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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Narratori sommersi

23 Giugno 2023

di Bartolomeo Di Monaco

Sono brevi recensioni. Gli autori sono indicati in ordine alfabetico. L’articolo si arricchirà via via di nuove brevi recensioni.

Roberto Andreuccetti: “L’elmetto tedesco”

Dico sommersi poiché sconosciuti in campo nazionale, ma con qualità che non hanno nulla da invidiare a coloro che hanno raggiunto la notorietà. Con un merito in più. Che la loro prosa è quella uscita dalla propria penna, non revisionata da mani altrui. Un merito di non poco conto e che si coglie nella fragranza genuina del periodare. Come il pane buono uscito dal forno di una casalinga. Ce ne sono a Lucca, come pure anche in Italia e nel mondo.
Alcuni hanno fatto della narrazione una ragione di vita. Non si sono limitati a uno o due romanzi, ma hanno continuato a scriverne alimentati da una passione per la ricerca, la storia, la fantasia.
Sono, costoro, narratori, che ho già inserito nei miei due volumi “Leggiamo insieme gli Scrittori Lucchesi” e che spero siano ricordati e recuperati in futuro da qualche studioso conscio della rigogliosa fioritura dell’arte nella nostra Lucchesia.
Il primo che desidero citare è Roberto Andreuccetti, di cui è uscito da poco “L’elmetto tedesco” per le edizioni di Tralerighe Libri. Ė l’avvincente e tragica storia di Franz Konemberg, un sergente tedesco che si sente in conflitto con il nazismo, di cui osserva amaramente le crudeltà. Il romanzo è anche un omaggio alla figura del professore Silvio Ferri che più volte si è adoperato per salvare gli abitanti della valle della Celetra (Valdottavo, Partigliano ed altri paesi limitrofi) da cruente rappresaglie.
Coi suoi numerosi e consecutivi romanzi, Andreuccetti ha scandagliato ogni aspetto della guerra nei luoghi in cui è cresciuto ed ancora vive. Valdottavo dovrebbe dimostrargli con qualche omaggio la sua immensa gratitudine.

1 dicembre 2022

Roberto Andreuccetti: “La giunchiglia del monte Croce”

Ho un grosso rimpianto. Non aver potuto dedicare un libro monografico a Roberto Andreuccetti. Alla mia età, infatti, faccio fatica a compiere il mio consueto viaggio nei romanzi che leggo. Andreuccetti è un autore che giudico meritevole di una notorietà che la svogliatezza della critica ufficiale gli ha negata.
Il passo misurato della narrazione è una sua peculiarità. La lettura è sempre piacevole ed io, che conosco l’autore, resto incantato nel comparare l’uomo semplice che mi sta davanti e la sua scrittura, che lo rivela in tutto e per tutto qual è.
Egli si dona al lettore, così come nella vita sociale è sempre disponibile a donarsi in aiuto degli altri. Tale, del resto, è anche Roberta, la moglie, vivace e sempre sorridente. Una coppia di cui il paese dove vivono, Valdottavo, non può che andare fiero.
“La giunchiglia del monte Croce”, pubblicato da Garfagnana editrice dell’infaticabile Andrea Giannasi, è del 2014.
Già il titolo è suggestivo e ne stimola la lettura.
Michele è il protagonista, un giovane pastore di quasi quarant’anni, non sposato (“non si fidava delle donne”), che conduce una vita solitaria portando al pascolo i suoi armenti sul monte Croce nella Valle della Turrite, il cui capoluogo è Fabbriche di Vallico, il paese che ha dato i natali allo scrittore lucchese Vincenzo Pardini. Il paese in cui vive è Palagnana, appena sopra Fabbriche di Vallico. Le altre montagne che vi dominano sono il Matanna, il Piglione e il Prana, anch’esse protagoniste del romanzo.
Attraverso Michele conosceremo la vita di un pastore di altri tempi, quando si poteva attraversare una natura ancora incontaminata e possente.
Ed è sul monte Croce che nei mesi di maggio e di giugno fiorisce la giunchiglia, il cui colore si distende sui prati creando una visione superba e incantatrice.
I contatti sporadici ma significativi con la modernità, creano una situazione psicologica e sociale di forte intensità. Conosceremo Iolanda, venuta in Italia dalla Romania e finita nelle mani della malavita, costretta a prostituirsi. Una storia tragica. Parteciperemo al suo desiderio di riscatto con lo stesso calore di Michele che è riuscito con il suo affetto a farle dire la verità, “disposto a fare di tutto pur di tirarla fuori da una squallida esistenza”; ma, vedremo, non sarà facile lottare contro la criminalità organizzata. Incontrerà Katrina, che viene da Haiti, pure lei sfortunata e alla quale offrirà il suo aiuto, anche per avere una donna accanto a sé che mitigasse la sua solitudine. Potremmo dire che l’uomo e la donna, nella loro natura dell’esistere, sono i protagonisti veri del romanzo, sono la risposta, ossia, alle ragioni dell’esistenza, aiutati in questa ricerca e in questo desiderio dalla bellezza e dalla magia di ciò che li circonda (è da annotare la minuziosa descrizione della natura e dei suoi fenomeni): “Aveva bisogno di un punto di riferimento, dopo anni trascorsi in compagnia delle pecore.”. Anche Helèna, la giovane figlia di Katrina, a mano a mano che si farà donna, creerà turbamenti in Michele: “No! Lontano da lui certi bassi istinti, Helèna era un fiore che andava protetto dalla pioggia e dal sole, era un gioiello prezioso che doveva essere custodito nella sua teca di cristallo.”. Ma i rapporti con la ragazza si faranno sempre più insidiosi, fino a generare gelosie e violenze. Michele, ben presto, diventerà una figura tragica.
Gli ingredienti, dunque, ci sono tutti per rendere la lettura intrigante e appassionata (conosceremo anche alcune attività del pastore, descritte con dovizia di particolari e, fattosi Michele raccontatore di storie, alcuni episodi, superbamente narrati, della locale guerra partigiana con donne, come Anna, protagoniste).
Si parlerà pure di maghi e di streghe che, secondo la credenza popolare, abitavano quei luoghi nonché di suggestive leggende, come quella del Pastore Scomparso. Troveremo una mirabile descrizione dell’incendio che avvamperà sulla montagna, tale da mozzare il fiato. In certi momenti, una situazione di suspense ci intrigherà e coinvolgerà.
Un romanzo ben scritto e dalla solida architettura, da non perdere.

