorno dall’università sul tavolo di cucina mi aspettano pane, salame, polenta ‘dolca’, zuppa di cavolo nero, scodelle di minestrone ancora tiepido.”. ‘Dolca’ nel dialetto lucchese significa morbida, molle.
Commovente lo sforzo che in tutto il romanzo l’autore fa per restituire alla vita la giovane (dirà la mamma dell’autore, Angelina, che Bruna è stata male “Dev’essere quasi un anno; dopo che sei partito”).
Lungo il viaggio da Viareggio a Pedona ella grava sull’autore come un’anima in pena: “Credo che il pensiero di ‘non valere’, di essere una creatura insignificante, l’avesse lesa, come una spina penetrata in profondità che nessuno avrebbe potuto estirpare, nemmeno continuando a frugare dolorosamente con la punta di un ago nella carne viva.”.
La presenza di Bruna lo accompagnerà sempre, anche quando, vinto un concorso, lascerà Pedona per andare a vivere a Milano. Speciale è la terza parte, allorché l’autore ci ricorda il periodo trascorso nella Certosa di Farneta e ce ne narra le abitudini nonché la fascinazione dei fuochi fatui e la paura dei morti ‘confinati’ da qualche parte intorno a noi: “Sono qui, credo… poco lontano da qui. Forse nemmeno sanno di essere morti.”.
La terza parte, che ha accenti gotici, dà il titolo al libro: “Accade, quando muore qualcuno che ci voleva bene, di essere gli stupiti beneficiari di qualche piccolo e inatteso colpo di fortuna.
Mi accadde con Bruna; mi è accaduto in altre occasioni: dopo la morte di mio nonno; dopo quella di mia madre.
È ‘il bene che viene dai morti’.”.
Il libro, soprattutto nella seconda parte, ha molte affinità, tanto nei ricordi (la sua vita a Milano) quanto nel sentimento che li ispira, con “Piccoli addii”, uscito qualche anno dopo, nel 2020.
Verso la fine leggiamo questa bella immagine: “Mi ricordai di quando, bambino, sull’aia di Pedona, soffiavo soffiavo, finché dell’enorme, imponderabile palla sospesa a una cannuccia non mi restava, sulla punta del naso, che una fredda goccia di sapone.”.
Sì, devo scriverlo: con quest’opera Mariotti ci confida e ci consegna una parte intima di sé. Un gran bel libro.

31 luglio 2025

Marco Martinelli: “Memorie dalla luna”

Vi parlerò di un Capolavoro, con il dispiacere di non potere, per mancanza dell’antico vigore, dilungare, come facevo un tempo, il mio viaggio nell’opera.

Commentando il suo romanzo di esordio, “Piccolo loto giapponese”, del 2019, così concludevo: “C’è da aspettarsi del buono da questo bravo esordiente, già scaltro nella costruzione della macchina narrativa e efficace nella scrittura. È certamente più che una promessa, un albero forte che darà ottimi frutti.”. Martinelli è un giovane scrittore lucchese, classe 1985.
Uscì poi a conferma “Vivo per sempre”, del 2021, ed ora, a distanza ancora una volta di 2 anni, ecco che la sua casa editrice Giovane Holden dà alla luce il suo terzo romanzo, uscito ad aprile 2023, quindi poche settimane fa e sconosciuto ai più: “Memorie dalla luna”.
Il Prologo con quel paragone tra macchina fotografica e occhio umano è travolgente, già da consumato narratore. Si ha giusto la sensazione che la maturità dello scrittore sia stata già raggiunta, e coinvolge il nostro interesse per la lettura. Questo il suo benvenuto al lettore: “Signore e signori, benvenuti in un mondo che non esiste.”.
Ci inoltreremo nelle memorie e riflessioni, numerose (“Era il primo di gennaio di molti anni fa quando diventai il riflesso dello specchio.”; “… la fantasia è l’ultimo briciolo di umanità che rimane a un uomo che possa definirsi ancora vivo.”), di un ergastolano, Theo Sullivan (nato da genitori italiani; l’ambientazione è in una prigione americana) il quale ci dice che è “giunto alla conclusione che l’unico Big Bang della storia sia stata l’invenzione della scrittura.”.
E Martinelli la sa usare bene, costruendo, a volte con una invidiabile potenza narrativa (capace anche di teneri ma sorvegliati intermezzi romantici come il rapporto con Christine), una intelaiatura non facile della storia, piena di particolari che mostrano capacità di ricerca e di studio non indifferenti.
La vita passata, inquieta e pericolosa, di un carcerato viene analizzata con la facilità con cui un chirurgo incide una ferita. Il personaggio vi si rivela come sotto la lente di un microscopio, trasformando paure e speranze in tessiture dell’anima.
Non vi è spavento, nelle analisi e nella ricostruzione della propria vita da parte di Sullivan, ma l’evoluzione di una primitiva inquietudine e di una sociale frustrazione che si devono trasformare nella realtà di una nuova, seppure perigliosa, esperienza: “Io con quei dannati fogli di carta puzzolente compravo il silenzio dei miei sensi di colpa.”.
Nel racconto non mancano visioni oniriche, alcune intermediate dai tarocchi di una chiromante, le quali, ripercorrendo la vita del protagonista, ne fanno un esempio di fragile umanità. Altre, verso il finale, ci trasferiscono in un tempo lontano, in una esistenza vissuta da Theo in epoche diverse, primitive e ai tempi dell’Inquisizione, come se di ciò che accade oggi dovessimo, sempre, ricercarne le ragioni in uno sconosciuto passato, che per qualche istante si ravviva.
Si avverte qualche volta la sensazione che spesso si ritrovino tratti autobiografici che collegano alla realtà le vertiginose esperienze sensoriali e psicologiche di Theo: “Fin da piccolo non ho mai ben capito quale fosse veramente il mio ruolo nella vita.”.
Molti i richiami che l’opera sollecita; ne cito solo alcuni: il romanzo “On the road” di Jack Kerouac, del 1951, il film “Easy rider. Libertà e paura” di Dennis Hopper, del 1969 e il romanzo “Siddharta” di Hermann Hesse, del 1922. E perfino l’antico capolavoro orientale del X secolo, “Le mille e una notte”: “Mi sentivo leggero, senza peso, puro spirito. la fiammella mi chiamò a sé, il mio corpo lentamente iniziò a svanire, si scompose in un turbine scintillante di energia e fui risucchiato dentro la lanterna.” Viene in mente anche “Sabrina” di Billy Wilder, del 1954, con la splendida Audrey Hepburn. Nel risvolto di copertina si cita Jack London e un suo romanzo che non ho letto: “Il vagabondo delle stelle”, del 1915, a motivo di un incontro in un bar con un cantante corpulento che sembrava “venuto dalle stelle.”. E quando si parla della professione di fotografo, perché non pensare anche a “I ponti di Madison County” di e con Clint Eastwood, del 1995: “Le mie foto finirono sulle pareti e le porte delle camere di mezza America.”. Il pezzo che ci parla dell’Avana, richiama Hemingway. Nella cazzottata del carcere, ci sono i segni de “Il miglio verde” di Frank Darabont, del 1999.
Un romanzo non facile (tuttavia saldamente tenuto sotto controllo dall’autore), e ricco di humus, di emozioni, di rimandi e di tante immagini create all’improvviso dalle parole, che ne fanno un testo ragguardevole. Da segnalare l’incipit del capitolo 8, e il suo intero contenuto, e il teatrino delle marionette e la partita di pallacanestro descritti rispettivamente nel 10 e nell’11. Come pure l’onirica e originale passeggiata nella serra del capitolo 16, che parrebbe una conclusione ed invece è un inizio: “La libertà mi stava aspettando laggiù.”. Incomparabile il capitolo finale, il 18.
Chi può, segnali questo originale romanzo alle giurie di qualche Premio letterario tra i maggiori. Farà Bingo!

