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Trattativa Stato-mafia e caso Napolitano. Di Pietro ha ragione

17 Settembre 2012

Però a Antonio Di Pietro domanderei una cosa che mi sta sul gozzo: Perché Luigi Li Gotti (esponente dell’Idv), vicepresidente della commissione parlamentare per i procedimenti d’accusa contro il capo dello Stato si è messo in ginocchioni. Eppure la sua voce sarebbe stata autorevole, se avesse preteso dai membri della detta commissione minore fretta e maggiori approfondimenti. Perché non v’è dubbio che il rifiuto, almeno per il momento, del governo di costituirsi parte civile nel processo sulla trattativa Stato-mafia ha una qualche colleganza con il ricorso del quirinale alla Consulta sul conflitto dei poteri contro i magistrati di Palermo.
Il governo con questo rifiuto non ci fa proprio una bella figura e mostra tutta la sua paura e la sua sudditanza nei confronti di poteri forti contro i quali potrebbe trovarsi a scontrare nello stesso processo.

Al momento, come normale cittadino, non dotato di alcun potere e di alcun endorsement anche il più misero, credo di aver fatto più io che Li Gotti, con gli interventi presso il procuratore capo di Palermo, presso il comitato parlamentare per i procedimenti di accusa contro il capo dello Stato e presso lo stesso capo di Stato.

Ciò che mi ha indotto a sfogare questa specie di furore patriottico per la trasparenza delle istituzioni è che è del tutto evidente, dalle contraddittorie testimonianze e dalle pressioni che vengono fatte sui pm inquirenti, che qualcosa di losco ancora oggi ruota intorno alla vicenda della trattativa tra lo Stato italiano e la mafia. Ossia, la vicenda non si è fermata a quegli anni delle stragi e dell’abolizione del 41 bis, ma ha proseguito nel tempo, in primis con il silenzio di talune massime cariche dello Stato, che sapevano e hanno taciuto per nascondere le loro personali e gravi responsabilità, e poi perché connivenze e movimenti, più o meno sotterranei, hanno continuato a rendere difficoltosa la strada per giungere alla verità.

Chi ha letto le intercettazioni delle telefonate tra Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico di Napolitano, e l’ex presidente del senato Nicola Mancino, non può che averne tratto una sensazione non solo di disgusto ma di orrore, scoprendo cosa le istituzioni possano arrivare a tramare nell’ombra, al punto che, ma è solo un esempio, la bozza di lettera del Quirinale, che poi fu scritta il 4 aprile scorso, viene prima letta a chi chiede aiuto, com’è stato per Nicola Mancino, e addirittura prima di essere stesa definitivamente è preceduta da contatti con gli stessi destinatari affinché captino il senso vero e recondito del contenuto della stessa lettera. Per non parlare di questa frase che più squalificante ed offensiva per lo Stato non si può, detta da D’Ambrosio a Mancino: “si faccia Natale tranquillo… tanto questi non arriveranno a niente… stanno facendo solo confusione…” (pag. 18 delle intercettazioni così come sono state trascritte e depositate).

Il mio paziente lettore, che mi vede scrivere così spesso su questa vicenda e che forse si è perfino meravigliato di vedermi spinto a scrivere ai tre destinatari surrichiamati, deve farmi la cortesia di leggere le intercettazioni. Le troverà qui. Non deve saltare nemmeno una riga! Sono illuminanti per descrivere come lavorano le nostre istituzioni. Sono 56 pagine, ma ogni pagina è composta di poche righe che riportano la trascrizione delle telefonate volta per volta avvenute, che vanno da prima di Natale alla Pasqua del 2012, quindi di pochi mesi fa.

Se non vengono lette, non si può capire perché il silenzio del quirinale è inquietante. Il sospetto che aleggia sul colle è quello che il capo dello Stato sia stato acquiescente e D’Ambrosio abbia parlato, come ripete più volte a Mancino, a suo nome. Non solo, ma il sospetto arriva a suggerire, in forza proprio del silenzio di Napolitano, che il contenuto delle telefonate dirette che vi sono state tra Mancino e Napolitano abbia una qualche colleganza con il contenuto di quelle avvenute tra Mancino e D’ambrosio. E’ provato da una delle intercettazioni che D’Ambrosio suggerisce a Mancino di parlare della lettera e della faccenda con lo stesso capo dello Stato. E poiché le telefonate di Mancino al capo dello Stato vi sono state realmente, e in perfetta sincronia di tempi, nessuno può pensare che con Napolitano Mancino si sia limitato a porgere i suoi auguri, prima di Natale e poi di Pasqua. Ben altro è corso tra i due! Questo sospetto è legittimo, direi spontaneo e naturale. E farebbe bene Napolitano, come gli ho scritto, a dire agli italiani quello che sa, per non lasciar gravare sulla carica che ricopre sospetti drammatici ed inquietanti. Dovrebbe essere il primo a curarsene, non vi pare?
Gli ho anche scritto che distruggere quei nastri, chiunque si assuma quella decisione, sia la consulta, o sia la procura, senza che prima sia reso noto il loro contenuto, compie una barbarie di Stato, sottraendo materiale utile agli storici per analizzare tutte le responsabilità in questa triste e infamante vicenda della resa dello Stato alla mafia.

Se oggi mettiamo insieme il silenzio di Napolitano, il suo ricorso alla consulta che appare più una richiesta di aiuto, la frettolosa e superficiale archiviazione della denuncia dell’avv. Carlo Taormina da parte del comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa, il silenzio dei maggiori quotidiani, il forte schieramento di politici, intellettuali e costituzionalisti che sparano col bazooka contro i pm palermitani, e infine il rifiuto, sia pure momentaneo (sembra quasi una specie di tentativo di far trascorrere molta acqua sotto i ponti), il lettore dovrà convenire con me che qualcosa di terribile sta accadendo a carico della nostra democrazia e delle nostre istituzioni. Le quali vanno distinte e salvaguardate dagli uomini che di volta in volta le incarnano. Perciò, se dubbi si addensano sui comportamenti degli uomini, tocca a noi cittadini intervenire a proteggerle. Le istituzioni sono nostre, come nostre sono la democrazia e la repubblica.

L’ho scritto già altre volte: la vicenda mi ha ricordato il famigerato Watergate. Che non sia il nostro un Watergate italiano?


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Bart