23 giugno 2023

Luigi Damiano Battistoni “Il sasso”

Damiano non solo è lucchese, ma è del mio paese, Montuolo. Abita non lontano da me. Appassionato di scrittura è membro della “Associazione culturale ‘Cesare Viviani’, nella quale è un importante collaboratore del presidente Martino De Vita.
Il sasso di cui parla il titolo di questo breve romanzo, uscito nel dicembre 2022 (la sua quinta opera) è lo strumento grazie al quale “si può rompere, ma pure costruire, modellare il proprio futuro.”.
Davide (come quello biblico che affronta Golia) è il protagonista di una storia in cui è forte la ricerca di se stessi, come pure il recupero faticoso da un proprio smarrimento. A mano a mano che si scorrono le pagine, la scrittura migliora e diventa partecipativa e coinvolgente, districandosi tra momenti di giallo e momenti di tormentata riflessione.

1 febbraio 2023

Paolo Buchignani: “L’orma dei passi perduti”

Il libro (edito nel 2021 da Tralerighe Libri di Andrea Giannasi) è la ristampa di due opere già pubblicate singolarmente: “L’orma d’Orlando” (volgarmente detta “La pedata d’Orlando”, del 1992, ma la stesura del testo è del 1988) e “Santa Maria dei Colli” (del 1996, con la prefazione di Vincenzo Pardini). Il primo rappresentò l’esordio di Buchignani nella narrativa, lui che fino ad allora era conosciuto come importante storico del periodo fascista, al quale ha dedicato più volumi, tutti ben documentati, recensiti da personalità importanti, quale ad esempio Paolo Mieli. “L’orma d’Orlando”, quando uscì, fu presentato nientemeno che dallo scomparso Guglielmo Lera, uno dei più amati studiosi della storia di Lucca. Con lui erano anche, in quell’8 maggio 1992, nella sala Maria Luisa in Palazzo Ducale, Guglielmo Petroni e Daniele Luti.
Devo subito dire che il libro vale già tutto per la parte introduttiva, in cui l’autore ci racconta della sua conoscenza e frequentazione di Mario Tobino, Romano Bilenchi, Geno Pampaloni, personaggi che hanno segnato la storia della letteratura italiana. Sono ricordi emozionanti.
Di alcuni suoi libri di narrativa (tra cui “Santa Maria dei Colli”), tutti attrattivi, mi sono occupato qui: https://www.bartolomeodimonaco.it/buchignani-paolo/, da cui si evidenzia la maturazione stilistica di Buchignani.
Riguardo a “L’orma d’Orlando” (composto di quattro racconti: “La finestra di Rolando”, “L’orma d’Orlando”, “La grotta dell’aquila” e “Il passo di Dante”), basti dire che Romano Bilenchi, gli disse: “Non sono degni di pubblicazione, sono belli, e li voglio vedere stampati.”.
Vi compaiono personaggi avvinti dai ricordi, come Rolando e Marta (“con la mente a quanto il mondo era cambiato dai tempi della sua infanzia”, tratto dal secondo racconto, “L’orma d’Orlando”, di armoniosa bellezza, in cui spicca la figura della zia Olimpia, detta ‘la matta’). Nel racconto “La grotta dell’aquila”, viene ricordata una pagina di guerra partigiana, che ha, tra i suoi protagonisti, un gigantesco Maciste, che era riuscito da solo a far fuggire quattro repubblichini armati di manganello: “Alla fine lo uccisero ed appesero il suo cadavere col filo spinato intorno al collo ad una grande quercia sulla via principale che conduce al paese di C. Una piccola croce di legno, semisommersa dalle erbacce, ricorda ancora oggi il suo sacrificio.”