29 giugno 2023

Italo Meschi: “Poesie, riflessioni, testimonianze”

Nel corso della lettura di un libro di Pier Giuliano Cecchi: “Barga. La storia del Teatro dei Differenti”, ho trovato un accenno al lucchese Italo Meschi (Lucca, 9 dicembre 1887 – Lucca, Carignano, 15 ottobre 1957), riconosciuto come “l’ultimo trovatore italiano”. Lui si definiva, invece, “povero musico ignorante” (in una lettera immaginaria indirizzata a Girolamo Savonarola e datata Lucca, 21 Marzo 1953). Quand’ero ragazzo e passeggiavo per le strade della mia bella città di Lucca, l’ho visto più volte. Non si poteva non notare. Aveva i sandali ai piedi, una borsa a tracolla, lunghi capelli e una folta barba che incorniciavano il viso di un uomo bello e alto. Una figura, seppur dimessa, attrattiva (era soprannominato “il Cristo”). Mi ricordo che camminava con passo svelto. Ma quando aveva con sé la chitarra, una chitarra molto grande, che lui chiamava “chitarpa” e che aveva voluto fosse speciale, come del resto lo era lui (“da lui ideata e creata”, La Tribuna Illustrata, 15 aprile 1928; Guglielmo Lera preciserà nella testimonianza alla fine del libro che erano 12 corde: “Sei corde correvano sulla tastiera, sei fuori”), chi lo incontrava, notava in lui due personalità che si univano in una simbiosi d’arte. Non l’ho mai ascoltato suonare e cantare, ma so che era un ammaliatore.
Così, ho ripreso in mano un libro a lui dedicato dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea in provincia di Lucca, uscito nel 1993 con l’editore NEROsuBIANCO. Ha l’introduzione della nipote Laura Bedini. Il titolo esatto è “Italo Meschi, musico cantore della Terra Lucchese. Poesie, riflessioni, testimonianze”.
Si apre con la poesia, che vi fa la parte del leone. Sono molte e quasi tutte senza titolo. Si distinguono per un dolce e mai gridato cantico alla vita, pervaso da un amore verso il creato, spesso vilipeso dall’uomo, nonché per una innocente tenerezza, velata a volte da dolorosa malinconia: “Son fermo e muto/nell’aer silenzioso/mi sento cupo,/quasi insonnolito.” (La Cappella, 18 Dicembre 1943). Ancora: “Così nella Vita la bellezza/scolorisce, appassisce,/lasciandoci l’anima/profondamente triste. (La Cappella, 24 Ottobre 1943). Molte poesie sono datate in quella località, dove ha vissuto per qualche tempo. Per 33 anni ha vissuto, invece “appollaiato” “in cima al Torrione dugentesco” (si trova indicato nella Premessa alla poesia “Vecchiaia”, bella e commovente, scritta a Lucca, il 6 Novembre 1954). Si tratta di uno dei 2 torrioni che compongono a Lucca Porta San Gervasio e Protasio. A proposito della vecchiaia, pensose e commoventi sono le poesie di quel periodo. L’ultima, forse la più bella, è un addio e s’intitola “I desideri miei quand’ero giovane”, composta a Lucca l’8 Agosto 1956, un testamento, una rivelazione dell’anima. Morirà, infatti, l’anno dopo, il 1957, stanco e malato.
Talune rivelano una sensibilità religiosa accompagnatrice e consolatoria. Nostro Signore viene appellato come “Maestro d’amore” (così nella poesia scritta a La Cappella il 20 Giugno 1943). Troviamo anche alcune poesie d’amore dedicate “alla bella dormiente”. Questa comincia così: “Quante volte prego Iddio/Anch’io ho bisogno/di un capo da carezzare,/d’un viso da baciare,/di una fanciulla/cui poter confidare./Tu sei la donna in cui ho fede;/Ti dedico tutto me stesso/puoi ricambiare/il mio affetto?…(La Cappella, 15 Luglio 1943 -vi è l’annotazione “giorno doloroso”).
Degli anni della Seconda guerra mondiale lascia un segno sdegnato e dolente: “Oggi triste giorno di guerra/bombardamenti vicini,/distruzioni sulla terra.”.
Uomo di pace, la disdegna.
In una lettera scrive: “La notte ho sentito quel maledetto allarme e poi gli scoppi che sembravano tanto vicini. Mi sono alzato e ho pianto tanto.”. Alle nazioni Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti d’America, Russia, Germania dedica alcune poesie nelle quali, con durezza, le accusa dei mali che affliggono il mondo: “Smettete o sciagurati/i vostri pensieri sbagliati,/arrendetevi a discrezione./Dalla pace tutto riavrete/con la guerra tutto perderete.”. (“Germania – Italia”, senza data).
Anche qui è assai esplicito e dirompente: “È finito l’anno/ma non è finito/l’umano macello, insulso, vano sterminio/di vite preziose/di tante buone cose,/sei lì a dimostrare/quanto l’uomo è lontano/dall’amore cristiano. (…) Luce e potenza di divino amore,/datemi la forza/ di far cessare quest’orrore.” (“21 Dicembre 1943”). L’invocazione all’’intervento di Dio è frequente. “Signore!/Abbiate pietà de’ nostri orrori,/mandate un raggio di luce/ne’ pervertiti cuori.”. (“Pasqua 1944”)
Dalle poesie si nota quanto la guerra abbia inciso nell’anima del poeta. Il suo lamento è in realtà un grido rivolto non solo agli uomini ma anche a Dio, che rimane silenzioso di fronte alle efferatezze della guerra. Solo quando lo sguardo si distoglie dall’uomo e si rivolge alla natura, la presenza di Dio è invocata e avvertita: “Forma, profumo, colore;/una sola cosa mi fa dire:/grazie, sublime Creatore.” (La Cappella, 20 Luglio 1947); “Adesso la bellezza/m’ha inebriato,/guardo il cielo,/piego il capo,/ringraziando/l’Autore del Creato.” (Chiatri, 30 Dicembre 1951).
Seguono nella seconda parte del libro foto, documenti e testimonianze, con estratti dai giornali che si occuparono dei suoi concerti. Citiamo da un articolo apparso su “Il Nuovo Giornale” il 29 Marzo 1924: “Italo Meschi ha suonato davvero con grazia e sentimento nobilissimo, dimostrando in pari tempo di possedere una bella tecnica, ricca di risorse, (specialmente notata la fluidità della mano destra) ed una notevole padronanza della tastiera.”. Tra questi documenti è da notare un articolo apparso a firma Il Cristo Errante de “Il Mattino dell’Italia Centrale” del 26 Settembre 1951, in cui è descritta la piccola stanza che Meschi abitava in cima al torrione di cui s’è detto: “Fra quelle pietre, in cima a quella scaletta che, sempre più ritta, arriva agli ottantasei scalini e giusto a metà strada, sfiora l’usciolo inchiavardato d’una prigione che inutilmente, oggi, cerca di non far venire i brividi ospitando una sedia senza una gamba, una bicicletta fuori uso, tre o quattro camere d’aria, e quant’altro, insomma, farebbe onore a un normalissimo ripostiglio, fra quelle Mura, dicevamo, è andata a fare il nido la più bella e pittoresca, e per molti versi significativa, vita umana che ci sia capitato, da gran tempo a questa parte, di incontrare. Lassù abita Italo Meschi”.
Guglielmo Lera ricorda Meschi quando abitava alla Cappella, in un articolo apparso su “La Provincia di Lucca” nel numero di Aprile-Giugno 1973. Così scrive della sua abitazione: “Ci trovammo all’interno senza volerlo. Una panca con spalliera di legno presso il camino. Due panchette di castagno rozze e scomode, un tavolo con zampe di leone e piano rientrante, quattro belle sedie di gusto neoclassico. Nell’angolo un paravento di seta orientale con dietro la dispensa. In terra un tappeto che abbracciava tutta la stanza.”. Ci dà anche la descrizione dell’uomo: “Italo Meschi era alto, aveva barba fluente ed occhi azzurri. Le mani color dell’avorio, il naso aquilino e una capigliatura che gli indorava le spalle.”.