. Assisteremo anche alle furiose prediche di don Alfonso e ai suoi esorcismi, in un tortuoso e sorprendente cammino nei meandri della grotta che a poco a poco si fa onirico: “Unico uomo scampato all’apocalisse desiderai la morte, la invocai con tutto il mio essere.”. In certi racconti come questo or ora citato e l’ultimo “Il passo di Dante”, che sfocia anch’esso nell’onirico (è da annotare l’efficacia con cui in poche righe è descritto un improvviso temporale), non è difficile immaginare come protagonista l’autore stesso. Ma anche nei primi due, egli appare sottotraccia.
Riguardo alla sua passione per la narrativa, che è continuata e continua impellente anche dopo le pubblicazioni dei vari testi sul Fascismo (editi da Il Mulino, Mondadori e da Marsilio), scrive: “… non mi bastava: quei libri di taglio scientifico non riuscivano a dare voce a quella folla di personaggi, di emozioni, di immagini, che sempre più spesso e con sempre maggior urgenza mi s’agitava dentro.”.
Da condividere nell’ultimo racconto, la denuncia di una umanità spietata e cinica che sta distruggendo la Terra, nonché l’avvio di una palingenesi, di un ritorno ai valori di un cristianesimo per troppo tempo trascurato: “Accogliere quel messaggio nel suo significato più autentico non comportava invece un grande coraggio? Era davvero facile spogliarsi della scorza del proprio egoismo ed entrare in comunione con gli altri? Dare anziché ricevere?”.

24 giugno 2023

Martino De Vita: “Lettera da Racalmuto”

Martino De Vita non solo ha la passione del raccontare, dimostrata dai suoi numerosi libri, ma è impegnato anche attivamente per la diffusione della cultura. È presidente infatti dell’Associazione culturale ‘Cesare Viviani’ che dal 1993 tiene riunioni settimanali (attualmente i mercoledì alle ore 17 nella casermetta sopra Porta Santa Maria, conosciuta come Porta Giannotti) invitando artisti a presentare le proprie opere.
Devo gratitudine a Martino De Vita, poiché quell’Associazione la fondai io (l’intitolazione all’amico Cesare Viviani venne in seguito) con il primo degli incontri che si tenne il 5 febbraio 1993 presso il Centro Anziani di Sant’Anna.
De Vita vi si dedica con un impegno costante e appassionato. Viene dopo altri presidenti che si sono succeduti a me nella carica, e tiene le redini dell’Associazione dal 2015, aiutato in particolare da Andreina Manfredini, anch’essa al servizio dell’arte e della cultura.
Ultimamente di De Vita è uscito “Lettera da Racalmuto” (editore Tra le righe libri). Già il nome è attrattivo. Il paese si trova nella Valle dei Templi in provincia di Agrigento e vanta tra i suoi figli Leonardo Sciascia.
Una lettera anonima arriva presso un affermato studio legale lucchese e dà l’avvio a indagini che ci porteranno in terra di Sicilia, tra intrighi mafiosi (coinvolgenti anche apparati dello Stato) i quali ci faranno rivivere episodi di storia, di cronaca e di suspence. Non mancano analisi e critiche sulle relazioni tra mafia e Istituzioni.

13 gennaio 2023

Marileno Dianda: “Monte Purgatorio”

Di me, Bartolomeo Di Monaco, il grande studioso della letteratura italiana, Giorgio Bárberi Squarotti, scrisse che mi ero creato una specola in quel di Lucca, sottolineando la mia attitudine alla vita solitaria. Ma se penso a Marileno Dianda mi sento inadeguato al confronto. Ex insegnante di filosofia nei licei, egli vive isolato dal mondo, assicurandosi di restare tale con la rinuncia alle nostre modernità come la televisione, il telefono, il cellulare e così via. Ho potuto contattarlo qualche volta, indirizzando una e-mail ad una sua conoscente. Sicuramente non saprà di queste righe che scrivo su di lui, a meno che qualcuno di FB che lo conosca non vada a riferirgliene.
Appassionato della montagna (“Quando sentirete l’odore che, in Appennino, ha la neve sotto il sole primaverile, o l’odore dell’erba all’inizio dell’estate su quelle montagne, io sarò insieme a voi.”), le ha dedicato numerosi volumi, uno dei quali “La Regina”, magnifica la nostra Pania della Croce alla quale anch’io ho dedicato una poesia: “La mia Pania”.
Della montagna sa tutto, e ne fa respirare al lettore le magnificenze e i profumi. Sono, le sue, storie ricche di considerazioni sulla vita e sulla natura dell’uomo. Spesso s’incontrano riflessioni sulla religione e sull’anima. Leggere questo autore vuol dire cimentarsi in un confronto serrato e profondo sulle ragioni della nostra esistenza. Non è mai un’occasione di svago, bensì di impegno.
L’ultimo suo lavoro “Monte Purgatorio” (una Summa in cui sono toccate tutte le corde del pensiero e del sentimento) è diviso in 3 Sezioni e 4 brevi Appendici, grazie alle quali si prende conoscenza della vita di Claudio (non è difficile identificarvi l’autore) e del perché egli si trovi, nella prima e nella terza Sezione, a salire il Monte Purgatorio. Infatti, in esse vi si narra di un uomo, Claudio appunto, che dopo la morte approda con tanti altri, condottovi da una barca, ad una Montagna, il Purgatorio, che dovrà scalare prima di raggiungere il Paradiso. Il ricordo dell’opera dantesca è continuo, ma Dianda vi mette dell’ironia icastica e accusatrice della società italiana del nostro tempo, mostrando quanto ridicole e artificiose siano le scelte moderne dell’intelligenza umana. La religione cattolica, e soprattutto la sua Istituzione, la Chiesa, sono presenti, quasi come un’ossessione dalla quale si può uscire soltanto mettendone in evidenza difetti e contraddizioni. Suggestiva la scalata del Monte Purgatorio, con la descrizione dei vari stadi simil infernali in cui vengono scontati i peccati commessi in vita (e ancora una volta vi traspare l’amore per la montagna con stimolanti e impareggiabili immagini). Numerosi gli incontri con personaggi del nostro tempo. Culturalmente rimarchevoli le numerose note. Come nel racconto dell’altro lucchese Fabrizio Puccinelli, “Fabulator qualis humanus” (“La Fiera Letteraria”, numero 52, giovedì, 28 dicembre 1967] ogni tanto Dianda traduce con parole latine (messe tra parentesi) alcune situazioni e concetti espressi in lingua. Le altre parti fanno risaltare come in vita, Claudio sia sempre stato un indomabile ribelle nei confronti delle regole che governano la società: “da anni continua a rivolgersi contro la religione e la morale, e contro ogni ordinamento politico e sociale”.
Chi possiede il libro vada alla pagina 286 da cui si avviano due descrizioni mirabili: quella di Lucca e quella della Pania della Croce. Bella anche questa definizione, a pag. 413: “il presente è un attimo inafferrabile, contenente ogni forma del mondo e il senso stesso dell’eternità.”.