3 giugno 2024

Stelvio Mestrovich: “Il processo a Lucca del brigante Musolino” e “I manoscritti non bruciano”

Nato a Zara, è un lucchese d’adozione. Molteplici i suoi interessi culturali. Grazie a lui, si è avuta a Vienna la rivalutazione del musicista italiano Antonio Salieri, contemporaneo di Amadeus Mozart. Varie sue pubblicazioni, sempre in campo musicale, hanno portato alla riscoperta di musicisti italiani dimenticati. Si veda, per tutti, “Vita e opere dei compositori dimenticati dal 1600 al 1900”.
Autore di romanzi e racconti, alcuni dei quali davvero notevoli come “Suzanne”, si è interessato, con ricerche approfondite, anche a patologie sociali da cui emergono vizi e lacune della nostra società, tuttora attuali.
Ne sono prova gli ultimi due suoi lavori: “Il processo a Lucca del brigante Musolino” e “I manoscritti non bruciano”.

Il primo riporta minuziosamente i verbali delle numerose udienze tenute presso la Corte d’Assise di Lucca dal 14 aprile all’11 luglio del 1902, che si conclusero con la condanna di Musolino all’ergastolo.
Ė una lettura avvincente che trascina il lettore dentro il processo, da cui traspaiono le condizioni civili e sociali di una parte della Calabria toccata dal banditismo e dalle vendette perpetrate per mano della ‘picciotteria’.
Mi piace riportare quanto si scrive nel verbale a riguardo del Cav. Avv. Sansone, Sostituto Procuratore Generale, il quale riconosce “di parlare di Toscana, la terra classica del dolce idioma, dove non può essere gradita la sua voce rude e spesso impropria di meridionale; dove sono valorosi discepoli del grande Carrara, che possono annientare facilmente la pochezza del suo sapere.”. L’avvocato era calabrese e il Carrara cui si accenna altro non è che l’illustre giurista lucchese Francesco Carrara (Lucca, 18 settembre 1805 – Lucca, 15 gennaio 1888), la cui statua è eretta nel cortile di Palazzo Ducale.

La seconda opera, che ha la prefazione di Vincenzo Pardini, conferma l’impegno di Mestrovich nella ricerca e nello studio delle fonti, che, come succede qui, talvolta mette in discussione. La figura di Lucio Ponzio Pilato è come trasfigurata dalla presenza di Gesù, al quale non portò rancore e che lasciò predicare per tre anni non trovando nelle sue parole alcunché che minacciasse l’autorità di Roma.
Ponzio Pilato e Gesù si incontrano di nuovo nella seconda parte del libro grazie al romanzo “Il Maestro e Margherita”, il capolavoro di Michail Bulgakov, di cui Mestrovich fa una disamina, anche critica. Molti sono, infatti, gli spunti che il libro offre al lettore per più approfondite riflessioni.

4 dicembre 2022

Stelvio Mestrovich: “Satana il Santo. Effetto Rasputin fra leggenda e realtà”