12 dicembre 2022

Luciano Luciani: “Rossa e plebea. Pisa, mezzo secolo fa”

Nato a Roma, è un lucchese d’adozione.
Gli anni Settanta, presi in considerazione dai ricordi personali di Luciani contenuti in questa sua ultima opera, uscita a novembre dell’anno scorso, li conosco bene anch’io. Avevo un incarico sindacale di responsabilità ed ero a contatto con il mondo dei lavoratori (ho tenuto anche assemblee nelle fabbriche). Erano anni di lotta per guadagnare alcuni diritti che lo Statuto dei Lavoratori, proprio nel 1970, aveva riconosciuto al mondo del lavoro. Non era facile trasformare quelle norme in realtà.
Nel mio rione di Pelleria, uno dei più popolari della città, vi era una Sezione del Pci, situata subito dietro la fontana della Piazzetta San Tommaso. In quel rione erano quasi tutti comunisti e se ne respirava la forte atmosfera rivendicativa e ribelle. A lato della fontana, al secondo piano di quello stabile, abitava nientemeno che Sergio Gigli, che fu senatore del Pci e segretario della CGIL di Lucca, oltre che attivo partigiano nel tempo di guerra. Una figura luminosa per umiltà e dedizione.
Il libro di Luciani, in cui ci consegna molta parte di se stesso, compresa la delusione per come sono andate le cose (“Se mi ripenso, mi vedo impegnato in una rincorsa continua, un inseguimento in cui qualcuno spostava sempre in avanti la linea del traguardo.”; “Vi osservo con distacco, e anche la pretesa di cambiare il mondo mi suscita solo un tiepido calore di fiamma lontana.”), ci riporta suggestivamente ai quei tempi, e i passi che l’autore muove riescono a rendere presenti (e perché non anche attuali?) quei giorni.
Chi ha la mia età prova un sentimento di riconoscenza verso l’autore per averceli ricordati e fatti rivivere e per averli ricordati soprattutto ai giovani di oggi che forse nemmeno immaginano i sacrifici che quei diritti sono costati.
Luciani aveva sui vent’anni, veniva da Roma a cercare lavoro nel mondo della scuola, appena laureato in lettere, e più precisamente ad insegnare nei Centri di formazione professionale (Cfp), messi a disposizione dei lavoratori e che l’autore s’impegna con altri a valorizzare e a promuovere. Un lavoro assiduo, ostinato e faticoso.
Uomo di sinistra, frequenta l’ambiente di sinistra. Ma allora la sinistra non era quella di oggi: il suo legame con i lavoratori era costante ed incisivo. Ricordo il sostegno dell’allora PCI alle battaglie sindacali. Poi il lento declino verso un partito radical-chic a cominciare, a mio avviso, dagli anni del “compromesso storico” (più volte ricordato anche nel libro) realizzato negli anni 1976-1977 con la Democrazia cristiana. Un mondo, dunque, scomparso.
Anche per questo, l’opera di Luciani, che non risparmia critiche alla sua parte politica (la sua stella polare don Milani), oltre che avere un suo valore letterario, è, grazie ad una formidabile memoria, una testimonianza storica (che si allarga anche fuori dei nostri confini) di alto profilo e significato.
E ora una nota per il piacere del lettore. In una delle prime pagine, troviamo un verbo poco usato ma garbato e suadente: “immegliare”, che sta per “migliorare”. Ancora: l’uso del meno noto “rostinciana”, anziché “rosticciana”. E ancora: l’italianizzato, dal francese, “Va senza dire”. Oppure espressioni belle come questa: “Intanto, a mia insaputa, avevo compiuto trent’anni”. Anche per queste preziosità, per queste rare perle, il libro merita la lettura. Un libro, va sottolineato, dettato dall’amore e dal piacere di raccontare.

30 marzo 2023

Marco Martinelli: “Memorie dalla luna”

Vi parlerò di un Capolavoro, con il dispiacere di non potere, per mancanza dell’antico vigore, dilungare, come facevo un tempo, il mio viaggio nell’opera.

Commentando il suo romanzo di esordio, “Piccolo loto giapponese”, del 2019, così concludevo: “C’è da aspettarsi del buono da questo bravo esordiente, già scaltro nella costruzione della macchina narrativa e efficace nella scrittura. È certamente più che una promessa, un albero forte che darà ottimi frutti.”. Martinelli è un giovane scrittore lucchese, classe 1985.
Uscì poi a conferma “Vivo per sempre”, del 2021, ed ora, a distanza ancora una volta di 2 anni, ecco che la sua casa editrice Giovane Holden dà alla luce il suo terzo romanzo, uscito ad aprile 2023, quindi poche settimane fa e sconosciuto ai più: “Memorie dalla luna”.
Il Prologo con quel paragone tra macchina fotografica e occhio umano è travolgente, già da consumato narratore. Si ha giusto la sensazione che la maturità dello scrittore sia stata già raggiunta, e coinvolge il nostro interesse per la lettura. Questo il suo benvenuto al lettore: “Signore e signori, benvenuti in un mondo che non esiste.”.
Ci inoltreremo nelle memorie e riflessioni, numerose (“Era il primo di gennaio di molti anni fa quando diventai il riflesso dello specchio.”; “… la fantasia è l’ultimo briciolo di umanità che rimane a un uomo che possa definirsi ancora vivo.”), di un ergastolano, Theo Sullivan (nato da genitori italiani; l’ambientazione è in una prigione americana) il quale ci dice che è “giunto alla conclusione che l’unico Big Bang della storia sia stata l’invenzione della scrittura.”.
E Martinelli la sa usare bene, costruendo, a volte con una invidiabile potenza narrativa (capace anche di teneri ma sorvegliati intermezzi romantici come il rapporto con Christine), una intelaiatura non facile della storia, piena di particolari che mostrano capacità di ricerca e di studio non indifferenti.
La vita passata, inquieta e pericolosa, di un carcerato viene analizzata con la facilità con cui un chirurgo incide una ferita. Il personaggio vi si rivela come sotto la lente di un microscopio, trasformando paure e speranze in tessiture dell’anima.
Non vi è spavento, nelle analisi e nella ricostruzione della propria vita da parte di Sullivan, ma l’evoluzione di una primitiva inquietudine e di una sociale frustrazione che si devono trasformare nella realtà di una nuova, seppure perigliosa, esperienza: “Io con quei dannati fogli di carta puzzolente compravo il silenzio dei miei sensi di colpa.”.
Nel racconto non mancano visioni oniriche, alcune intermediate dai tarocchi di una chiromante, le quali, ripercorrendo la vita del protagonista, ne fanno un esempio di fragile umanità. Altre, verso il finale, ci trasferiscono in un tempo lontano, in una esistenza vissuta da Theo in epoche diverse, primitive e ai tempi dell’Inquisizione, come se di ciò che accade oggi dovessimo, sempre, ricercarne le ragioni in uno sconosciuto passato, che per qualche istante si ravviva.
Si avverte qualche volta la sensazione che spesso si ritrovino tratti autobiografici che collegano alla realtà le vertiginose esperienze sensoriali e psicologiche di Theo: “Fin da piccolo non ho mai ben capito quale fosse veramente il mio ruolo nella vita.”.
Molti i richiami che l’opera sollecita; ne cito solo alcuni: il romanzo “On the road” di Jack Kerouac, del 1951, il film “Easy rider. Libertà e paura” di Dennis Hopper, del 1969 e il romanzo “Siddharta” di Hermann Hesse, del 1922. E perfino l’antico capolavoro orientale del X secolo, “Le mille e una notte”: “Mi sentivo leggero, senza peso, puro spirito. la fiammella mi chiamò a sé, il mio corpo lentamente iniziò a svanire, si scompose in un turbine scintillante di energia e fui risucchiato dentro la lanterna.” Viene in mente anche “Sabrina” di Billy Wilder, del 1954, con la splendida Audrey Hepburn. Nel risvolto di copertina si cita anche Jack London e un suo romanzo che non ho letto: “Il vagabondo delle stelle”, del 1915, a motivo di un incontro in un bar con un cantante corpulento che sembrava “venuto dalle stelle.”. E quando si parla della professione di fotografo, perché non pensare anche a “I ponti di Madison County” di e con Clint Eastwood, del 1995: “Le mie foto finirono sulle pareti e le porte delle camere di mezza America.”. Il pezzo che ci parla dell’Avana, richiama Hemingway. Nella cazzottata del carcere, ci sono i segni de “Il miglio verde” di Frank Darabont, del 1999.
Un romanzo non facile (tuttavia saldamente tenuto sotto controllo dall’autore), e ricco di humus, di emozioni, di rimandi e di tante immagini create all’improvviso dalle parole, che ne fanno un testo ragguardevole. Da segnalare l’incipit del capitolo 8, e il suo intero contenuto, e il teatrino delle marionette e la partita di pallacanestro descritti rispettivamente nel 10 e nell’11. Come pure l’onirica e originale passeggiata nella serra del capitolo 16, che parrebbe una conclusione ed invece è un inizio: “La libertà mi stava aspettando laggiù.”. Incomparabile il capitolo finale, il 18.
Chi può, segnali questo originale romanzo alle giurie di qualche Premio letterario tra i maggiori. Farà Bingo!