Dezza è un piccolo paese nel comune di Borgo a Mozzano (Lucca). Da qualche anno vi si è trasferito l’autore facendone il suo nido d’artista. Qui ha scoperto la sua passione al disegno e ha già realizzato alcuni suoi quadri.
Ma la sua dote più qualitativamente elevata è quella del narratore. Numerosi ormai sono i suoi romanzi, i suoi saggi, le sue biografie, i suoi studi sulla musica, altra sua eccellente passione. Di lui mi sono occupato più volte, e sempre restando soddisfatto del suo lavoro.
Ora mi trovo tra le mani quest’ultima opera che riguarda il noto monaco cristiano e mistico ortodosso Grigorij Rasputin, che fu anche consigliere della famiglia reale dei Romanov: “Satana il Santo. Effetto Rasputin fra leggenda e realtà”, uscito il dicembre scorso per i tipi di Tralerighe libri.
Quella di Rasputin è una vita movimentata, con alterna fortuna, e Mestrovich ce la sa raccontare come se stesse scrivendo un romanzo: in modo trascinante e ricco di colpi di scena.
Sin da piccolo si manifestarono in Rasputin (suo diminutivo Grichka) le doti di veggenza e presto fu considerato un profeta degno (non per tutti però; alcuni lo identificavano addirittura con Satana) di rispetto e di attenzione. Fu accolto a Corte dallo Zar Nicola II e soprattutto dalla Zarina Alessandra, che lo considerava l’unico in grado di guarire il figlio malaticcio Alioscia. Appartenne alla setta dei “Flagellanti” e “non ricevette mai alcun ordine sacro”. Vi si trova questa descrizione: “il taumaturgo era un uomo magro, alto, con una lunga barba fluente e con i capelli ricadenti in lunghe ciocche sulle spalle, divisi in mezzo da una riga, come i capelli di Cristo nelle Icone.”. E anche: la sua forza “stava tutta negli occhi minuscoli, acuti e penetranti come aghi celesti e di ghiaccio. Chiunque lo guardasse ne rimaneva prima soggiogato, poi vittima confidenziale.”.
Mestrovich, che non ama Rasputin che considera responsabile della tragica fine della Famiglia Imperiale, si fa portatore anche di citazioni da vai autori che, come lui, si sono interessati del personaggio “corruttore, libidinoso, depravato e lussurioso, ma questi vizi erano visti come perle della sua corona di santità.”. Del resto, ci dice l’autore, il nome Rasputin significa “sporcaccione, bordelliere, stupratore.”. Ciò che egli fu davvero nella sua tragica vita. Finisce assassinato e alcune pagine sono dedicate a raccontarci le motivazioni (fu accusato, tra l’altro, di essere una spia dei tedeschi) e i preparativi di questa congiura (si leggano i capitoli 10 e 12, tratti dalle “Memorie” del Principe Jusupov o Yussupoff, una delle fonti più importanti dell’autore). Rasputin, sicuro di sé, aveva confidato: “Capiterà del male a tutti coloro che alzeranno la mano su di me.”.
Il libro è ricco di episodi che hanno visto come protagonista nel bene e nel male “il pazzo d’Iddio”, come anche veniva chiamato.
Si respirano gli anni della rivoluzione comunista dell’ottobre 1917, che si farà sentire – anche nella fase preparatoria – nelle pagine di Mestrovich il quale, all’inizio del Cap. 9, scrive: “Si direbbe che non ci sia alcun rapporto fra il bolscevismo e il rasputismo, ma non è così.”. E ce lo spiega, dimostrandoci di sapersi muovere tra intrighi e ipocrisie di quegli anni movimentati e che hanno segnato la Storia del mondo.
Il saggio, adatto ad aprire un dibattito, è corredato da un’ampia, interessante e scrupolosa documentazione.

17 gennaio 2024

Stelvio Mestrovich: “Nikita e i ritratti maledetti”

Mestrovich vive il suo isolamento nel piccolo paese di Dezza, nel comune di Borgo a Mozzano (Lucca) immerso nell’arte. Pochi come lui. La letteratura, la storia, la musica, la pittura gli tengono compagnia e lo aiutano a non farsi travolgere dallo sconforto che la società attuale gli procura.
Lo stesso mondo dell’arte, sempre più appannaggio di personalità vanesie ed egoiste, gli causa più di un motivo di risentimento. E ha ragioni da vendere. Uno bravo come lui merita un’attenzione maggiore e più rispettosa. I valori che esprime sono di valenza universale. La vita e la morte che si incontrano nelle sue opere, la stessa rabbia che le accompagna, acquistano una vocazione non più personale ma pervasiva in chiunque le affronti.
Con la casa editrice Porto Seguro nel novembre 2023 ha pubblicato un altro libro, anzi un libriccino di circa 100 pagine, dal titolo: “Nikita e i ritratti maledetti”. La passione per la letteratura russa è un’altra delle sue peculiarità.
Nikita Nicolaevich Stepanov è un pittore che vive a Mosca: “Non aveva completato gli studi, ma il talento, dicono, non ha bisogno di maestri; spesso questi ultimi sono utili soltanto ai mediocri e ai fannulloni.”.
Una sua amante, Olesya (mi ha richiamato alla mente Susana, la protagonista che si prende giuoco degli uomini nel film “Adolescenza torbida (Susana)” di Luis Buñuel, del 1950), gli promette (ma è un inganno) di sposarlo solo dopo che lui abbia riprodotto una foto che la ritrae bambina, imitando però lo stile del francese Henri Matisse. Poco prima Nikita aveva acquistato un quadro su cui era dipinto un bambino che piange, eseguito da Bruno Amodio, in arte Giovanni Bragolin, soprannominato ‘El Diablo’, un pittore maledetto morto nel 1981. Il quadro e tutti gli altri che gli somigliavano, parevano portare in sé una maledizione. Prima o poi, la casa di chi ne possedeva uno andava a fuoco (succederà anche a Nikita). Lo stesso ritratto di Olesya bambina avrà poteri soprannaturali.
Queste sono le coinvolgenti premesse della storia che ci racconta Mestrovich. La scrittura linda ed essenziale e i capitoli brevi ne fanno un accattivante libriccino. Il lettore si troverà avvolto da atmosfere e situazioni surreali. Viene in mente anche “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde.
Vi incontriamo paesaggi tipici della letteratura russa che trasudano dell’amore che Mestrovich nutre per questa terra, di cui conosce pure la lingua. Nonché accenni (non privi di una certa violenza) alla guerra in corso tra Russia e Ucraina e Mestrovich ci dice apertamente da che parte sta e si lamenta con l’Italia per la posizione assunta nel conflitto.
Ad un certo punto il racconto sarà inframezzato da un diario tenuto dal protagonista, in cui si riverseranno convinzioni e angosce della sua anima, che anticiperanno la tragedia finale

26 febbraio 2024

Felice Muolo “I confini dell’inganno”

Lo scrittore pugliese non è nuovo al romanzo. Mi sono già occupato di lui più volte e sempre manifestando la mia soddisfazione per la lettura delle sue opere.
In questi giorni è uscito il suo ultimo lavoro: “I confini dell’inganno”, edito da De Tomi Editore.
Si caratterizza per un intreccio che porta sulla scena personaggi luoghi e situazioni che si muovono in tempi diversi e tendono ad un obiettivo attrattivo, che si rivelerà a cominciare dalla metà del romanzo nella tipologia di un giallo con molti delitti. Il racconto è attraversato spesso da una atmosfera gelida che fa del delitto il capro espiatorio di una follia esistenziale. Come pure, il perimetro che contiene i luoghi ove si svolgono le azioni dei vari personaggi, dà la sensazione di essere uno spazio infernale, dove ci si misura al di là dei normali sentimenti umani.
Valeria e Nicola, giovani e focosi amanti, sono per un certo tempo la cerniera che si apre alle avventure, mafiose e delittuose, che costellano il romanzo. Poi, la cerniera resta aperta e la vita vi scorre ben oltre le sue gioie e i suoi dolori, gli entusiasmi e le delusioni, in un reticolo di stupore e di incredulità. Perfino un prete, Domingo, non si sottrae alle regole della malavita. Se Nicola può sembrare il personaggio principale, intorno a lui se ne muovono altri dello stesso spessore. I capitoli ne disegnano e distribuiscono il ruolo.
La scrittura nitida (ben impostati i dialoghi) ci farà tenere la barra dritta lungo l’impegnativo percorso tracciato dall’autore.

4 novembre 2023

Giusi Piccinini

Stasera la mia mente mi ha riportato l’immagine di Giusi (o Giusy) Piccinini. Inviava le sue poesie a “Racconti e Poesie”, il quadrimestrale da me fondato. Erano poesie brevi, ma tenerissime. Poi arrivarono le sue fiabe, in cui traspariva la sua ricca fantasia, sempre piena di innocenza e di dolcezza.
Alle riunioni della “Cesare “Viviani” veniva sempre accompagnata da sua madre, che doveva volerle un bene dell’anima.
Con la casa editrice Giovane Holden pubblicò nel 2008 “Il clan dei gatti”.
Sulla mia rivista Parliamone avevo pubblicato nel 2007 “Il viaggio”:
È morta ancora giovane, qualche anno fa.
La ricordo con tanta nostalgia.

17 aprile 2024

Ciro Pinto: “Gli occhiali di Sara”

Leggendo Pinto, torno ancora una volta a pensare a quanti bravi scrittori sono sommersi, lasciati fuori dal panorama letterario per una distrazione colpevole da parte della cultura dominante.
Mi piace immaginarlo alla guida del suo bel motoscafo che, giunta l’estate, si inoltra nelle acque del golfo di Napoli (e oltre) e rimane solo coi suoi pensieri, baciato dalla quiete dell’anima e dal soffio dell’ispirazione. Forse è lì che nascono i suoi libri.
“Gli occhiali di Sara”, pubblicato nel 2015 da Tralerighe Libri, la dinamica casa editrice lucchese diretta da Andrea Giannasi, è dedicato al padre con un commosso ricordo che ne fa intuire subito il contenuto. Si parla dell’ultima guerra e dello scontro duro e sanguinoso tra fascisti e partigiani. A differenza del padre, il figlio, allora giovane studente, nutre simpatie marxiste. Gli chiede perdono: “Oggi le mie idee sono ancora di sinistra, nonostante tutto. Ma con l’età ho capito tante cose.”.
Da poco è caduto il muro di Berlino. Negli ex paesi dell’URSS si nutre la speranza di una vita diversa, migliore.
Siamo a Praga (una città che è resa viva e magica: “città dalle mille magie.”, dove è avvertibile, quasi fisica, la presenza di Kafka), e un’anziana signora, di 75 anni, esile e dalla voce flebile, Elisheva Kundrova, scampata alla morte nel campo di Auschwitz, mostra ad Enrico Fontana, il protagonista, un paio di occhiali dicendogli che appartenevano a sua madre, morta nel campo. Com’era possibile se “sua madre l’aveva seppellita qualche anno prima, morta di placida vecchiaia, trascorsa con badanti clementi e visite fugaci di figli indaffarati, compreso lui.”.
Il romanzo, diviso in tre parti, deve sciogliere il mistero e lo farà, immergendo il lettore in continui spazi ricchi di emozioni e di suspense. Basti dire che, ad un certo punto, quasi contemporaneamente, a Roma, la madre di Mario, un amico di Enrico, Rita (sarà una chiave della storia), immobilizzata su una carrozzella, dice al figlio, che la sta portando a passeggio, che deve raccontargli la storia di Sara. Il lettore conoscerà una Sara fragile, straziata, ma indomita: “Sara, chiunque fosse, gli penetrò nelle viscere, col suo sguardo spaventato, i suoi seni immolati insieme ai suoi sogni.”.
Presto, la tragedia dei campi di concentramento (la cui condanna da parte dell’autore è forte e sicura) diverrà centrale e accompagnerà Enrico fino alla fine. Scriverà Elisheva: “Dal giorno in cui sono uscita da Auschwitz ridotta a una larva umana, non sono mai riuscita a liberare il cuore dal filo spinato dei recinti di quel campo. Ho vissuto come un simulacro, ho coltivato le mie sofferenze come piaghe che non seccano mai.”. Più avanti, dirà: “Quando arrivarono i russi, ero ridotta a una larva umana, non desideravo niente e l’idea di tornare nel mondo mi spaventava.”.
A questo proposito, vorrei sottolineare una frase, luminosa e esaltante, pronunciata dal protagonista a Judita, sconvolta dai ricordi che la prozia Elisheva sta raccontando: “Vorrei mostrarti che la vita è più bella di tutte le volte che è terribile.”. Questa volontà di liberarsi di un passato terribile e angosciante fa la forza del romanzo. Addirittura Enrico sta cercando di spremere tutto dalla sua esistenza per poter giungere a quella che lui chiama la “visione algida” della vita, “che lo avrebbe portato improvvisamente lontano dal mondo che si era creato.”.
La scrittura è nervosa e incisiva a un tempo (all’inizio irrequieta come il protagonista), netta, va al sodo, rifugge pause e superfluità. Il racconto è efficacemente strutturato in modo da esaltare la curiosità del lettore, in un crescendo che ha nella conclusione il suo stupendo apice. I personaggi si presentano all’improvviso, come in un teatro: Enrico, Annibale, Agnese, Sara, Rebecca, Judita, Mario, Carlo, Rita, e così altri minori.
Scoprirete anche quanto i numeri siano importanti nella vita di Enrico, accanito giocatore al casinò.
So che il romanzo ha vinto dei premi. Tutti meritati.

28 giugno 2023

Walter Ramacciotti. “L’eccidio della Certosa di Farneta. Il ruolo del Clero lucchese nella Resistenza”

Un libro da leggere.
L’eccidio vi è raccontato fin nei minimi dettagli e acclude un’ampia documentazione a riprova dell’impegno di alcuni presbiteri nella Resistenza.
Mi ha fatto piacere incontrarvi i nomi di 2 sacerdoti che ho conosciuto: Don Silvio Giurlani, il mio parroco di San Tommaso in Pelleria al quale nel 2009 sono riuscito a far erigere una targa a ricordo del suo impegno partigiano, posta a lato della Chiesa stessa. Il lettore del libro si renderà conto che è una targa largamente meritata.
Don Fortunato Orsetti, Correttore della Arciconfraternita della Misericordia di Lucca, si prodigò, durante la guerra, e anche successivamente nell’opera di assistenza dei poveri, dei malati, dei più bisognosi.
Pochi sanno, che don Giurlani, quando don Orsetti venne in pensione, lo ospitò, adattando ad abitazione il fabbricato adiacente alla chiesa di San Tommaso in Pelleria.
A pag. 254 viene tracciato un profilo del Capitano Filippo Rubolotta, amico e collaboratore di don Giurlani. Imprigionato nelle carceri di San Giorgio il 18 gennaio 1944, è liberato il 18 giugno successivo grazie a un falso ordine di scarcerazione. A questo proposito, devo dire che don Giurlani mi confidò di essere riuscito a liberare alcuni partigiani incarcerati grazie alla collaborazione ricevuta da una guardia carceraria, che ho conosciuto in quanto collega di mio padre, Pasquale Catino. Credo che tra i liberati da don Giurlani si debba annoverare anche il Capitano Rubolotta.

7 luglio 2023

Giuliana Ricci: “Frammenti di buio”

Intanto va detto che Giuliana Ricci è un’eccellente disegnatrice. Disegni vividi e dai colori affascinanti. C’è un libro di fiabe che lo dimostra: “Mondi incantati”, di cui mi sono occupato alla sua uscita, come mi sono occupato dell’interessante libro, frutto di studio e di ricerca: “Le streghe di Soraggio e altri eretici”. Trovate queste mie letture nel volume: “Letture nuove 1“.
“Veniamo a “Frammenti di buio”, uscito nel 2024 per Alcheringa Edizioni. Si tratta di 10 frammenti, o racconti, che hanno per denominatore comune il mistero e lo smarrimento che si nascondono nella realtà, ma anche oltre, e s’ingigantiscono e diventano ossessivi per effetto della paura.
L’impatto è notevole. Nel primo frammento, ”Requiem”, siamo nel 1791 e ci troviamo di fronte ad un Mozart malato e disteso sul letto con accanto il giovane studente di musica Nikolaus, “emissario del conte Walsegg”, che lo sollecita a terminare il “Requiem” richiestogli dal suo principale. È una storia che richiama in modo evidente il film pluripremiato “Amadeus” del 1984 diretto da Milos Forman.
Il suo Mozart è riflessivo e pensoso al contrario dello sguaiato personaggio del film di Forman Sarà perché è collocato quasi al termine della sua vita. Vi è in lui del pessimismo e la malinconia per il tempo che trascorre e che può condurre alla dimenticanza.
Muore mentre suona il flauto alla presenza al suo capezzale di Nikolaus, il giovane studente. Ma, come vedrete, non sarà un’autentica morte e ci troveremo davanti ad un Mozart redivivo e reincarnato nel corpo di altri noti musicisti. Il lettore ne sarà coinvolto e sconvolto. Sì, perché vi si parla della musica, di cui il genio di Salisburgo è stato ed è uno dei massimi esponenti. Della musica, ossia, come strumento quasi divino che agisce e interferisce negli stati d’animo dell’uomo: “la musica come possibile cura di malattie fisiche e mentali, come mezzo per ricondurre l’uomo in equilibrio con la harmonia mundi.”.
Ma la musica, ossia il suono, può avere anche effetti negativi: “I primi testi esaminati trattavano del pericolo di certe strutture musicali come quelle dei ritmi ossessivi o di alcuni accordi ritenuti manifestazioni del Diavolo. Vere e proprie evocazioni.”.
Il mistero e ciò che sta dietro il velo del reale è il motivo ispiratore del frammento che rappresenta una significativa ouverture della raccolta, in cui l’autrice si rivela una perspicace creatrice di atmosfere come questa. Una professionista del buio, come lo fu Edgard Allan Poe (1809-1849) coi suoi racconti macabri. L’autrice sotto il titolo di uno dei frammenti, “Sine requie” si riconosce debitrice dell’altro celebre autore del buio: Howard Phillips Lovecraft (1890-1937), che si dichiarò, a sua volta, debitore del suo grande maestro. In questo frammento si va alla ricerca dei primi abitatori della Terra: “Non si poteva pensare di essere stati gli unici esseri intelligenti ad aver abitato il pianeta.”. Ed ecco la suggestiva motivazione della ricerca condotta dalla studiosa Astrid: “Forse avevano un loro mondo dove riuscivano a vivere meglio che sulla Terra ma, se erano arrivati a generare figli con le donne terrestri, non potevano avere abbandonato la loro prole.”.
Al primo racconto ne seguono, dunque, altri, con intenzioni tutte frutto di una fantasia feconda, spesso alimentata da rinvenuti documenti, reperti archeologici e ricostruzioni storiche, in cui l’immaginativo estraniante (nel racconto “Frammenti” la protagonista è affetta da una forte e perturbante amnesia) e a volte terrorizzante (In “Tre vedove”: “strane presenze e respiri anomali”) la fanno da padrone. Le situazioni che incontreremo catapulteranno il lettore in un mondo quasi impalpabile, evanescente, in cui tensione, smarrimento, disperazione e paura si alterneranno a mo’ di un incubo: “Non c’era serenità in quella casa, le ombre del passato si spargevano dentro di essa come una nebbia gelida e l’atmosfera cupa deprimeva gli animi.” (in “Frammenti”). In “Nel buio” leggeremo (narra di una visita nelle profondità di una miniera di ferro abbandonata): “Il luogo, infatti, aveva fama di essere maledetto, ma fantasie di quel genere erano sempre nate nelle gallerie che penetravano le viscere della terra”. Durante la visita alcune persone svaniscono misteriosamente, come ingollate dal buio stesso. Dice una visitatrice, spaventata: “C’è qualcuno qui. Ve lo ricordate cosa aveva detto Danilo a proposito di uno spettro che sembrava allungare i suoi artigli?”. In “Notte di caccia” si celebra la festa di Halloween, e tra il pubblico variamente mascherato circola un autentico vampiro!: “Con il mantello nero, logoro e macchiato come un vecchio sudario. Nessuno si sarebbe sorpreso per il pallore del suo viso, né per le labbra esangui e i canini allungati.”. E: “Anime tormentate si agitavano nelle tombe e fuori di esse.” Incautamente affonderà i suoi denti sul collo nientemeno che della Morte, pagandone il fio. In “Parità” un suicida, che “nel momento della morte aveva scoperto una nuova forma di vita”, ritorna invisibile a prendersi la sua vendetta. Nell’ultimo frammento: “Riflessi di luce solare” ci troviamo proiettati all’indietro, neil’anno 1209, e abbiamo a che fare con il processo a una strega di nome Isabeau; ciò che ci ricorda uno dei libri dell’autrice: “Le streghe di Soraggio e altri eretici”. Questa truce storia è raccontata con taluni inserimenti da favola: “Isabeau sollevò il viso per accogliere i raggi di luce, le sue labbra si mossero, il marchio sulla guancia scomparve e la pira divenne tutta d’oro.”,
Finché, giunti alla fine, capiremo di avere incontrato una narratrice che sa trarre dai suoi studi e dalle sue ricerche storie fantastiche che hanno a che vedere con il mistero (il buio) che vive dentro l’uomo e che in quest’autrice trova una delle voci più stimolanti nonché la sua magia.
Merita una segnalazione questa breve descrizione in “Mutamenti”: “In quel lucore latteo, solo un fiume nero saliva verso l’alto e, ondeggiando in varie anse, portava in cielo le acque dell’inferno.”.
La scrittura, è, anche questa volta, nitida e intrigante, sicura, anche per la padronanza dei dialoghi.

10 giugno 2024

Giuseppe Salani: “Il cuore immacolato di Maria Regina della Pace”

Salani nella vita fa l’artigiano ma la sua fede in Dio lo ha portato a servire il prossimo come diacono nella comunità di Montuolo, Fagnano, Cerasomma, Sant’Angelo e Meati.
Ascolto le sue omelie andando alla Messa prefestiva del sabato sera a Fagnano. Si alterna con il Pievano don Andrea Buchignani, pastore di eccelse qualità, tra le quali la modestia e la pazienza, oltre al culto per l’Arte e la bellezza. Sono una coppia ben affiatata, capaci entrambi di sollecitare l’amore verso Dio e il prossimo.
Il diacono ha anche la passione di scrivere. Un suo libriccino di poesie, uscì nel 2015, intitolato: “Rime fatte in casa”.
Da pochi giorni è uscito un libro in prosa dedicato alla sua esperienza religiosa, e per questo atteso non solo dalla comunità a cui appartiene. Il libro è edito a spese dell’Associazione culturale “La Garbotta” di Sant’Angelo, la quale ha tra le sue finalità anche quella di sostenere le spese di stampa per quegli autori di Sant’Angelo che lo meritano e che non potrebbero permettersele.

Veniamo al libro, che è diviso in 2 parti: la prima è dedicata all’esperienza personale di Medjugorje e la seconda alla ricerca della Madonna nel progetto di Dio.
Nella prima parte, il racconto ispirato dalle sue numerose visite in pellegrinaggio al Santuario, ora riconosciuto anche dalla Chiesa, dopo le prime titubanze, riporta il lettore che sia stato già a Medjugorje (come il sottoscritto) al ricordo della sua esperienza personale, facendogli rivivere il clima mistico del luogo, mentre chi ancora non vi si è recato si sente stimolato a proporre anche per sé il suggestivo percorso di fede descritto da Salani, nella cui chiara scrittura si avverte la tensione e l’emozione di quanto racconta: “È proprio in quel momento di preghiera che affidi alla Madonna tutte le persone, le situazioni, le problematiche per le quali senti di dover intercedere.”.
La prima apparizione è datata 24 giugno 1981, ed essa e le successive a cui l’autore ha partecipato (alcune con incontri e accadimenti particolari; sono anche riportati taluni messaggi consegnati dalla Madonna ai 6 veggenti), danno occasione allo stesso di svolgere interessanti riflessioni in materia di Fede, alcune presenti anche nella seconda parte quando, ad esempio a pag. 137, sono riportate le parole che il 14 aprile 1982 la Madonna disse ad una delle veggenti di Medjugorje a proposito della presenza nel mondo di Satana.

Ed eccoci alla seconda parte, in cui il lettore avrà modo di seguire un itinerario dell’autore tracciato alla ricerca delle tante esperienze mistiche avvenute nel mondo che hanno visto protagonisti Gesù e la Madonna, arricchendolo di erudite annotazioni storiche (si passerà anche dalla Rivoluzione francese e da Napoleone Bonaparte, dal Bolscevismo alla Seconda guerra mondiale). Tutto ciò a partire da Margherita Maria Alacoque (siamo nel XVII secolo), i cui incontri con Gesù introdussero nella Chiesa il culto del “Sacro Cuore”. Queste le parole che Gesù rivolse alla Santa: “Ecco quel cuore che tanto ha amato gli uomini e dai quali non riceve che ingratitudine è disprezzo.”. Questa esperienza della Santa francese richiama alla mente quella della lucchese Santa Gemma Galgani. Interessante l’apparizione della Madonna alla novizia francese Caterina Labouré, ampiamente riportata nel libro, in cui altre apparizioni e miracoli più noti (Lourdes e Fatima) o meno noti daranno al lettore il senso travolgente del mistero e del miracolo di Dio.

Concludo scrivendo che quest’opera è un’autentica testimonianza di Fede che ci commuove e allo stesso tempo ci rende appagati e felici. Ci confessa l’autore, riferendosi all’esperienza di Medjugorje: “Molte volte ho partecipato all’Adorazione Eucaristica, ma mai come qui ho avvertito alla fine, dopo la benedizione solenne, un senso di pace e di serenità che ti resta nel cuore.”.

11 gennaio 2024

Umberto Sereni: “Il ‘Caselli’, un caffè nella storia di Lucca”

L’interesse di Sereni per la storia di Lucca ha accompagnato tutta la sua vita di studioso e di docente universitario. Si è interessato anche alla politica diventando sindaco della bella cittadina di Barga.
Il Caffè Caselli (che ha preso poi il nome di Caffè Di Simo) è stato un ritrovo delle migliori menti del tempo e, in occasione della sua recente riapertura nella strada più nota di Lucca, via Fillungo, ha voluto ripercorrerne la storia con questo suo libro, minuto ma sostanzioso, uscito nel 2024 per i caratteri dell’editore cittadino Maria Pacini Fazzi, che proprio recentemente ha sofferto la scomparsa della sua fondatrice, appunto Maria Pacini Fazzi, a cui sono andati nel corso della sua vita numerosi riconoscimenti.
Alfredo Caselli, il titolare del Caffè (che successe al padre Carlo, detto ‘Carluccio’), fu amico di molti intellettuali e artisti (“nobili spiriti”; troverete molti nomi: ricordiamo, solo per esemplificare, i musicisti Alfredo Catalani e Gaetano Luporini, lo scrittore Enrico Pea, il grecista Augusto Mancini, il letterato Manara Valgimigli e talvolta il pittore e scrittore Lorenzo Viani, Gino Custer De’ Nobili), ma soprattutto lo fu di Pascoli e di Puccini, coi quali scambiò anche un interessante corrispondenza.
Sereni ci fa presente che gli anni tra fine Ottocento e i primi del Novecento furono turbolenti a Lucca, dove le novità che si stavano muovendo in tutta Europa e nel mondo trovavano a sbarrarle il passo la tradizione ostinatamente conservatrice, difesa a spada tratta dal marchese Lorenzo Bottini. L’autore ce ne fa un succinto ritratto, dicendoci che a Lucca perfino il Liberty creò scandalo.
Il Caffè accolse questi spiriti irrequieti (molto vicini al socialismo che in Italia trovava sempre più proseliti) e fu come una vena nuova che penetrava nel corpo dell’antica città. Scrive l’autore: “varcarne l’ingresso equivaleva ad entrare in uno spazio sottratto alla plumbea cappa stesa sulla città. Era come passare dalla morte alla vita.”. Molti furono i giornali, citati dall’autore, che nacquero a Lucca in quel periodo.
Il piccolo e prezioso volume si arricchisce, nella seconda parte (di grande rilievo), di uno spazio dedicato a “Testi e documenti per servire alla biografia di Alfredo Caselli”. Tra questi, voglio segnalare “In difesa delle Mura”, specialmente a chi non conosce l’acceso dibattito che si scatenò quando si decise di aprire Porta Sant’Anna, abbattendo una parte delle belle Mura rinascimentali. Contrari furono i frequentatori del Caffè Caselli, Pascoli in primis che chiamò con successo il più famoso D’Annunzio a sostenerlo. Giosuè Carducci ebbe parole di fuoco contro quel disegno (che, come oggi si vede, infine prevalse, sia pure sotto le vesti di un nuovo progetto) e scrisse, fra l’altro: “Vogliono scoronare anche Lucca del suo bel cerchio? Era sorto per accordo di natura ed arte in vista mirabile. Ma non profitta a ‘quei vili meccanici nemici d’ogni gentile e puro operare’.”.
E Puccini, chiamato da Caselli a intervenire: “Alla protesta contro lo sconcio che vuol farsi alla verde ghirlanda che cinge la nostra Lucca unisco la mia voce che grida al rispetto del vetusto monumento.”.
Troviamo anche l’articolo che il giornalista Amerigo Vanni scrisse l’11 settembre 1921 su “Il Gattino di gesso: Giornale della Lucchesia” in occasione della morte di Alfredo Caselli, avvenuta mentre era in campeggio a San Pellegrino in Alpe (dormiva sotto una tenda), in cui si legge: “Quel caffè, come il Pedrocchi a Padova, l’Aragno a Roma, il Biffi a Milano, era il piccolo cenacolo dell’intellettualità e della spiritualità Lucchese.”.

27 maggio 2024

Simonetta Simonetti: “Teresa Bandettini”

L’autrice è una lucchese doc, come del resto il personaggio di cui si occupa in questo libro, edito dalla benemerita casa editrice Tralerighe Libri diretta da Andrea Giannasi.
La Simonetti ha sempre mostrato interesse per le abitudini e i costumi del nostro territorio, specialmente quelli popolari, in modo che ne fosse raccolta e tramandata la memoria.
Il lettore potrà trovarne i numerosi titoli sia su internet che sul risvolto di copertina.
Piacevole sorpresa è l’introduzione erudita che ne fa il Prof. Luciano Luciani che disegna la società lucchese nel periodo in cui fu soggetta prima a Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone, e poi a Maria Luisa d’Austria. Entrambe furono entusiaste ammiratrici di Teresa Bandettini che in arte si faceva nominare Amarilli Etrusca, all’uso del Settecento florido di Accademie letterarie.
La Bandettini (Lucca 11 agosto 1763 – Lucca, 5 aprile 1837), si trova a cavallo di 2 secoli che si caratterizzarono per un grande fervore artistico ed ebbero rappresentanti illustri quali il Parini, il Foscolo, il Monti, l’Alfieri, il Metastasio, Ippolito Pindemonte, per limitarci a quelli che l’ammirarono e vissero il suo tempo. Fu una poetessa estemporanea, ossia, ricevuto il tema, ne improvvisava in versi lo svolgimento e lo faceva con una qualità artistica giudicata notevole. Da qui la sua fama nazionale, ben oltre i confini lucchesi, che stupì molti, anzi fu addirittura “una sorpresa per molti che diffidavano del suo trascorso di ballerina e dei suoi modesti natali.”. Non furono pochi quelli che scrissero su di lei, tra cui il Parini nei cui versi fu detta “Inclita Saffo”. Il generale francese Miollis la definì la Saffo moderna. In una sua lettera alla Bandettini del 24 ottobre 1799 l’amico e protettore abate Saverio Bettinelli (che arcadicamente chiama “Immortal Diodoro”) l’appellerà: “prima Musa d’Italia e per anco del mondo.”.
Simonetti ce ne dà accuratamente conto e ci racconta della sua vita “frenetica e fortemente esigente” e della sua arte, tra gioie e dolori, quale frutto di una ricerca sapiente, scrupolosa e pervicace, ricca di citazioni, anche tratte dai suoi scritti (da segnalare l’ampia corrispondenza con l’amica lucchese e protettrice marchesa Eleonora Bernardini, in cui passa molta storia di Lucca, anche minuta, ma avremo altri interlocutori importanti), e di note, vogliosa di consegnarci un ritratto esauriente e ben articolato. E non solo il ritratto della poetessa, bensì anche quello utilissimo di una società politicamente turbolenta e, specialmente, della condizione femminile nell’Italia a cavallo tra Settecento e Ottocento.
Qualche tempo fa, mi sono trovato tra le mani un libriccino dello scrittore Giulio Mozzi, intitolato “Vite parallele e fantastiche di Pellegra Bongiovanni e Teresa Bandettini”, edizioni Tetra, 2023, a segno lodevole di un interesse che Teresa Bandettini suscita ancora oggi a distanza di secoli.
Questo della Simonetti resterà un libro fecondo, vivido per le numerose fonti da cui ha attinto, per gli estratti pubblicati e per gli innumerevoli e intelligenti raccordi di commento redatti di mano della stessa Simonetti che accompagnano le citazioni e le note.
_____

A proposito di Case editrici lucchesi desidero segnalare che la città ne possiede 2 di grande valore, sempre impegnate a proporre libri di interesse non solo locale. Oltre a Tralerighe Libri, che ha come titolare e direttore Andrea Giannasi, devo segnalare Maria Pacini Fazzi che dopo la morte della fondatrice è condotta con impegno e talento dalla figlia Francesca Fazzi.
Alle due belle e importanti Case editrici e ai loro titolari va il mio grato ringraziamento, da un vecchio lucchese che ama la città e ciò che di artistico vi fermenta, grazie ai molti talenti che la abitano.
Sono, questi, per me, ormai vòlto alla fine della mia vita, momenti di sublime gioia.

27 marzo 2025

Visto 27 volte, 1 visite odierne.