29 giugno 2023

Stelvio Mestrovich: “Il processo a Lucca del brigante Musolino” e “I manoscritti non bruciano”

Nato a Zara, è un lucchese d’adozione. Molteplici i suoi interessi culturali. Grazie a lui, si è avuta a Vienna la rivalutazione del musicista italiano Antonio Salieri, contemporaneo di Amadeus Mozart. Varie sue pubblicazioni, sempre in campo musicale, hanno portato alla riscoperta di musicisti italiani dimenticati. Si veda, per tutti, “Vita e opere dei compositori dimenticati dal 1600 al 1900”.
Autore di romanzi e racconti, alcuni dei quali davvero notevoli come “Suzanne”, si è interessato, con ricerche approfondite, anche a patologie sociali da cui emergono vizi e lacune della nostra società, tuttora attuali.
Ne sono prova gli ultimi due suoi lavori: “Il processo a Lucca del brigante Musolino” e “I manoscritti non bruciano”.

Il primo riporta minuziosamente i verbali delle numerose udienze tenute presso la Corte d’Assise di Lucca dal 14 aprile all’11 luglio del 1902, che si conclusero con la condanna di Musolino all’ergastolo.
Ė una lettura avvincente che trascina il lettore dentro il processo, da cui traspaiono le condizioni civili e sociali di una parte della Calabria toccata dal banditismo e dalle vendette perpetrate per mano della ‘picciotteria’.
Mi piace riportare quanto si scrive nel verbale a riguardo del Cav. Avv. Sansone, Sostituto Procuratore Generale, il quale riconosce “di parlare di Toscana, la terra classica del dolce idioma, dove non può essere gradita la sua voce rude e spesso impropria di meridionale; dove sono valorosi discepoli del grande Carrara, che possono annientare facilmente la pochezza del suo sapere.”. L’avvocato era calabrese e il Carrara cui si accenna altro non è che l’illustre giurista lucchese Francesco Carrara (Lucca, 18 settembre 1805 – Lucca, 15 gennaio 1888), la cui statua è eretta nel cortile di Palazzo Ducale.

La seconda opera, che ha la prefazione di Vincenzo Pardini, conferma l’impegno di Mestrovich nella ricerca e nello studio delle fonti, che, come succede qui, talvolta mette in discussione. La figura di Lucio Ponzio Pilato è come trasfigurata dalla presenza di Gesù, al quale non portò rancore e che lasciò predicare per tre anni non trovando nelle sue parole alcunché che minacciasse l’autorità di Roma.
Ponzio Pilato e Gesù si incontrano di nuovo nella seconda parte del libro grazie al romanzo “Il Maestro e Margherita”, il capolavoro di Michail Bulgakov, di cui Mestrovich fa una disamina, anche critica. Molti sono, infatti, gli spunti che il libro offre al lettore per più approfondite riflessioni.

4 dicembre 2022

Ciro Pinto: “Gli occhiali di Sara”

Leggendo Pinto, torno ancora una volta a pensare a quanti bravi scrittori sono sommersi, lasciati fuori dal panorama letterario per una distrazione colpevole da parte della cultura dominante.
Mi piace immaginarlo alla guida del suo bel motoscafo che, giunta l’estate, si inoltra nelle acque del golfo di Napoli (e oltre) e rimane solo coi suoi pensieri, baciato dalla quiete dell’anima e dal soffio dell’ispirazione. Forse è lì che nascono i suoi libri.
“Gli occhiali di Sara”, pubblicato nel 2015 da Tralerighe Libri, la dinamica casa editrice lucchese diretta da Andrea Giannasi, è dedicato al padre con un commosso ricordo che ne fa intuire subito il contenuto. Si parla dell’ultima guerra e dello scontro duro e sanguinoso tra fascisti e partigiani. A differenza del padre, il figlio, allora giovane studente, nutre simpatie marxiste. Gli chiede perdono: “Oggi le mie idee sono ancora di sinistra, nonostante tutto. Ma con l’età ho capito tante cose.”.
Da poco è caduto il muro di Berlino. Negli ex paesi dell’URSS si nutre la speranza di una vita diversa, migliore.
Siamo a Praga (una città che è resa viva e magica: “città dalle mille magie.”, dove è avvertibile, quasi fisica, la presenza di Kafka), e un’anziana signora, di 75 anni, esile e dalla voce flebile, Elisheva Kundrova, scampata alla morte nel campo di Auschwitz, mostra ad Enrico Fontana, il protagonista, un paio di occhiali dicendogli che appartenevano a sua madre, morta nel campo. Com’era possibile se “sua madre l’aveva seppellita qualche anno prima, morta di placida vecchiaia, trascorsa con badanti clementi e visite fugaci di figli indaffarati, compreso lui.”.
Il romanzo, diviso in tre parti, deve sciogliere il mistero e lo farà, immergendo il lettore in continui spazi ricchi di emozioni e di suspense. Basti dire che, ad un certo punto, quasi contemporaneamente, a Roma, la madre di Mario, un amico di Enrico, Rita (sarà una chiave della storia), immobilizzata su una carrozzella, dice al figlio, che la sta portando a passeggio, che deve raccontargli la storia di Sara. Il lettore conoscerà una Sara fragile, straziata, ma indomita: “Sara, chiunque fosse, gli penetrò nelle viscere, col suo sguardo spaventato, i suoi seni immolati insieme ai suoi sogni.”.
Presto, la tragedia dei campi di concentramento (la cui condanna da parte dell’autore è forte e sicura) diverrà centrale e accompagnerà Enrico fino alla fine. Scriverà Elisheva: “Dal giorno in cui sono uscita da Auschwitz ridotta a una larva umana, non sono mai riuscita a liberare il cuore dal filo spinato dei recinti di quel campo. Ho vissuto come un simulacro, ho coltivato le mie sofferenze come piaghe che non seccano mai.”. Più avanti, dirà: “Quando arrivarono i russi, ero ridotta a una larva umana, non desideravo niente e l’idea di tornare nel mondo mi spaventava.”.
A questo proposito, vorrei sottolineare una frase, luminosa e esaltante, pronunciata dal protagonista a Judita, sconvolta dai ricordi che la prozia Elisheva sta raccontando: “Vorrei mostrarti che la vita è più bella di tutte le volte che è terribile.”. Questa volontà di liberarsi di un passato terribile e angosciante fa la forza del romanzo. Addirittura Enrico sta cercando di spremere tutto dalla sua esistenza per poter giungere a quella che lui chiama la “visione algida” della vita, “che lo avrebbe portato improvvisamente lontano dal mondo che si era creato.”.
La scrittura è nervosa e incisiva a un tempo (all’inizio irrequieta come il protagonista), netta, va al sodo, rifugge pause e superfluità. Il racconto è efficacemente strutturato in modo da esaltare la curiosità del lettore, in un crescendo che ha nella conclusione il suo stupendo apice. I personaggi si presentano all’improvviso, come in un teatro: Enrico, Annibale, Agnese, Sara, Rebecca, Judita, Mario, Carlo, Rita, e così altri minori.
Scoprirete anche quanto i numeri siano importanti nella vita di Enrico, accanito giocatore al casinò.
So che il romanzo ha vinto dei premi. Tutti meritati.

28 giugno 2023

Walter Ramacciotti. “L’eccidio della Certosa di Farneta. Il ruolo del Clero lucchese nella Resistenza”

Un libro da leggere.
L’eccidio vi è raccontato fin nei minimi dettagli e acclude un’ampia documentazione a riprova dell’impegno di alcuni presbiteri nella Resistenza.
Mi ha fatto piacere incontrarvi i nomi di 2 sacerdoti che ho conosciuto: Don Silvio Giurlani, il mio parroco di San Tommaso in Pelleria al quale nel 2009 sono riuscito a far erigere una targa a ricordo del suo impegno partigiano, posta a lato della Chiesa stessa. Il lettore del libro si renderà conto che è una targa largamente meritata.
Don Fortunato Orsetti, Correttore della Arciconfraternita della Misericordia di Lucca, si prodigò, durante la guerra, e anche successivamente nell’opera di assistenza dei poveri, dei malati, dei più bisognosi.
Pochi sanno, che don Giurlani, quando don Orsetti venne in pensione, lo ospitò, adattando ad abitazione il fabbricato adiacente alla chiesa di San Tommaso in Pelleria.
A pag. 254 viene tracciato un profilo del Capitano Filippo Rubolotta, amico e collaboratore di don Giurlani. Imprigionato nelle carceri di San Giorgio il 18 gennaio 1944, è liberato il 18 giugno successivo grazie a un falso ordine di scarcerazione. A questo proposito, devo dire che don Giurlani mi confidò di essere riuscito a liberare alcuni partigiani incarcerati grazie alla collaborazione ricevuta da una guardia carceraria, che ho conosciuto in quanto collega di mio padre, Pasquale Catino. Credo che tra i liberati da don Giurlani si debba annoverare anche il Capitano Rubolotta.

7 luglio 2023


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart